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    Soltanto un sogno può salvare l'Europa (di Jurgen Habermas)

    JURGEN HABERMAS
    Fonte: La Repubblica - 09 giugno 2005

    Alta partecipazione democratica e netta vittoria del "no" al primo progetto di Costituzione europea in due dei sei Stati fondatori: questo incidente, probabilmente il maggiore finora avvenuto, è stato saggiamente commentato da Jean-Claude Juncker: «L'Europa non fa più sognare; e così com'è oggi, non si fa amare. Perciò l'Europa prospettata dal progetto di Costituzione è stata bocciata». Ma c'è un altro aspetto che questa diagnosi non menziona: una costituzione illeggibile non può stimolare la fantasia. Ora, il progetto su cui si è votato è illeggibile innanzitutto per un motivo triviale: non è un insieme trasparente di norme fondamentali, come ogni vera Costituzione, ma piuttosto un testo che riprende e codifica tutto il groviglio dei trattati internazionali esistenti. E lo è inoltre per una ragione più profonda: l'assenza di una prospettiva che agli occhi dei cittadini giustifichi l'esigenza di una costituzione per l'Europa di oggi.
    Anziché strumentalizzare il voto sull'Europa ponendo l'accento su tematiche
    nazionali, si sarebbe dovuto focalizzare il dibattito sulla tanto invocata
    "finalità", ovvero sui motivi di fondo della volontà di portare avanti il
    processo di unificazione. Vogliamo un'Europa dotata di capacità d'azione
    politica, non solo all'interno ma anche verso l'esterno? Oppure riteniamo
    sufficienti gli accordi intergovernativi fatti per liberare da ogni vincolo lo spazio economico unificato, in nome di una concorrenza che dovrebbe stimolare
    la crescita? Optare per l'approfondimento, o allargare senza approfondire?
    Conferire all'Europa la forza necessaria per esercitare un'influenza sul regime economico internazionale, o lasciare che si faccia sfuggire di mano la gamma delle molte opzioni intermedie tra un welfare burocratico e un regime concorrenziale radicale, esposto al risucchio di una globalizzazione senza regole?
    Certo, una costituzione dovrebbe essere solo il quadro istituzionale entro il quale si discutano le alternative politiche.
    È ammissibile che lo stesso processo costituente si intrecci con il dibattito su scelte politiche specifiche? Oggi una costituzione supranazionale, a differenza dei suoi modelli classici, non può più nascere da un giorno all'altro come frutto di un atto rivoluzionario, ma è il risultato di un processo che può protrarsi per decenni. E fortunatamente, siamo già in una situazione in cui gli stati garantiscono ai cittadini le libertà fondamentali.

