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Che fare dopo il No francese?

Dal no al Trattato alla Costituzione europea

6 giugno 2005 - Franco Russo
Fonte: Liberazione

Il no al Trattato costituzionale espresso nel referendum francese segna un passaggio storico: non ha perso l’Europa, sono stati sconfitti i governi che hanno preteso di dettare una Costituzione attraverso un Trattato da loro negoziato.
Il no francese chiude la parabola storica aperta con la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, e può condurre al superamento dell’intergovernamentalismo e del regime internazionalistico, che hanno caratterizzato la costruzione dell’Unione europea. Grande fu l’ invenzione di Monnet e Schuman, perfettamente consapevoli dell’atto ardito che mirava a instaurare una pace duratura in Europa attraverso il superamento dello storico conflitto tra Germania e Francia. Leva di questo processo fu ‘il raggruppamento’ della produzione del carbone e dell’acciao e la fusione dei loro mercati, da porre sotto un’Alta Autorità, aperta agli altri paesi: «L’Europa non si compirà di colpo – sono parole della Dichiarazione – essa si farà per realizzazioni concrete creando dapprima una solidarietà di fatto». La via dell’ Unione Europea era tracciata, e la si è seguita per più di cinquant’anni: l’unificazione economica e la costruzione di un mercato, prima parziale, poi comune e infine unico; la delega in campi ben delimitati di poteri sovrani a un organismo sovranazionale, la cui indipendenza dai governi è stata garantita dall’applicabilità diretta delle sue decisioni senza mediazione degli Stati nazionali. Così si creò una comunità di diritto, un misto composito di rigide attribuzioni di poteri sovrani, realizzato attraverso i trattati internazionali di cui gli Stati rimanevano signori. Questa impostazione è assunta anche dal nuovo Trattato: l’articolo 1 afferma che all’Unione europea «gli Stati membri attribuiscono competenze per conseguire i loro comuni obiettivi», assunto fondamentale ribadito all’articolo I-11, che prevede il ‘principio di attribuzione’ in modo da costringere l’Unione ad agire nei limiti delle competenze espressamente delegate. Queste competenze sono finalizzate alla creazione di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva (articolo I-3 del Trattato). Come si vede dal 1950 a oggi un solo filo lega la costruzione europea: mercato e intergovernamentalismo.
Questa grande invenzione politica ha fallito nel suo obiettivo finale, enunciato esplicitamente nella Dichiarazione di Schuman, quello della creazione della ‘Federazione europea indispensabile alla preservazione della pace’. Esso è fallito, perché l’economia di mercato, stella polare del processo di costruzione dell’Unione, non è in grado di fondare una società politica. E di questo ne era consapevole perfino il liberale Luigi Einaudi, che, commentando il Trattato CECA, disse che bisognava cominciare dalla politica se si voleva conseguire anche un risultato economico (2 giugno 1952). È il metodo funzionalistico, volto a integrare economia e mercato, che ora va rimosso se si vuole costruire un’Unione politica. I governi con i Trattati si sono riservati il potere di decisione ultima, oltre a riguadagnare l’esercizio diretto della funzione legislativa tramite i Consigli dei ministri e la guida politica tramite il Consiglio europeo. Con il Trattato di Roma si costruì un’unione doganale e una comunità per l’energia atomica; con il compromesso del Lussemburgo gli Stati si garantirono il diritto di veto e la limitazione del voto a maggioranza; negli anni ’70 si stabilizzarono i tassi di cambio, e poi con l’Atto unico europeo (1986) si decisero 279 proposte per avere un’area senza frontiere, in cui i beni, le persone i servizi e i capitali potessero liberamente muoversi. A Maastricht, nel 1991, si avviò l’unione economica e monetaria, con il controllo della spesa tramite i limiti al deficit e al debito pubblici, e si eressero gli altri due pilastri della difesa e politica estera e delle politiche di giustizia e sicurezza; infine a Nizza si varò la Carta dei diritti e si rividero alcuni meccanismi decisionali. Il Parlamento europeo acquisì, nel tempo, prima la procedura cooperativa e quindi quella codecisionale per partecipare alle deliberazioni delle diverse normative, che rimangono comunque saldamente nelle mani della Commissione, che sola ha il potere di iniziativa legislativa, e dei Consigli dei ministri – questo Parlamento dai poteri dimezzati rimane così limitato anche nel Trattato costituzionale. Una comunità che si voleva di diritto non poteva, prima attraverso le pronunce giurisprudenziali e poi con la Carta di Nizza, non prevedere la garanzia dei diritti fondamentali, ma questi – e lo voglio affermare usando i giudizi di Federico Mancini – sono funzionalizzati alla realizzazione del mercato interno, a evitare le distorsioni della competizione, insomma a consentire il fluido scorrimento degli scambi di mercato. I diritti sono condizionati al raggiungimento degli obiettivi di un’economia fortemente competitiva, come ossessivamente si ripete nel Trattato costituzionale; ciò spiega perché l’intera Terza parte del Trattato costituzionalizza le politiche liberiste, compresi i servizi generali e i monopoli pubblici: essa determina «la portata e le modalità d’esercizio delle competenze dell’Unione» (articolo I-12, sesto comma). Si può dire che finora i Trattati hanno codificato norme regolative dell’esistente, ora dobbiamo elaborare norme costitutive che creino diritti e sanciscano procedure democratiche.
I dati sociologici (operai, impiegati e giovani hanno votato contro il Trattato), oltre quelli politici, dicono che il no francese è un no all’Europa liberista costruita dai governi, e che esso è una base per un europeismo di sinistra. Sconcerta che nessun esponente politico sostenitore del Trattato, penso a G. Amato, abbia preso atto che i governi debbono fare un passo indietro e restituire ai cittadini il potere di decidere sulla Costituzione europea: parlano di nuove trattative tra governi, che hanno portato in un vicolo cieco perché i popoli vieppiù rifiutano il liberismo che impregna l’Unione. Lo ha scritto con chiarezza M. Fioravanti che alla costituzione si potrà arrivare solo uscendo dalla logica del trattato, delle relazioni di diritto internazionale tra Stati sovrani. Occorre immaginazione e sperimentare nuove vie. Si può riprendere l’indicazione contenuta nel quesito del referendum italiano d’indirizzo del 1989 – approvato dall’88% degli elettori – che chiedeva di «procedere alla trasformazione delle Comunità europee in un’effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stato membri della Comunità». Da qui si può articolare oggi la proposta il cui elemento centrale è che i governi non esercitino più nessun potere costituente, e che questo sia invece attribuito, con una procedura multilivello, di dialogo costituente, a ‘convenzioni’ di cittadini/e, parlamenti nazionali e Parlamento europeo. Si apre con il no francese una nuova fase di lotta per la costituzione europea. Questa deve affermare, a partire dalle tradizioni costituzionali comuni, i diritti universali della persona che istituzionalizzano i limiti e la guida della formazione della volontà politica. Non è più il tempo di arretrare nei confini della sovranità nazionale, è il tempo di una democrazia, transnazionale e federalista, europea.

Franco Russo

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