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    Jürgen Habermas

    Europa e mondo: nella guerra perpetua senza principio

    DUE RACCOLTE DI SAGGI del filosofo di Francoforte Jürgen Habermas, «Tempo di passaggi» per Feltrinelli e «L'Occidente diviso» per Laterza hanno come oggetto di analisi e di riflessione il futuro del diritto internazionale, umiliato dall'arroganza armata dell'amministrazione di Bush, la riforma dell'Onu e il processo di «costituzionalizzazione» dell'Europa
    7 marzo 2005 - Giuseppe Bronzini
    Fonte: Il Manifesto - 06 marzo 2005

    La pubblicazione nello stesso mese di due raccolte di saggi di Jürgen Habermas, rispettivamente per Feltrinelli (Tempo di passaggi) e per Laterza (L'Occidente diviso) è di per sé un evento che si colora di particolare interesse, anche politico, in quanto questi testi hanno come oggetto privilegiato il futuro del diritto internazionale e il processo di «costituzionalizzazione» dell'Europa ed escono mentre sono in corso i referendum sul «Trattato costituzionale» e si ridiscute del ruolo dell'Onu (a cominciare dall'inferno iracheno) e della sua ipotesi di riforma. La prima, più teorica ed eterogenea, offre anche importanti recensioni a volumi di giuristi come Erhard Denninger e Frank Michelman (in particolare La democrazia e il potere giudiziario, Dedalo), nonché interventi redatti in occasione del dibattito tedesco sul monumento all'Olocausto, che fornisce ad Habermas lo spunto per straordinarie riflessioni sul concetto di «memoria pubblica», così lontane - per l'empito ideale antinazionalista - da quanto è stato scritto nel nostro paese a proposito del goffo tentativo (con la giornata per le foibe) di far passare gli italiani più come vittime innocenti che come aguzzini e complici dei peggiori massacri commessi dall'umanità, da lasciare il lettore italiano senza parole. La seconda raccolta presenta un impegnato e molto sofferto saggio (inedito), nel quale Habermas si cimenta nella formulazione di una nuova strategia per la «costituzionalizzazione del diritto internazionale», partendo da quella divisone nell'Occidente che ebbe la sua spettacolarizzazione mediatica nel dibattito al Consiglio di sicurezza prima dell'invasione dell'Iraq.

    Leggere i volumi insieme consente una panoramica sulle più recenti posizioni di Habermas sui due temi che - dalla Costellazione nazionale in poi - ha sempre tenuto strettamente intrecciati: il diritto a matrice Onu e l'Europa. Si passa così dal saggio Perché l'Europa ha bisogno di una Costituzione? all'oramai celebre intervento (co-firmato da Derrida) su Libération (1 giugno 2003), sino alle interviste che accompagnano i lavori della Convenzione. Su guerra e diritto internazionale si va da un saggio del `99 con il quale - sia pure con grande cautela - si giustifica la «guerra umanitaria» in Kosovo, sino alle veemente critica dell'amministrazione Bush e al tentativo di «rilanciare» il progetto kantiano di «una pace perpetua». Per quanto riguarda gli scritti sull'Europa nel primo articolo la necessità di una Costituzione è affrontata in chiave di pacato «evoluzionismo», che ricorda un po' lo spirito dei padri fondatori, in particolare Jean Monnet. I successi dell'Europa nel «federare i mercati» e nel costruire l'area di libero mercato più grande del mondo hanno trascinato l'Unione a dover risolvere problemi per i quali il funzionalismo tecnocratico non è in grado di offrire né diagnosi né soluzioni. Questioni come quelle connesse ai valori di fondo dell'Unione e alla difesa di un modus vivendi europeo incentrato sul rilancio e la riprogettazione del welfare state non tollerano un'arbitraria riduzione agli schemi «impolitici» del funzionalismo, ma necessitano argomenti e prospettive che solo il diritto costituzionale può offrire, il linguaggio dei diritti e della democrazia partecipativa. Su Libération il discorso di Habermas si radicalizza: i milioni di persone scese in piazza mostrano come una coscienza critica propriamente europea si sia già formata non solo attorno al valore della pace, ma anche in difesa del proprio modello sociale nel quale eguaglianza e solidarietà hanno un peso ben diverso che nell'altra sponda dell'Oceano. Sulla stessa linea le interviste nelle quali le controverse scelte della Convenzione (poi peggiorate nel Trattato finale) sono viste come «provvisorie» e attendono comunque di essere interpretate in senso democratico e sociale dalla sfera pubblica europea. Il pensatore di Francoforte vede con lucidità quanto sia difficile inquadrare il nuovo Trattato secondo schemi tradizionali e ricorda che, se da un lato i meccanismi di revisione sono rimasti in mano agli Stati, dall'altro la Costituzione (vedi il fondamentale art. 1 del Trattato, emendato su iniziativa di Elena Paciotti e Valdo Spini) è stata elaborata per i «cittadini» del vecchio continente che ne costituiscono l'unica vera fonte di legittimazione e che quindi dovranno riflessivamente, e nell'immediato futuro, impadronirsi della loro prima Costituzione (se non altro per modificarla).