    Elettorato caparbio

    Il processo dunque è portato avanti essenzialmente non dai cittadini, ma dai governi che hanno eletto. Finché se ne sono avvantaggiati, i cittadini erano soddisfatti. Per lungo tempo il progetto ha quindi potuto legittimarsi da sé, attraverso i suoi risultati. Ma in tempi di profonde trasformazioni dell'economia mondiale, in un'Europa dei 25 di cui è sempre più difficile avere una visione d'insieme, si profilano conflitti di ordine distributivo, rispetto ai quali una legittimazione fondata sul puro e semplice rendimento non basta più. Ora, i cittadini vogliono sapere dove li condurrà questo progetto che incide quotidianamente sulle condizioni di vita di ognuno.
    Per conquistare il loro consenso, l'unificazione europea deve riallacciarsi a una prospettiva politica.
    Con il fallimento del referendum, il dibattito su questa prospettiva è esploso
    in piena luce. Ovviamente, i politici hanno tardato troppo a definire la posta in gioco, e non lo hanno fatto con sufficiente chiarezza. È chiaro che esitavano a porre sul tappeto un tema destinato a polarizzare il dibattito, mettendo così a repentaglio il comodo metodo burocratico delle intese ad alto livello.
    Il paesaggio europeo è comunque già minato dagli interessi contrastanti di ricchi e poveri, grandi e piccoli, membri fondatori e ultimi arrivati.
    E per di più, le storie nazionali, con i loro miti contrastanti, scavano fossati profondi. I politici avevano le loro buone ragioni per eludere una discussione aperta sulla finalità dell'unificazione europea. Ora però l'elettorato caparbio ha accumulato davanti alla loro porta tutta la spazzatura che da decenni si era preferito nascondere sotto il tappeto.
    Al di là dei sentimenti quanto mai ambivalenti e dei diversi motivi che hanno ispirato il "no" della maggioranza elettorale, il trionfo, palese o inconfessato, per il risultato dei referendum e la gamma delle sue possibili
    conseguenze pone in luce il conflitto, finora rimosso, in ordine agli obiettivi
    dell'Ue. Dopo che si è appreso il risultato del referendum francese, l'esultanza
    dei xenofobi olandesi di Pim Fortuyin si è unita a quella del militante
    neoconservatore di Washington Bill Kristol, in un malevolo "Vive la France!".
    Se gli uni credono ora di potersi arroccare nel loro stile di vita nazionale, gli altri si rallegrano di veder crollare le resistenze della vecchia Europa
    contro una disinvolta quanto forzata propagazione del mercato globale e di libere elezioni. Certo, si tratta di movimenti oscillatori estremi. Ma gli estremisti non sono i soli a rallegrarsi dell'esito del referendum.
    Peraltro, se i liberisti hanno buone ragioni per esultare, nel caso dei
    sovranisti è vero il contrario.
    Molti guardano con apprensione alla prosecuzione del trasferimento delle
    sovranità nazionali all'Ue. E sostengono l'impossibilità di creare gli Stati
    Uniti d'Europa in mancanza di un "popolo europeo". Per i sovranisti, la solidarietà dei cittadini di uno stato costituzionale si può immaginare solo nella forma tradizionale della coesione di un popolo saldato dalla sua coscienza nazionale. E ripongono una fiducia illusoria nella capacità di uno stato-nazione di estrarre il proprio gettito fiscale dalle imprese più redditizie: una capacità che da tempo è venuta meno. Assai più realistica è la segreta soddisfazione dei liberisti, preoccupati soprattutto dell'eventualità che un potere statuale metta le briglie al capitalismo.
    La Costituzione avrebbe ottenuto il duplice effetto di ampliare la capacità
    d'azione politica delle istituzioni europee, e di sottoporre le decisioni di queste ultime a criteri di legittimazione più rigorosi. Dal punto di vista neoliberista, il primo di questi effetti poteva solo suscitare la tentazione di muoversi in direzioni sbagliate, mentre il secondo avrebbe intralciato il meccanismo di autoregolazione dei mercati. L'obiettivo auspicato è già stato raggiunto con l'introduzione delle libertà economiche fondamentali, con la creazione del mercato comune, con il patto di stabilità e con l'Unione monetaria. Al resto pensano il Commissario alla concorrenza di Bruxelles e i giudici della Corte di Giustizia europea. Per i neoliberisti i trattati di Nizza possono senz'altro bastare.
    Tony Blair e gli altri interromperanno il processo di ratifica. Il biasimo per il fallimento non ricade più, come ci si aspettava, sulla Gran Bretagna, bensì sulla Francia. Blair, che nel luglio prossimo assumerà la presidenza di turno, può aspettarsi che in un prossimo futuro le riserve britanniche verso l'integrazione europea ottengano l'appoggio del governo francese e di quello tedesco. E' prevedibile che una volta concluso il mandato del governo Villepin, Nicolas Sarkozy segua la via anglosassone. E che altro c'è da aspettarsi da Angela Merkel?
    A Berlino, la Merkel ci ha servito un presidente federale liberista («La precedenza al lavoro!»), e a Bruxelles un presidente della Commissione inafferrabile e senza volto. E neppure il populismo che ha dispiegato nella questione dell'accesso della Turchia all'Ue serve a qualificarla come una fan europeista.
    E chi dimentica il suo penoso esercizio rituale di sottomissione al governo
    bellicista di Washington? Si può ben comprendere l'improvviso risveglio
    europeista di repubblicani sfegatati alla Newt Gingrich. Lo scenario più
    probabile è uno slittamento del nostro continente, economicamente unificato ma in declino come potenza politica, fino ad essere fagocitato nel risucchio sociopolitico della potenza egemone.

