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    Presentazione delle proposte di modifica della Legge Regionale 6/94 per il suo rilancio

    Auditorium del Consiglio Regionale, via Fabio Filzi, 29, Milano.
    15 dicembre 2004 - Elio Pagani

    Saluto

    Vorrei anzitutto salutare tutti i presenti in sala ed in particolar modo i promotori dell'appello per la difesa ed il rilancio della L.R.6/94 sulla riconversione dell'industria bellica ed i Consiglieri regionali presenti, di maggioranza e di opposizione, a cui sono onorato di potermi rivolgere direttamente per esplicitare la richiesta che poi illustrerò nel dettaglio.

    Presentazione

    Ho lavorato per 19 anni in una impresa a produzione militare della nostra regione.
    Assieme a migliaia di colleghi in azienda e a decine di milioni di persone nel mondo, ciascuno inserito nei propri sistemi, credevo di contribuire nel mio piccolo alla difesa del mio Paese, ma scoprii ben presto come tutti assieme si alimentava un colossale traffico di armi che generava insicurezza, anziché ridurla, e che aumentava il livello di fragilità nelle relazioni internazionali contribuendo a far avvicinare l'umanità a soglie critiche per la sua stessa sopravvivenza.

    Ho lottato con altri colleghi per la riconversione dell'azienda in cui operavo, ma nonostante parziali successi, l'azienda fu colta impreparata, dallo "scoppio della pace" tra Est e Ovest.
    Espulso in Cassa Integrazione a zero ore, all'inizio del 1991, costituii con altri colleghi il "Comitato dei Cassaintegrati Aermacchi per la Pace e il Diritto al Lavoro", che, tra le altre cose, decise di fare pressione sul Consiglio Regionale allora in carica per ottenere una Legge Regionale che istituisse una Agenzia per la Riconversione dell'industria bellica e sostenesse finanziariamente le imprese che avessero deciso di sviluppare prodotti civili alternativi.
    Grazie ad un paziente lavoro di contatto con tutti i Gruppi Consiliari e alla lungimiranza dell'allora Presidente On. Fiorinda Ghilardotti e dei Presidenti dei Gruppi di maggioranza: DC, PDS, PSI, PR, PRC e Verdi, la Legge fu approvata, ed ora è conosciuta come L.R.11 marzo1994 n°6.

    L'idea era quella di realizzare un supporto istituzionale di livello regionale alla riconversione, in una regione in cui si concentrava circa il 20% del fatturato bellico nazionale, con punte del 40% nel settore aeronautico e dell'80% nel settore delle armi leggere, da affiancarsi a ciò che andava definendosi a livello nazionale (L.185/1990 e L.237/1993) e sovranazionale (Programmi Konver I e II della UE) a cui i lavoratori, i sindacati e le aziende si sarebbero potuto appoggiare nei percorsi di migrazione verso il civile, anziché rimanere prigionieri della logica lobbistica che rivendicava maggiori spese militari per salvaguardare l'occupazione.

    Da qualche mese, a fronte della notizia della volontà di questa Maggioranza di voler cancellare la Legge, e nonostante da anni non ho più alcun legame con la precedente occupazione, ho ripreso con altri l'iniziativa per la sua difesa.
    E' grazie a loro, e con loro, che ho l'onore e l'onere di presentarvi queste proposte per il suo rilancio.
    Non parlo dunque solo a nome mio, ma a nome della Rete Regionale per il Disarmo, di cui faccio parte, e a nome dei Promotori dell'Appello per la difesa di questa importante Legge - personalità del mondo della cultura e della scienza, della religione e missionario, dell'associazionismo e del sindacato -, alcuni dei quali prenderanno successivamente la parola, così come di quello degli oltre 1500 cittadini lombardi che questo appello hanno sottoscritto.
    Sono anche convinto di interpretare il pensiero del "cartello" di associazioni regionali, dalle Acli all'Arci, da Legambiente al WWF, da Pax Christi alla Caritas Ambrosiana, da Mani Tese ad Assopace, da Guerre & Pace alla Lega Obiettori di Coscienza, ecc.. che già avevano voce all'interno dell'Agenzia per la riconversione, grazie a due rappresentanti, i quali sono con noi nella richiesta di rilancio della legge.