    Nelle interviste Habermas pone l'accento soprattutto sull'identità europea nello scacchiere diviso dell'Occidente e giunge a definirne le caratteristiche fondamentali: «secolarizzazione, Stato prima del mercato, solidarietà prima dell'efficienza, scetticismo verso la tecnica, consapevolezza dei paradossi del progresso, pacifismo in base all'esperienza storica». Per la verità, nel lungo saggio inedito, lo slancio europeista si stempera non poco: pur augurandosi contro l'arrogante unilateralismo dell'amministrazione Usa il moltiplicarsi delle «Unioni europee», vi sono passaggi non molto coerenti con altre posizioni habermasiane, nei quali si sostiene che il luogo privilegiato della legittimazione democratica rimangono le arene nazionali. Manca inoltre un confronto tra il federalismo di Habermas e una letteratura in espansione che presenta le originali istituzioni di garanzia e governo «multilevel» dell'Unione (25 Carte costituzionali, 25 parlamenti - cui in molti casi si aggiungono quelli regionali - due Corti europee, un parlamento a mandato universale...), come occasione inedita di protagonismo progettuale per i movimenti sociali. Costituisce l'Unione in quanto primo ordinamento costituzionale multilivello, non schiacciato sui meccanismi maggioritari e sul principio gerarchico di rappresentanza, una sfida verso un nuovo modello di regolazione sociale, alla cui base vi siano comunicazione, informazione, dialogo o, se vogliamo, negoziato, piuttosto che «decisioni», come ha suggerito anche Manuel Castells con la sua definizione dell'Unione come «network state» (Volgere di Millennio, 2003), un terreno ontologicamente più aperto e praticabile per i movimenti sociali? Si tratta ancora di una mera ipotesi teorica (richiamata anche da Giacomo Marramao nell'incontro organizzato con Habermas da Laterza), che tuttavia meriterebbe di essere approfondita.

    Passiamo ora alla questione della guerra e del futuro del diritto internazionale. La difesa del conflitto in Kosovo merita solo di essere dimenticata. Inutile insistere sull'infondatezza delle posizioni habermasiane: i fatti addotti a giustificazione dell'operazione Nato si sono rivelati totalmente falsi (non meno di quelli invocati per la guerra in Iraq) e assistiamo a una eterogenesi dei fini nei Balcani, dove si è intervenuti per bloccare una presunta «pulizia etnica» ai danni degli albanesi, realizzandone una certa a carico dei serbi. Habermas mostra di tenere ancora a quel bando totale dello ius ad bellum, la cui violazione imputa a Bush: l'aggressione alla Jugoslavia rimane, quindi, una plateale violazione dell'ordine internazionale e dunque un crimine contro l'umanità che l'ordinamento Onu non ha mai sanato.

    Ma veniamo all'importante e inedito saggio già trattato nella bella intervista di Donatella di Cesare su queste pagine (6 febbraio). Nel rilanciare il progetto kantiano di «una pace perpetua» e nel denunciare in modo vibrante l'amministrazione Bush per il disprezzo non solo per l'ordinamento dell'Onu, ma per la sua stessa esistenza, «una delle più grandiose iniziative civilizzatrici del genere umano», Habermas suggerisce una formulazione più avanzata del modello kantiano della «Lega tra i popoli», che alla fine conta solo sulla buona volontà degli aderenti e su alcune spinte «storiche» di tipo oggettivo (ad esempio il diffondersi del commercio mondiale). Al tempo stesso rigetta le ipotesi radicali dei fautori della Cosmopoli (in primis David Held) che vorrebbero nell'immediato una piena «costituzionalizzazione» del diritto internazionale (un parlamento, un governo e una giurisdizione globale). Nella sua complessa ricostruzione del lento formarsi di una costellazione post-nazionale Habermas avverte giustamente come - una volta superate le dimensioni ove storicamente si sono affermate le Costituzioni e cioè gli Stati nazionali - si possa esclusivamente svolgere un'analisi di tipo comparativistico, per «funzioni», mostrando come i compiti che il costituzionalismo ha svolto sin qui nei singoli paesi si possano realizzare - sia pure con modalità inedite di regolazione e garanzia - anche oltre queste frontiere. Abbandonando, almeno pro tempore, i sogni cosmopolitici ma senza rinunciare a quella speranza che ha già portato alla creazione dell'Onu, la via percorribile sembra ad Habermas quella della «costituzionalizzazione» per diversi livelli, ciascuno dei quali potrebbe esercitare solo quelle competenze per le quali esistano adeguate forme di legittimazione. Per gli organi sovranazionali un consenso si esprime solo sul piano del diritto «di guerra» e per la repressione di macroscopiche violazioni dei diritti umani. Verso il basso una politica autenticamente repubblicana, nella quale viva la partecipazione diretta popolare, si estende con difficoltà alle arene nazionali. Sul piano intermedio si possono pensare forme di aggregazione federali o «quasi federali» che qui Habermas chiama «trans-nazionali», soggetti politici regionali e post-statali che potrebbero recitare la parte di global players limitando l'unilateralismo Usa, sul modello dell'Ue.

