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    Glucksmann e l'illusione di un paese che si crede ancora faro d'Europa

    Il presidente invita i francesi a votare sì, ma chi vota no in realtà realizza coerentemente la sua politica
    31 marzo 2005 - Marina Valensise
    Fonte: Il Foglio - 31 marzo 2005

    E' vero che più che all'Europa e al referendum del 29 maggio sul trattato costituzionale André Glucksmann ha altro cui pensare, impegnato com'è nella battaglia per la libertà della cultura. E' vero che il suo cimento, anziché nella conta del 54 per cento di francesi che secondo l'Ipsos voteranno no al trattato, lo mette nella raccolta di firme per l'appello a Vladimir Putin, in segno di solidarietà col direttore del Museo Sacharov e le due artiste che rischiavano tre anni di carcere (anche se il tribunale di Mosca li ha appena condannati a una multa di 3.500 dollari) per l'accusa di ‘incitamento all'odio religioso e razziale’ e di ’offesa all'ortodossia dello Stato’ con le loro installazioni ‘sovversive’ distrutte da una banda di vandali ‘ortodossi’ nel recinto dello stesso Museo. Eppure, da cosmopolita patriota qual è, Glucksmann prende molto sul serio la maggioranza dei no all'Europa. ‘Per quanto assurda e ridicola, visto che mira alla demolizione della comunità europea, è una posizione che ha vari motivi, innanzitutto la debolezza dei fautori del sì, a cominciare dall'idea di far sottoscrivere al semplice cittadino un testo di 800 pagine, illeggibile e per definizione incomprensibile’. A spiegarla, però c'è anche una ragione tipicamente francese. ‘Gli elettori, in questo, sono molto più conseguenti dei loro politici. Jacques Chirac invita a votare sì, ma tutta la sua politica da tre anni a questa parte, in particolare dal veto all'intervento americano, inglese, italiano e polacco in Iraq, significa che non si cura dell'Europa, se l'Europa non è d'accordo con lui e col governo francese. Chi oggi dice di votare no al trattato costituzionale europeo incarna la politica di Chirac. Non dimentichiamo che dopo i paesi che hanno fatto saltare il blocco sovietico, sono stati i paesi baltici a presentare obiezioni a Chirac. E Chirac ha risposto loro dicendo avete solo un diritto, quello di tacere. Questo disprezzo per la maggioranza dei paesi europei membri dell'Unione, affermato ad alta voce da Chirac, ora continua nel no dei francesi, che non vogliono l’allargamento, non solo quello futuro alla Turchia o all’Ucraina, ma nemmeno quello presente all’Ungheria, alla Polonia e ai paesi dell’Est. Al disprezzo per l’Ue s’aggiunge poi una volontà di alleanza assoluta con Putin. E’ questo il senso del recente incontro di Chirac, Scroder e Zapatero con Putin: ‘Siamo noi, la minoranza della Ue, a pretendere di definire la politica estera dell’Europa a 25. Siamo noi che preferiamo Putin ai polacchi e ai paesi baltici. Se l’Europa segue, bene, altrimenti la Francia farà da sola. Il fronte del no, dunque, non fa che realizzare i desideri di Chirac battendosi per il sì non se ne rende conto’.

    Non c’è anche un altro elemento, un rigurgito di ‘souverainisme’, nel fronte del no? ‘Semmai c’è la volontà di fare tabula rasa. C’è un piacere nel distruggere l’Europa che sarebbe troppo liberale, troppo burocratica, troppo Bruxellese. E’ un piacere di estrema destra e di estrema sinistra, che accomuna socialisti e gollisti. Si può tradurre col complesso della tabula rasa, il complesso del 1788, l’idea cioè che la Francia, sola tra tutte le nazioni, scatena una rivoluzione europea. Una totale illusione dura a morire, l’idea che quando la Francia starnutisce l’Europa intera cambia direzione’.