    Vorrei sottolineare ancora come in questi mesi l'iniziativa di raccolta delle firme e di realizzazione di un tessuto di utili relazioni con il mondo sindacale, culturale e religioso è stata sviluppata dalla Rete Regionale per il Disarmo, a cui fanno capo una serie di gruppi e associazioni operanti sul territorio lombardo che si oppongono alla guerra e ad una globalizzazione fondata sulle leggi di un neoliberismo rapace e guerrafondaio disponibile a sostenere conflitti armati per l'accaparramento delle risorse, il cui esito non scontato potrebbe risultare catastrofico, e all'imposizione di un "modello di sviluppo" non sostenibile né socialmente né ecologicamente.

    Vorrei infine ringraziare le Organizzazioni Sindacali regionali, in particolare la Fim-Cisl e la Fiom-Cgil, che hanno ripreso l'iniziativa sulla questione della Legge Regionale, chiedendone il rifinanziamento e il rilancio delle attività della Agenzia per la riconversione, e che hanno discusso con noi le modifiche che andiamo a proporvi.

    Cosa vogliamo in sintesi

    La nostra iniziativa è stata inizialmente caratterizzata dalla richiesta che fosse evitata la minacciata cancellazione della Legge e che anzi la sua operatività fosse rilanciata a partire dal suo rifinanziamento.
    Grazie all'Appello delle personalità, alle centinaia di firme raccolte ed alla iniziativa sindacale che pocanzi ricordavo, la Legge non è stata soppressa e, tuttavia, la promessa riattivazione della Agenzia non è stata onorata.
    Ciò ci ha indotto a fare una riflessione, sulle vie possibili per un suo effettivo rilancio considerando il nuovo scenario di guerra e riarmo in cui tutti operiamo e sulle conseguenti esigenze e urgenze che tali situazioni impongono a tutti coloro che sentono le proprie responsabilità nel garantire un futuro di pace e benessere alle nostre società.
    Abbiamo provato a rispondere così anche a chi ci chiedeva che senso può avere una legge per la riconversione dell'industria bellica in una situazione di riarmo, una domanda, peraltro, che anche noi stessi ci eravamo posti.

    Ecco allora perché chiediamo a tutte le forze politiche, ai gruppi rappresentati nel Consiglio Regionale di opposizione e di maggioranza, e dunque alla Giunta, di fare propria la nostra richiesta di modifica della L.R.6/94 per un suo concreto rilancio: chiediamo a tutti di fare uno sforzo di immaginazione, di sognare una Regione protagonista dei necessari processi di riduzione dei conflitti armati e dello sviluppo dei processi di disarmo che, pur avendo un orizzonte globale, devono avere soggetti disponibili a fare da traino e da supporto e che devono trovare spazio nelle architetture istituzionali ed economiche del prossimo futuro. Processi che non potranno non avere ricadute su un territorio importante come quello della nostra regione, ricadute che devono essere positive. La pace, il disarmo, la riduzione dei conflitti armati non devono far paura a nessuno devono anzi produrre le condizioni per un nuovo, più equilibrato sviluppo.

    Una legge che promuove la riconversione dal militare al civile, deve oggi promuovere anche il disarmo e la soluzione non armata dei conflitti. Se ci si vuole contrapporre efficacemente alla logica aberrante e condannata da più parti della "guerra preventiva" occorre promuovere la "pace preventiva" attraverso azioni che prefigurino e preparino vie d'uscita alla logica della risoluzione armata dei conflitti, del riarmo, della produzione e del commercio di armi, ciò anche attraverso un più concreto coinvolgimento di risorse vive della società: le associazioni di base.

    Qual era lo scenario

    Quando la Legge sulla riconversione fu approvata lo scenario in termini di struttura produttiva e di condizioni "ambientali" era il seguente.

    La ricerca sull'industria bellica lombarda, promossa dalla stessa Agenzia, indicava in a 446 il numero delle aziende che, nel 1994, in Lombardia avevano dichiarato produzioni militari.
    Più della metà di loro operava in provincia di Milano, il 20% nella provincia di Brescia, il 10% in quella di Varese, il 5% tra Como e Lecco.
    In termini di occupazione invece la provincia di Varese era la più coinvolta con poco meno di 10?000 addetti, seguivano Milano con poco più di 3?000, Brescia con poco meno di 2?000, Como e Lecco con 900.
    Inoltre la provincia di Varese era la più dipendente dalle commesse militari, 5 volte sopra la media lombarda, seguita da Brescia, Como-Lecco e Milano, il cui tessuto produttivo è più diversificato.
    Schematicamente possiamo dire che nel Varesotto si concentrava la produzione Aeronautica, nel Bresciano quella delle armi leggere, nel milanese quella dell'elettronica, informatica e telecomunicazioni, nel lecchese quella dei proiettili.
    Titolari di licenza di esportazione risultavano una quarantina di aziende, ovviamente le più importanti, facendo capo a queste, la produzione delle altre.