    C'è una certa ambiguità nel descrivere questo piano intermedio: non sempre è chiaro se è su questo piano che è necessario oggi garantire i diritti di carattere sociale, il cui rispetto Habermas non imputa agli organi «sovranazionali» dell'Onu. In alcuni passaggi nomina la Cina come global player, in altri sembra giustamente ribadire che l'importanza di dispiegare anche una dimensione continentale di governo risiede nel suo carattere di aggregazione «costituzionale» fondata, come in Europa, su di un modello sociale (almeno in prospettiva) comune e su di un sistema garantistico unitario. Ma il vero problema riguarda l'Onu: le due funzioni «di base» che Habermas assegna ad esso sono proprio quelle che non sono mai state soddisfatte.

    Sino al 1989 nessuna guerra (tranne, forse, l'intervento anglo-francese nel canale di Suez) è stato bloccata dall'Onu: dopo l'89 l'impotenza di questo organo a fronte della potenza Usa, divenuta ora anche dichiaratamente selvaggia e sregolata (nel senso che non considera vincolanti le regole internazionali), appare ancor più manifesta. Sul fronte dei i diritti umani in decenni di sostanziale latitanza della comunità internazionale, si potrebbe citare al più l'esempio di Timor Est e pochissimi altri casi.

    Ritorna quindi il nodo della riforma dell'Onu e la messa in questione del suo principio: l'eguaglianza sovrana degli stati: anche se venisse effettivamente realizzata, attenuando i pluspoteri dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, la futura «adunanza» non avrebbe alcunché di democratico. Peraltro quelli in discussione, come l'ingresso di Brasile, Sudafrica e India tra i «super-stati», sono solo palliativi: per un governo mondiale, sia pure a fini limitati, non vi sono né i presupposti di fatto né grandi idee; l'Onu in ogni caso svolge un meritevole ruolo come sede diplomatica mondiale e il rafforzamento dei suoi tratti da governo mondiale è molto rischioso (basterà leggere le ultime risoluzioni del Consiglio di sicurezza). Occorre semmai - come intuì Hans Kelsen già nel 1944, in La pace attraverso il diritto -, invertire la direzione di marcia e iniziare dalle «regole» e dal loro consolidamento giurisprudenziale, imponendo che quei principi sui quali si è formato un largo consenso divengano veramente giustiziabili. La scelta delle Corti internazionali (da moltiplicare oltre quella di Roma) ha ancora un carattere pionieristico, che purtroppo le iniziative per la riforma dell'Onu trascurano sistematicamente. La formazione di poli continentali, uniti dal cemento «costituzionale», favorisce comunque l'affermazione dei tribunali globali, perché innesca prassi di negoziati e trattative che alimentano la «giustizia internazionale». Si possono richiamare anche altre strade per favorire il decollo di un «diritto oltre gli Stati» che non rimanga, contraddittoriamente, come nel caso dell'Onu, a disposizione delle sovranità nazionali, ancorché riunite in nobile concerto. Esistono organi sovranazionali la cui legittimazione non è contestata da nessuno come l'Oms, la Fao o l'Oil così come Ong che hanno acquisito un carattere semi-pubblico come Amnesty International. Il loro irrobustimento come esponenti della società civile mondiale consente di disporre nel tempo di un'amministrazione che perde ogni radicamento con le fonti nazionali. Ancora la prassi recente ha dimostrato notevoli successi nella difesa dei core labour rights: dopo la dichiarazione dell'Oil del 1998 che li ha proclamati e le campagne di boicottaggio delle sweat shops, molte delle imprese stigmatizzate in No Logo da Naomi Klein sono dovute scendere a compromesso. L'ultimo rapporto Oil ci dice che le violazioni stanno diminuendo in misura notevole, quindi che la Dichiarazione del `98 sta divenendo un diritto «efficace», ancorché sorretto in gran parte dalle mobilitazioni dei movimenti sociali. L'elenco di iniziative per addomesticare la sovranità degli Stati - diverse da quelle valorizzate da Habermas - contempla la proposta di una Tobin tax che ha oggi seguaci persino all'Eliseo e le proposte di «rivoluzione» degli statuti della Banca mondiale e persino del Wto.

    Concludendo: la proposta di Habermas è piuttosto irrealistica perché non vi sono modi per «costituzionalizzare» nell'immediato l'Onu in modo da renderlo, anche solo in materia di guerra e diritti umani, un organo genuinamente super partes, e al tempo stesso troppo angusta: il prepotente sviluppo di una sfera pubblica mondiale ha già travalicato l'architettura «multilivello» disegnata nell'Occidente diviso.

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