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    La piccola potenza di un continente

    «Europa forte» di Christian Saint-Étienne. Un saggio sulle contraddizioni e le occasioni mancate della sinistra nel processo
    costituente europeo, che avrà nei referendum francese e olandese uno dei banchi di prova
    25 maggio 2005 - Giuseppe Allegri
    Fonte: Il Manifesto - 24 maggio 2005

    Il prossimo avvicinarsi della fine di maggio sembra ossessionare le élites politiche e burocratiche dell'intera Europa, costrette a rimanere sospese in apnea dinanzi al responso del referendum francese (29 maggio) e di quello consultivo olandese (1 giugno), su quel complesso articolato di più di 460 articoli denominato Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, secondo la burocratica definizione scaturita dal lavoro della Convenzione sul futuro dell'Europa, ma che comunemente si suole appellare come Costituzione europea. La situazione attuale sembra paradossale: invece di provare a fare autocoscienza, a destra come a sinistra, sulle imperfezioni di un processo di trasformazione continentale che stenta a definire una vera e propria unione politica, ci si esercita in scongiuri e varie amenità sull'esito delle consultazioni referendarie e dei connessi processi di ratifica. La realtà è che nessuna delle classi dirigenti europee ha avuto interesse a svolgere quel necessario dibattito pubblico «su cosa debba essere l'Europa e su cosa essa debba fare nel mondo», per riprendere le parole di Hubert Védrine (poste a prefazione del volume di Christian Saint-Étienne, Europa forte, Università Bocconi Editore, pp. 178, € 16), il quale auspicava che proprio la «ratifica del trattato costituzionale» avrebbe provocato quel dibattito, «in assenza del quale l'Europa continuerà a esitare tra diversi destini senza realizzarne alcuno».

    Tutto ciò non sembra minimamente verificarsi, mentre proprio il volume in questione allude, nella sua prima parte, a quella che potremmo chiamare l'occasione mancata di un (im)possibile dialogo tra un embrione di opinione pubblica europea in formazione e quelle classi dirigenti «nazional-comunitarie» intente a redigere il testo del Trattato costituzionale. Più esplicitamente: alla allora auspicata comunicazione che avrebbe potuto instaurarsi tra l'attivismo dei movimenti europei no war, la suddetta Convenzione e le classi dirigenti franco-tedesche schierate contro l'intervento armato unilaterale statunitense in Iraq.

    Così i «nazionalisti oltranzisti» dell'Amministrazione Bush (per dirla sempre con Saint-Étienne) pronti all'assalto iracheno consumarono una frattura atlantica e produssero un'ulteriore faglia tra vecchia e nuova Europa, proprio mentre i 15 dell'Ue provavano a scrivere il testo costituzionale di un'Unione politica fantasma di se stessa; insomma mentre l'asse renano indicava la strada di una interposizione europea, interna all'élite imperiale, essa veniva rifiutata dai fedeli amici americani Blair e Aznar, trascinando con sé altri sei paesi della vecchia Europa (tra cui l'Italia) e quindi il «gruppo dei dieci» paesi dell'Europa centrale candidati all'entrata nella Nato (dalla Lettonia all'Albania).

    Rottura continentale

    Questa spaccatura fomentata dall'amministrazione di Gieorge Bush avveniva nel momento in cui il «Praesidium» della Convenzione sul futuro dell'Europa, licenziava una prima versione dell'art. I-15 del futuro Trattato costituzionale europeo, dove si affermava che in ambito di Pesc (politica estera e di sicurezza comune) gli «Stati membri [...] si astengono da qualunque azione contraria agli interessi dell'Unione o suscettibile di nuocere alla sua efficacia»; con ciò provando ad arginare le manovre filo-atlantica dei gruppi degli otto e dei dieci e ad interloquire con le oceaniche manifestazioni del
    «movimento dei movimenti» no war, in cui andava esprimendosi collettivamente una frazione attiva di opinione pubblica europea (critica e dissidente) in formazione (Saint-Étienne ricorda come il testo dell'articolo in questione venne pubblicato il 19 febbraio 2003 su Le Monde, proprio a ridosso di quelle manifestazioni).

    A posteriori può dirsi che l'intreccio tra la scrittura della cosiddetta Costituzione europea e il tentativo di presa di parola da
    parte di un'Europa politica unita, autonomo soggetto globale benché ristretta all'asse franco-carolingio, venne giocato dal duo Chirac-Giscard d'Estaing senza che la classe dirigente europea avesse minimamente il sentore della posta in gioco e provando tatticamente a mettere in comunicazione il momento della scrittura costituzionale, da parte della Convenzione, con la congiuntura di politica estera e soprattutto con il pronunciamento di piazza delle cittadinanze d'Europa.