    Fermi un momento!
    Lo sviluppo prevedibile è ovviamente uno sberleffo agli elettori. La protesta,
    rivolta conto la classe politica nel suo complesso, era espressione dell'impulso
    democratico a imporre almeno una battuta d'arresto a un processo spinto in avanti sopra le teste degli elettori. Il "no" è stato oltre tutto un modo per contraddire la falsa coscienza di partiti che evidentemente si riconoscono nella descrizione luhmanniana (Ndt: del sociologo tedesco Niklas Luhmann) del sistema politico, tanto da ridursi a una pura e semplice difesa strategica contro i rumori molesti emananti dal contesto delle masse elettorali.
    Ma le recenti espressioni di una volontà democratica non si possono accantonare
    con supponenza, né bollare come manifestazioni patologiche. E sarebbe altrettanto fuori luogo biasimare il metodo referendario in quanto tale. L'istituzione del referendum rappresenta infatti un correttivo valido, anzi necessario a fronte di esecutivi spesso portati ad arroccarsi e a neutralizzare il gioco dell'alternanza tra governo e opposizione. Nella misura in cui gli
    elettori non si sentivano rappresentati, avevano le loro buone ragioni per opporsi al regime senza opposizione di Bruxelles.
    Qualunque altra motivazione potessero avere, ciò che i cittadini hanno inteso
    con il loro "no" era davvero tanto irragionevole? In ogni caso, se si prendono
    in parola le ragioni addotte dal «no» socialista, il voto della maggioranza
    degli elettori francesi non era rivolto contro la prosecuzione del processo di unificazione europea. In definitiva, il significato di questo voto si può iassumere nelle parole: «Non così». Anche se alla domanda che segue:
    «Allora come?» non si può certo rispondere con un referendum.
    Un approfondimento dell'Unione, finalizzato a consolidare politicamente l'Europa e ad articolare meglio l'Unione monetaria attraverso una graduale armonizzazione delle politiche fiscali, sociali ed economiche degli stati membri, aprirebbe la prospettiva di riconquistare su questo piano una capacità di azione politica venuta meno a livello dei singoli stati nazionali. Anche nel mondo occidentale, che ha avviato la modernizzazione capitalistica e continua a portarla avanti, dev'esserci spazio per una pluralità di modelli sociali. Se c'è una cosa che si può leggere con chiarezza nel voto degli elettori è questa: non tutte le nazioni occidentali sono pronte ad accettare, al proprio interno e a livello mondiale, i costi culturali e sociali della mancata perequazione del benessere che i neoliberisti vorrebbero imporre in nome di una crescita accelerata della ricchezza.
    Va detto però che un protezionismo europeo sarebbe del tutto insufficiente.
    Lo sforzo per dotare le istituzioni di Bruxelles e di Strasburgo di una capacità d'azione democraticamente legittimata non può essere disgiunto dall'obiettivo di sviluppare una concezione cosmopolita in vista di un diverso ordine internazionale. A riscuoterci deve intervenire anche la prospettiva di impegnarci al meglio per contribuire a trasformare l'idea eufemistica di una global governance in una solida e concreta politica interna a livello mondiale.
    Chi sospetta di antiamericanismo un programma del genere, che potrebbe ridare
    vita al "sogno europeo", ha perso ogni contatto con i nostri amici americani.
    I miei amici non si sentono rappresentati da un Bill Kristol o da un Newt
    Gingrich. E si disperano alla vista di un'Unione Europea in procinto di disfarsi da sé. Non possiamo eludere una presa di posizione a fronte conflitto culturale che divide oggi due Americhe, la rossa l'azzurra. E non è nostro interesse chiudere gli occhi davanti a questa realtà.
    L'aver collegato il processo costituente con una prospettiva politica specifica
    non significa che le scelte politiche debbano essere radicate nella stessa
    Costituzione. Un approfondimento dell'unione politica condurrebbe piuttosto a superare lo stallo risultante dalle intese intergovernative unanimi, dando voce ai cittadini d'Europa. Solo così si creerebbe un margine di manovra per un confronto aperto in ordine all'impostazione politica di fondo dell'Unione.
    Oggi l'Ue è paralizzata dal conflitto irrisolto tra concezioni diverse e
    inconciliabili degli obiettivi. Le istituzioni europee devono a un tempo
    interiorizzare questo conflitto e portarlo alla luce, per poter trovare soluzioni produttive.

