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    Cohn Bendit: Per l´Europa non atti di fede, ma passi concreti verso ripresa e occupazione

    Tutti sanno che l´uscita dalla moneta unica porterebbe un terremoto per i paesi membri. Bisogna capire e affrontare le paure verso la globalizzazione, il lavoro
    6 giugno 2005 - Fabio Quattrocchi
    Fonte: La Repubblica - 06 giugno 2005

    Cohn-Bendit: "Più investimenti per avvicinare la gente alla Ue"

    BERLINO - «Invocare atti di fede come Chirac e Schroeder è un inutile discorso della domenica. Ci vuole una pausa di riflessione». Così dice Daniel Cohn-Bendit, eurodeputato verde, voce critica della sinistra europea.
    Onorevole Cohn Bendit, siamo alla delegittimazione dell´Europa?
    «Se prendiamo sul serio la democrazia, dobbiamo ammettere che la gente sembra insoddisfatta dell´Europa. Il voto in Francia e Olanda impone una pausa di riflessione. L´Europa ha bisogno d´un Trattato costituzionale perché deve funzionare e agire meglio. Ma non si può andare avanti così col trattato attuale come se niente fosse. Non lo si può imporre. Nei prossimi anni dovremo aspettare e vedere cosa accade. E il mondo politico europeo deve imparare a farsi capire meglio».
    Chirac e Schroeder chiedono un atto di fede per l´Europa. È sufficiente o no?
    «Davvero non è molto. Sono discorsi della domenica che non aiutano. Ci vuole di più: un ritorno allo spirito e all´energia della politica europea. Occorre che il Consiglio europeo di metà giugno renda pubblico il suo dibattito sul futuro dell´Europa. Sarebbe un grande segnale di democrazia e trasparenza».
    Insomma ragionamento e riflessione anziché atti di fede?
    «Sì, ma in pubblico».
    A che è servito allora un vertice Chirac-Schroeder senza telecamere né conferenze stampa?
    «Se il processo va avanti così è tragicomico. Chi vuole ratificare o indire referendum deve farlo. Alla fine di questo processo vedremo chi avrà ratificato e chi no. E solo allora si potrà decidere come si va avanti. Non adesso con generici appelli. Ci vuole una nuova politica europea nella prassi. Non la paralisi dell´Europa ma al contrario segnali di una volontà di capire e affrontare le paure della gente verso la globalizzazione, il lavoro. Chiedo una pausa di riflessione, non una paralisi. L´azione politica europea deve andare incontro alla gente».
    Teme un´Europa minima, esitante, con più peso ai poteri nazionali?
    «Il tentativo di dare un volto unico all´Europa politica sembra non accettabile in diversi paesi. Eppure la battaglia per l´Europa deve continuare. Dobbiamo mostrare di cosa l´Europa è capace. Cominci a farlo la Commissione. O la Commissione si mostra capace di reagire con iniziative concrete all´insoddisfazione della gente o bisogna metterla in discussione, con i poteri del Parlamento».
    Concretamente quali segnali servono per gli elettori delusi dall´Europa?
    «Ad esempio lanciare una politica d´investimenti europei che aiuti ripresa e occupazione. Poi con un´Europa capace di regolamentare la globalizzazione. E invece di polemiche e allarmi sulla sfida dell´export cinese, ci vogliono passi internazionali. Chiedere diritti sindacali e politici per i lavoratori cinesi, il loro diritto di battersi per aumenti retributivi. La differenza tra paesi con e paesi senza libertà sindacale è uno degli squilibri più dannosi della globalizzazione».
    La preoccupa il montare del no all´Europa in Germania, che in un sondaggio della Bild è al 96,6 per cento?
    «Quello è l´auspicio della Bild di avere in Germania un´unanimità per forza come a Cuba. Certo l´euroscetticismo è una realtà. La si può combattere solo cambiando modo di far politica e confrontarsi con la gente».
    Quali sono i principali motivi dell´ondata del no euroscettico?
    «Vengono proiettate sull´Europa le insoddisfazioni di origine interna. Guardi all´Olanda: non più un soldo all´est, non più un soldo al Sud. è diventata una enorme Lega Nord. Si tende a vedere nell´Europa un problema, non più una soluzione».
    Bisogna rallentare l´integrazione di Bulgaria, Romania e i negoziati con la Turchia?
    «Noi Verdi avevamo chiesto di rinviare l´adesione di Bulgaria e Romania, i socialdemocratici ci hanno attaccato. Con Ankara non faremo che aprire un negoziato. Nulla di meno, nulla di più per i prossimi dieci o quindici anni. L´entrata della Turchia non è all´ordine del giorno, l´esito del negoziato è aperto».
    Quanto forti sono i rischi per l´euro?
    «Chi era sempre contro l´euro dovrebbe andare un po´ in ferie. Maroni si rinfreschi la testa con un bagno anziché dire cose insensate. Tutti sanno che l´uscita dall´euro porterebbe un terremoto per i paesi membri, a cominciare da un decollo del caro-petrolio. Si decidano a tacere».

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