    Niente di tutto ciò avvenne, anzi si materializzò definitivamente «la spaccatura europea», mentre i movimenti no war non trovarono nessun interlocutore istituzionale all'altezza della drammatica situazione, che forse solo loro percepivano in tutta la sua epocale intensità. In questa prospettiva, con il realismo utopistico che lo contraddistingue, Saint-Étienne propone l'affermazione di un'«Europa-potenza», un'«Europa unita» sulla base di una «Federazione di Stati-nazione» il cui centro nevralgico è la cosiddetta «Repubblica Renana» (franco-tedesca estesa al Benelux, soggetti che a detta dell'autore condividerebbero una scelta strategica globale dell'Europa), che si situi nel contesto dell'Unione europea e sia soprattutto fautrice di un'«Europa aperta», un'«Unione euromediterranea» che sappia guardare al bacino mediterraneo, all'Asia e all'Africa, per interloquire «alla pari» con gli Usa. Sembrerebbe la definizione di una delle versioni di quel piano B di cui tanto si parla attualmente, nel caso in cui il referendum francese vedesse prevalere il no al Trattato costituzionale. (Ma le analisi dell'autore andrebbero viste e verificate anche alla luce dei recenti sviluppi tedeschi, in particolar modo le ripetute sconfitte elettorali di Schroeder nelle elezioni regionali, che hanno condotto il cancelliere socialdemocratico ad annunciare le dimissioni e ad anticipare al prossimo auturnno le elezioni politiche generali).

    A questo punto vale la pena ricordare le ultime parole lasciate in eredità da Jacques Derrida, il quale (in un'intervista a Le Monde del 18 agosto 2004, solo poche settimane prima della prematura scomparsa) parlava di «un'Europa a venire», che ha «delle responsabilità da prendere, per l'avvenire dell'umanità e per quello del diritto internazionale». Ma l'Europa di Derrida è pensata come «esperienza dell'alterità radicale», capace di «far germogliare una nuova politica altermondialista», che «trasformi il concetto e le pratiche della sovranità e del diritto internazionale»: e «questa forza è in marcia», anche «se i suoi motivi sono ancora confusi».

    Tra Asia e Africa

    Questo orizzonte di riflessione sembra oggi di un'attualità ancor più sconcertante a fronte di una seconda amministrazione Bush apparentemente più incline a riconoscere l'esistenza di un mondo multipolare, mentre la stessa Europa porta avanti le sue relazioni con il colosso indiano e con i paesi del Nord Africa.

    A fronte di questa volontà mostrata dall'ultimo Derrida di puntare senza indugi sul futuro dell'Europa, andando oltre quella esistente, ma affermando che qualcosa già si stava dispiegando, appaiono quantomeno approssimative le posizioni di quelle forze politiche che, soprattutto nell'ambito della cosiddetta sinistra alternativa e/o radicale, si assestano su un no al Trattato costituzionale in favore di un'«altra Europa». Mentre appare molto più convincente il balzo in avanti che la rete di convocazione delle EuroMayDay ha fatto lanciando l'appuntamento immaginato e realizzato da centinaia di migliaia di
    europrecari sotto lo slogan radicale e realistico al contempo di «flexworkers let's unite for a free, open, radical Europe»
    («lavoratori flessibili uniamoci per una libera, aperta e radicale Europa»). Sembrerebbe un punto di non ritorno rispetto alle timidezze moderate delle socialdemocrazie e alla vaghezza inconcludente delle restanti sinistre europee. La speranza da coltivare risiede nella capacità di quella rete a permanere e a proporsi come un vero soggetto europeo, molteplice e irriducibile alle forme della rappresentanza, che fa delle azioni pubbliche collettive lo strumento per dare vita a vertenze locali e campagne continentali.

    In barba alle false scelte referendarie (che con il loro secco no/sì sacrificano il cuore radicale della partecipazione democratica, che vorrebbe nessuna opzione esclusa dalla possibilità di dibattito pubblico e di scelta delle cittadinanze) il nodo da scioglere allora è lo sviluppo di lotte politiche per i diritti nel contesto europeo: reddito di cittadinanza, libertà di movimento, servizi pubblici, abitazioni e spazi sociali, accesso alle nuove tecnologie, tempo liberato, cioè la cornice entro la quale scrivere un nuovo contratto sociale europeo.

    C'è da chiedersi, però, se non siano anche le stesse élites politico-burocratiche dei vari Stati nazionali d'Europa ad augurarsi un no francese al Trattato costituzionale europeo, così da lasciare garantito l'oscuro spazio di mediazione intergovernativo. Un'ipotesi provocatoria, forse, ma non poi così lontana dalla realtà.

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