    Il settore della produzione militare era stato scosso, dalla seconda metà degli anni '80, dai nuovi scenari internazionali: dopo la dichiarata disponibilità di Gorbaciov a promuovere significativi passi di disarmo vengono sottoscritti nuovi trattati per la riduzione degli armamenti nucleari e convenzionali ed in Europa si respira quell'aria nuova che porterà nel 1989 al crollo del Muro di Berlino e nel 1991 all'implosione dell'URSS. Nel mondo ed in Europa si parla di dividendi di pace, di riorientamento delle spese militari verso attività civili, di riconversione.

    A livello nazionale inizia poi ad operare la Legge 185 del 1990 sul controllo delle esportazioni italiane di armi, che rovesciando in parte la tendenza ad esportare a paesi in guerra, a regimi dittatoriali o che si macchiavano di violazioni dei diritti umani, a paesi economicamente disastrati, addirittura a paesi del Patto di Varsavia, contribuisce ad approfondire la crisi dell'export di armi verso i paesi del terzo mondo colpiti da una grave crisi economica che ne aveva diminuito la capacità a liquidare i pagamenti internazionali.

    Le aziende del settore, anche in Italia ed in Lombardia, si sentono minacciate e danno corso a programmi di ristrutturazione, che puntano soprattutto ad una riduzione significativa e selettiva del personale ma che prevedono anche processi di diversificazione e riconversione, è in questo contesto che si inserisce l'iniziativa che porta a quella che sarà la L.R.6/94 che istituisce l'Agenzia il cui scopo è quello di permettere alla Regione Lombardia di promuove, agevolare e favorire i processi di riconversione delle imprese operanti nel settore della produzione bellica verso attività di beni e servizi di uso civile, assumendo come prioritario il mantenimento e lo sviluppo delle risorse umane e tecnologiche, presenti nel settore.

    Cosa prevede in sintesi la L.R.6/94

    Come dicevo, la L.R.6/94 ha anzitutto permesso la costituzione presso la Giunta regionale della "Agenzia regionale per la riconversione dell'industria bellica" con la finalità di promuove, agevolare e favorire i processi di riconversione delle imprese del settore.

    L'agenzia, presieduta dal Presidente della Giunta regionale (o da un assessore delegato), e composta da dirigenti regionali dei Servizi Industria e Mercato del Lavoro, da rappresentanti del Consiglio regionale di maggioranza e di opposizione, di organizzazioni sindacali e imprenditoriali così come di associazioni, centri di ricerca o università, rappresenta per la sua composizione un elemento di avanguardia in Europa dove pure sono nate agenzie che hanno il medesimo obiettivo.

    Tra i suoi compiti vi è l'elaborazione di studi sulla situazione del settore, con particolare attenzione al problema del commercio di armi, e le sue prospettive di riconversione nell'ottica della salvaguardia di occupazione e competenze tecnologiche, la proposta di indirizzi per la diffusione e il trasferimento dei principi tecnologici acquisiti verso applicazioni di uso civile e la formulazione al Parlamento e al Governo nazionale di proposte per interventi volti ad agevolare tali processi.

    Centrale, tra i compiti, quello di individuare e promuovere, col concorso dei soggetti pubblici e privati interessati, progetti di intervento quali: l'elaborazione di studi sulla fattibilità della riconversione ad opera di imprese e di centri di ricerca specializzati, nonché la realizzazione di progetti di ricerca e sviluppo attuati dalle imprese interessate, volti a configurare la conversione integrale o parziale delle imprese verso il civile, e la realizzazione di attività di formazione, riqualificazione e aggiornamento volte ad agevolare l'utilizzo delle risorse umane, presenti nelle imprese belliche, in attività produttive alternative.

    Per l'attuazione di tali progetti la giunta regionale può concedere un contributo di parte corrente fino al 50% delle spese ritenute ammissibili ai soggetti che, presentate le proprie proposte se le vedono approvate. Per ottemperare a questo impegno, la Giunta regionale può promuovere anche l'utilizzo congiunto delle risorse finanziarie rese disponibili sugli attinenti programmi nazionali e comunitari.