    E’ proprio quello che non avverrà. Anche se vince il fronte del no, l’integrazione europea andrà avanti col trattato di Nizza e altri strumenti. ‘I fautori del no si fondano su un’ignoranza dell’Europa reale. Non tengono conto che l’Europa rappresenta una boccata d’ossigeno, una speranza, un punto di riferimento per molti popoli che escono con difficoltà dal dispotismo. Per gli ucraini, per i curdi, che sperano nell’ingresso in Europa della Turchia riformata, l’Ue è una speranza e un garante dei diritti dell’uomo e della democrazia. Dunque, c’è un accecamento tipicamente franco-francese sulla reale funzione positiva dell’Ue. Se nei Balcani si riescono a moderare gli odi nazionalistici è in funzione della speranza di aderire all’Europa. Viceversa, il no francese cresce in funzione di un immaginario completamente folle. Il che è molto indicativo dell’incapacità nell’elite francese di applicare il principio di realtà’.

    Le conseguenze però rischiano di essere ben reali. ‘La prima conseguenza sarà la completa ridicolizzazione della Francia, che diventerà non solo l’animale malato, cosa che è già, ma l’animale ridicolo dell’Europa. Incapace di giocare il ruolo concepito da De Gaulle, la Francia non sarà più l’elemento costitutivo dell’Ue. L’Europa forse andrà avanti come il gambero, ma a Francia sarà il fanalino di coda’.

    Dunque lei resta pessimista? ‘Se continua così, se l’elite francese sarà incapace di prendere la misura della realtà, c’è poco da essere ottimisti. Bisognerebbe spiegare ai francesi che il ruolo della Francia nella vicenda irachena si è risolto in un totale fallimento. In Iraq ci sono state le elezioni. Gli iracheni hanno preferito votare, piuttosto che sottomettersi ai terroristi. Dunque hanno preferito l’occupazione straniera, hanno votato per l’intervento della coalizione, non per quelli che preferiscono Saddam Hussein e i terroristi. Gli iracheni insomma hanno votato contro quella che la Francia, nella persona del ministro degli esteri Michel Barnier, ha definito ‘resistenza armata’, e che il mondo intero invece chiama terrorismo barbaro e nichilista. La Francia ha spezzato il sentimento europeo, disprezzando l’Europa dell’est. Preferisce Putin all’alleanza atlantica. Ed è questo che adesso la mette al palo. Nell’opinione pubblica è evidente che a Bruxelles l’asse franco-tedesco non governa più. La politica di Chirac è completamente illusoria. Finché i francesi non si renderanno conto del fallimento che Chirac rappresenta, voteranno contro Chirac, in nome della politica di Chirac. Un minimo di autocritica dovrebbe farci ammettere che la Francia non governa più niente, e che deve integrare concettualmente l’Ue se vuole esercitare un ruolo nel mondo’.

    Come si spiega secondo lei questa deriva antiatlantica e antioccidentale di Jaques Chirac? ‘Con la malattia del napoleonismo. I francesi quando comandano hanno tendenza a farlo in modo napoleonico. Non solo in politica. Pensi all’enorme numero di scandali che hanno colpito imprese, banche francesi, partite alla conquista dell’America come il Crèdit Lyonnais. Si parte in quarta credendo che tutto ci è permesso e ci è promesso, e si finisce nella catastrofe. La stessa cosa è successa al Consiglio di sicurezza dell’Onu. I francesi devono capire che non sono loro a governare l’universo. Il no al referendum è un voto napoleonico. O comandiamo noi, oppure ci dirigiamo’.

    Insomma è una sindrome da ‘exception culturelle’ e ambizione imperiale? ‘E’ una vecchia aspirazione, ma i politici più capaci in Francia, persino il generale De Gaulle, hanno sempre reagito contro questa aspirazione. De Gaulle aveva capito benissimo che non si poteva fare contemporaneamente la guerra di Algeria e costruire l’Europa. Chirac invece è partito su un’idea di conquista napoleonica, dovuta in parte proprio al suo momentaneo successo di opinione sull’Iraq, ma non ha mai voluto riconoscere che il successo di un giorno poteva tradursi nel fallimento per il futuro. I francesi ubriacati della vittoria di un giorno, hanno difficoltà a uscire dalla loro crisi di irrealtà. E adesso continuano a credere di poter cambiare la faccia dell’Ue e del mondo intero. Ma non è così.

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