    Con il coraggio della disperazione

    La procedura per una tale alternativa, quantunque forse poco probabile, all'accettazione della forza naturale degli eventi, è prevista dagli articoli
    43 e 44 del Trattato di Nizza. In base a questi testi, alcuni degli Stati
    fondatori dell'Unione possono prendere l'iniziativa di verificare se esista,
    innanzitutto negli stati aderenti all'Unione monetaria, la disponibilità a una cooperazione rafforzata. E a loro volta, le regole di questa cooperazione potrebbero indicare la strada alla futura Costituzione.
    Le disposizioni in vigore per una più stretta cooperazione tra almeno 8 stati membri sono meno restrittive delle norme previste per questo caso nel progetto di Costituzione. Dato che una prassi del genere deve «essere aperta a tutti gli stati membri, ai sensi dell'articolo 43b», i rimanenti stati non dovrebbero intendere un'iniziativa del genere in termini di esclusione, bensì come un invito a prendere posizione nei confronti di un approfondimento dell'Unione portato avanti con energia, in vista di aderirvi a loro volta.
    In questo modo si potrebbe evitare che i governi procedano all'ordine del giorno senza tener conto della volontà democraticamente espressa dai cittadini.
    Quando una situazione è matura per arrivare a una decisione, c'è indubbiamente
    bisogno di persone dotate della capacità di cogliere le opportunità anche minime che si presentano. Jean-Claude Juncker avrebbe la statura e la volontà necessarie; ma gli manca il potere. Zapatero è sulla breccia da troppo poco
    tempo; e di Berlusconi non è neppure il caso di parlare. Chirac e Schroeder, nati per candidarsi in questo senso, si trovano oggi con le spalle al muro in politica interna. Ma a volte, il coraggio della disperazione fa scaturire energie insospettate. Schroeder e Fischer non vinceranno le elezioni puntando
    sulla tematica europea; ma se in sede di campagna elettorale fossero in grado di prospettare un'alternativa più promettente rispetto allo scenario paralizzante di procedere al piccolo trotto verso il declino, darebbero un segnale, conferendo un significato di rilievo alla loro uscita di scena.
    Nulla di essenziale è mai stato cambiato nella Storia senza un atto simbolico,
    un segnale cui le future generazioni potessero guardare come a un punto di riferimento per il loro futuro. Un tempo, i sessantottini erano sensibili alle idee romantiche.

    Note:

    Nell'autunno di quest'anno uscirà il nuovo libro di Jürgen Habermas Zwischen
    Naturalismus und Religion. Philosophische Aufsätze (Tra naturalismo e religione.
    Saggi filosofici), per i tipi dell'Ed. Suhrkamp

    (traduzione di Elisabetta Horvat)

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