    Come l'Agenzia ha funzionato e come ha smesso di funzionare

    Come è noto ai Consiglieri, l'Agenzia iniziò ad operare nel 1994 decidendo di realizzare una ricerca sulla industria bellica in Lombardia e successivamente di presentare dei "bandi di concorso" per le aziende che avessero desiderato ottenere dei finanziamenti regionali per sviluppare progetti di R&S alternativi al militare.

    La ricerca, di notevole qualità, realizzata ad opera del GSAD - Gruppo di Studio Armi e Disarmo della Università Cattolica di Milano e del CISDI, purtroppo non è stata divulgata come meritava e non ha dunque contribuito come poteva a far crescere la conoscenza e la sensibilità sulle questioni oggetto della sua indagine.

    I bandi emessi per finanziare la R&S in campo civile furono due e i progetti aziendali furono controllati dal CESTEC.
    Al bando del 1994-1995, che fu finanziato con 3,42 mld di lire, risposero 15 aziende con 26 progetti di riconversione, di questi solo 10 furono finanziati mettendo in moto un investimento complessivo di circa 12,836 mld di lire.
    Il bando successivo non fu reso operativo, in particolare perché si lamentava una ripetitività delle aziende nel ripresentare progetti precedenti e perché erano stati posti due problemi: uno relativo alla necessità di adeguare la norma al principio contenuto nel programma Konver di non finanziabilità di prodotti ad uso duale, e, il secondo relativo alla compatibilità con la normativa UE sui limiti ai finanziamenti alle aziende.
    Tra il 1995 e il 1997 l'Agenzia si riunì 13 volte, e nonostante godesse di soldi stanziati a bilancio per la sua attività non risolse i problemi sul tappeto ed anzi, nonostante il Consiglio Regionale, che nel frattempo era mutato, valutasse, nel 1999, ancora validi le finalità e gli obiettivi della legge, l'Agenzia rimase paralizzata fino a che, nel dicembre 2003, a fronte della richiesta della attuale minoranza di rifinanziarla, la maggioranza faceva sapere dell'intenzione di andare ad una rapida abrogazione della legge che la istituiva.
    Le nuove maggioranze, insomma, hanno mostrato quantomeno indifferenza alle questioni che la Legge poneva sul tappeto.

    Pur nella consapevolezza che le risorse messe in campo non erano del livello che poteva essere utile per promuovere veramente significativi processi di riconversione, possiamo affermare che l'atteggiamento delle aziende non è stato il più idoneo, interessato soprattutto ad ottenere risorse senza molti impegni: nulla assicurava che le aziende una volta sviluppato il progetto operassero concretamente per industrializzarlo e proporlo al mercato, inoltre i progetti presentati dalle aziende in alcuni casi erano ambigui e sbilanciati su prodotti molto contigui a quelli militari.

    Le stesse organizzazioni sindacali non mostrarono adeguati livelli di protagonismo, e, ad eccezione dell'importante contributo dato nelle primissime fasi della ricerca sul settore bellico lombardo e della definizione delle linee guida per la gestione dei bandi, essi non esercitarono un efficace ruolo di controllo sui progetti sviluppati dalle aziende, né un ruolo propositivo autonomo, né tantomeno rivendicativo.

    Il nuovo scenario

    Ora il quadro in cui operano le aziende del settore è cambiato.

    A livello della struttura del settore, se non si sono modificate le specializzazioni produttive e territoriali, le principali aziende sono uscite dalla fase di pesante riduzione di personale e anzi talune hanno ripreso ad assumere. Le principali sono state coinvolte in processi di concentrazione e ridefinizione proprietaria, le tendenze alla diversificazione al civile lasciano ora spazio alla ripresa della produzione militare.

    A livello "ambientale", le nuove strategie militari dei paesi industrializzati, che, vorrei sottolineare, hanno origine nel 1991 (per l'Italia con l'adozione del Nuovo Modello di Difesa) e che si sono solo rafforzate dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre del 2001, le guerre combattute direttamente -nonostante l'art.11 della costituzione le ripudi-, l'aumento del numero dei conflitti, la crescita delle dimensioni del mercato bellico e la maggiore facilità con cui le armi possono essere esportate - grazie alla modifica della L.185/1990 (con L.148/2003)-, e l'aumento delle spese militari, hanno certamente diminuito, se non annullato l'attenzione delle aziende nei confronti della riconversione.
    Il fenomeno cui siamo di fronte oggi è infatti una riconversione al contrario: dal civile al militare.

    Questo tuttavia apre grosse contraddizioni sul nostro territorio: la sola provincia di Brescia, nel 2001 ha esportato armi leggere per 197 milioni di euro (attestando le sue aziende al secondo-terzo posto nella produzione mondiale). Il 2003 confermava questa crescita. Secondo gli studi dell'Onu però, nel decennio 1990-2000 le sole, cosiddette, armi "leggere" hanno provocato nel mondo più di 5 milioni di morti - la metà dei quali bambini - e 2,5 milioni di disabili gravi. Lo stesso Segretario Kofi Annan parla delle armi leggere come delle vere "armi di distruzione di massa", perché presenti in tutti i conflitti anche i più dimenticati.
    Anche nel settore aeronautico torna a prevalere la produzione militare e occorre considerare come, oggi a differenza del passato con le armi prodotte dalle "nostre" aziende lombarde il nostro stesso Paese combatte guerre che, come lo stesso Kofi Annan ha esplicitamente dichiarato per il caso di quella combattuta in Iraq, sono guerre illegali. La guerra preventiva, infinita, unilaterale, costituente è illegale: oltre che creare devastazioni e lutti nel paese offeso, aggredisce il diritto e le organizzazioni internazionali come l'ONU preposte a risolvere diversamente le controversie internazionali, il diritto e la democrazia negli stessi paesi belligeranti, vedi l'attacco di fatto all'art.11 della nostra Costituzione.
    E' un fatto recente, poi, la volontà del Governo italiano, ribadita purtroppo dallo stesso Presidente della Repubblica, di superare l'embargo europeo sulla esportazione di armi nei confronti della Cina, paese che viola ancora sistematicamente i diritti umani e in cui milioni di lavoratori sono ridotti quasi a livello di schiavitù. Finmeccanica ha in ballo contratti significativi in proposito ed aziende lombarde importanti, che ad essa fanno capo, sono coinvolte.
    Altrettanto grave sarebbe la ratifica dell'accordo, in discussione in questi giorni al Senato, di collaborazione militare tra Italia e Israele, che comprende anche quella tra le rispettive imprese belliche: si aggirerebbero i vincoli presenti nella L.185/90 che vieta l'esportazione e la coproduzione di armi con paesi che si siano macchiati di gravi violazioni dei diritti umani. Israele peraltro non rispetta le risoluzioni ONU sui diritti del popolo palestinese, perpetuando così un grave e pericolosissimo conflitto, né il Trattato di non proliferazione nucleare, che neppure ha sottoscritto. In questo caso la prevista cooperazione per la definizione di apparati per la guerra elettronica potrebbe coinvolgere aziende milanesi.

    Occorre però anche considerare come il processo di armonizzazione in atto a livello europeo nel settore della produzione bellica potrebbe portare ad un aumento delle attività nella produzione nazionale e lombarda oppure, a seconda delle scelte politiche che prevarranno, ad una loro riduzione in funzione di una ricercata riduzione dei costi ottenuta attraverso una maggiore standardizzazione, cooperazione e divisione dei compiti produttivi e/o di una diminuita dipendenza dalle esportazione di armi determinata dalla ricerca di volumi produttivi remunerativi.

    Vi sono poi delle controtendenze più precise che secondo noi vanno aiutate a maturare e a svilupparsi: sta crescendo tra i cittadini la consapevolezza della necessità di limitare la produzione degli armamenti e dell'urgenza del disarmo.

    Per esempio, sta per partire anche in Italia la Campagna internazionale contro la proliferazione delle armi, di quelle leggere in particolare, volta a ridurre l'estensione e la gravità dei conflitti armati. Questo è un importane progetto di disarmo, che viene dal basso oltre che da un gruppo di "Premi Nobel per la Pace", e che non può non implicare correlati progetti per la riconversione delle aziende che producono tali armi, così come avvenne con la campagna contro le mine antipersona prodotte in massima parte nel Bresciano.
    Vorrei qui ricordare che le Leggi ottenute in conseguenza di questa campagna (la n°374 del 29.10.1997 "Norme per la messa al bando delle mine antipersona", e n°106 del 26.03.1999 che ratificava e dava esecuzione della relativa convenzione internazionale di Ottawa) hanno liberato il Paese, la Lombardia ed il Bresciano da questa macchia: ancora oggi migliaia di persone muoiono o rimangono menomate in tutto il mondo a causa delle mine. La Valsella che le produceva, grazie alle generose lotte delle lavoratrici e dei lavoratori è stata riconvertita, anche se attraverso un processo doloroso e discontinuo.

    Effetti analoghi vanno previsti per il dispiegarsi di campagne come quelle contro le Cluster Bombs, le mine anticarro-antipersona, le armi all'uranio impoverito, ecc., campagne che, come dicevo, vanno sostenute anche a livello pubblico come lo è stata quella contro le mine.

    Quali sono le proposte di modifica che vogliamo introdurre

    Nel ribadire, anzitutto, che tra i principi ispiratori di questa legge vi è il rispetto dell'art.11 della Costituzione che vogliamo esplicitato prevedendo esso il "ripudio della guerra quale strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", le nostre proposte di modifica puntano sui seguenti elementi:

    1. Introdurre tra i compiti dell'agenzia la promozione dei progetti e dei processi di disarmo e di riduzione degli armamenti;

    2. Sviluppare un controllo sistematico sulle attività di produzione e di esportazione di armi delle aziende lombarde, considerando lo scenario economico, politico, militare e normativo interno e internazionale (anche istituendo un Registro per le imprese a produzione militare con sedi o impianti in Lombardia" e monitorando ad esempio anche la produzione e diffusione di armi, comprese le corte e non automatiche, e munizioni comuni da sparo escluse dalla L.185/90);

    3. Potenziare le capacità dell'Agenzia a studiare e progettare processi di riconversione, anche grazie ad un maggior coinvolgimento di centri di ricerca che ne hanno la vocazione e le Università;

    4. Vincolare l'accesso ai fondi per la promozione dei progetti di riconversione da parte delle aziende alla disponibilità della promozione sul mercato dei prodotti alternativi sviluppati e alla utilità sociale dei prodotti stessi;

    5. Garantire una migliore assistenza e un più adeguato supporto a quelle aziende che dovessero o volessero riconvertire completamente la produzione;

    6. Supportare l'iniziativa delle associazioni che volessero proporre iniziative di disarmo e/o riconversione;

    7. Riequilibrare le presenze nell'Agenzia, in particolare aumentando la presenza delle associazioni;

    8. Potenziare la capacità di diffondere la cultura del disarmo e della riconversione, le conoscenze raccolte o prodotte, anche mediante le nuove tecnologie informatiche, e la capacità a cooperare con altre agenzie con analoghi compiti, anche straniere;

    9. Garantire una più intensa, migliore e più continuativa attività da parte della Agenzia;

    10. Rendicontare annualmente e significativamente sugli sviluppi effettuati.

    Il preciso testo delle modifiche è inserito nella copia che avete tra le mani di quella che dovrebbe secondo noi essere la "nuova L.R.6/94".

    Rinnovo dell'appello ai consiglieri di maggioranza e di opposizione

    Ci rivolgiamo di nuovo anzitutto a voi, Consiglieri, chiedendovi di riattivare da subito l'Agenzia per la riconversione dell'industria bellica e di operare immediatamente il miglioramento e l'attualizzazione della Legge sulla base di queste nostre proposte di modifica che vanno nella direzione, come credo di aver dimostrato, di preparare concrete vie d'uscita al riarmo ed alla logica della guerra oggi imperante.

    Non vogliamo che la Lombardia primeggi nella produzione di strumenti di guerra e di devastazione. Insieme dobbiamo cambiare le regole di questo gioco pericoloso per il nostro futuro e per la sopravvivenza del genere umano. La nostra regione ha risorse materiali, tecniche e umane sufficienti a garantire altrimenti la propria economia. Il cammino verso la riconversione della produzione, dell'economia e della cultura legata alle armi può e deve essere ripreso con decisione.
    Nell'affidarvi queste nostre proposte, che ci sembrano estremamente ragionevoli, siamo altresì decisi a portarle a realizzazione anche qualora non trovassero - e non ce lo auguriamo - la vostra comprensione, anche se ciò significasse il dover presentare una specifica proposta di Legge popolare regionale.
    Ci rivolgiamo dunque anche a tutti i presenti perché ci aiutino a sostenere queste nostre proposte per la loro immediata assunzione e negli eventuali sviluppi che la vicenda dovesse avere.

    Grazie a tutti.

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