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    Un governo federale europeo in vista di quello mondiale

    L'Unione europea include già un nucleo istituzionale federale
    Intervista a Guido Montani presidente del Movimento Federalista Europeo
    13 settembre 2005 - Anna Laura Consalvi
    Fonte: "Diritto e Libertà", Nr. 11, anno VI, 2005

    1) L’Europa sta attraversando il momento più difficile della sua storia. I 'no' prima francese e poi olandese hanno fortemente destabilizzato l’Unione. Nelle sue battaglie il Movimento federalista europeo ha sempre considerato necessaria la partecipazione del popolo in quanto depositario della sovranità. A suo avviso perché quello francese e olandese si è espresso in maniera così netta contro la Costituzione?

    "I risultati negativi dei referendum sulla Costituzione europea in Francia e in Olanda sono stati causati più dalla procedura di ratifica utilizzata, che non dal giudizio degli elettori sulla Costituzione. A causa di un metodo in cui si pretende l’unanimità dei consensi da parte di ciascuno Stato, si è privilegiato il punto di vista nazionale su quello europeo. Le questioni nazionali e le lotte di potere interne (chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica in Francia?) hanno preso il sopravvento. Nei referendum, si sono espressi dei popoli nazionali, non il popolo europeo. Si può comprendere meglio il problema se si tiene presente che i federalisti, come molte altre organizzazioni europeistiche, avevano chiesto prima alla Convenzione europea e poi alla CIG, cioé ai capi di Stato e di Governo, di far approvare la Costituzione europea dai cittadini europei, mediante un referendum europeo da tenersi contemporaneamente in tutti i paesi dell’Unione. La Costituzione sarebbe stata approvata se, in ipotesi, la maggioranza dei cittadini e degli Stati dell’Unione avesse risposto positivamente. Ebbene, se si prende in considerazione questa procedura europea, che avrebbe certamente suscitato un grande dibattito sul futuro dell’Unione senza consentire alcun appiglio per lotte nazionali di potere, si può capire che le chances per i sostenitori del No, come Fabius in Francia, sarebbero state minime. Infatti, invitando a votare No, Fabius avrebbe chiesto ai propri connazionali anche di escludere la Francia dal processo di costruzione dell’Unione politica europea. In verità, Fabius ha sfruttato l’implicito potere di ricatto nazionale derivante da una procedura intergovernativa. Sia Fabius che Chirac pensano che l’Europa debba essere costruita ad immagine e somiglianza della Francia (il primo con politiche più sociali, l’altro con politiche più liberali). Il risultato paradossale di questa situazione è che francesi e olandesi hanno detto di No al cattivo governo dell’Europa esistente, non alla Costituzione europea che avrebbe dovuto rappresentare un passo in avanti verso la creazione di un governo europeo, responsabile verso il Parlamento europeo. Il No dei cittadini francesi ed olandesi è dunque una sanzione ad una classe politica che ha fallito il suo compito storico di portare a compimento il disegno dei Padri fondatori. Queste considerazioni sulla procedura che avrebbe dovuto essere adottata per la ratifica della Costituzione europea ci riportano alle origini del Movimento Federalista Europeo e alle sue battaglie per la Costituente europea. Il MFE venne fondato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni ed altri antifascisti al fine di suscitare un movimento di opinione a favore della Federazione europea. Tuttavia, Spinelli comprese subito che la mobilitazione popolare non sarebbe stata sufficiente se non si fosse accompagnata ad una chiara strategia capace di trasformare il consenso in un’iniziativa istituzionale precisa. Il modello era rappresentato dalla nascita degli Stati Uniti d’America. La transizione da una unione confederale, o lega di Stati, ad un’Unione federale, o Federazione, ha richiesto un salto istituzionale: fu solo nella Convenzione di Filadelfia del 1787 che gli americani inventarono una nuova forma di costituzione, la costituzione federale, che consente ad un insieme di governi di trasferire alcune competenze cruciali (il commercio e la difesa) ad un governo federale. La Federazione garantisce così l’indipendenza degli Stati e la loro unità politica nel medesimo tempo. La Federazione è uno Stato di Stati. Per Spinelli e per il MFE, a partire dal 1950, la strategia costituente ha rappresentato la spina dorsale dell’azione federalista. E, in effetti, Spinelli ha mostrato in modo esemplare come applicare ed adattare il metodo della costituente alla costruzione dell’unità europea. Lo ha fatto negli anni Cinquanta, con la CED, e negli anni Ottanta, nel Parlamento europeo eletto a suffragio universale, facendo approvare il Progetto di Unione europea, che oggi è giustamente considerato come il punto di riferimento di tutte le ulteriori riforme, compresa l’attuale Costituzione europea.
    Naturalmente, l’idea della costituente è solo un modello di riferimento; un’idea-forza che ricorda la necessità di costruire uno Stato nuovo sulla sovranità popolare, sul consenso dei cittadini. Ma è ovvio che la sua traduzione in una iniziativa politica deve fare i conti con ciò che è possibile in determinate condizioni storiche. Ad esempio, nel 1952-53, su proposta di Spinelli e De Gasperi, venne deciso dai Sei governi della Comunità di affidare un mandato costituente alla Assemblea parlamentare della CECA allargata con rappresentanze nazionali. Dopo l’elezione a suffragio universale del 1979, fu il Parlamento europeo a proporsi, su impulso di Spinelli, come soggetto costituente. Più recentemente, la Costituzione è stata elaborata da una Convenzione composta da membri del Parlamento europeo, dei parlamenti nazionali e dei governi. Ma il potere di ultima istanza é rimasto nelle mani della CIG. Chi ha protestato, nel corso dei referendum in Francia e in Olanda, per chiedere un maggiore coinvolgimento dei cittadini nell’elaborazione della Costituzione, dovrebbe anche sostenere, per coerenza, che si debba convocare una Costituente europea sulla base di una elezione diretta europea. Se l’obiettivo è quello di consentire a tutti i cittadini dell’Unione di partecipare alla costruzione dell’unità europea questa è la sola via possibile. Tuttavia, questa procedura non sempre è attuabile ed è certamente difficilissima nel caso di una Federazione sovranazionale. Il costituzionalista Carl Friedrich, alla domanda “da chi deve essere composta una assemblea costituente?”, risponde: “da non troppo pochi”, cioé da un gruppo di costituenti sufficiente a rappresentare i governanti e un gruppo sufficiente a rappresentare i governati. Non vi sono regole definibili a priori. In effetti, così sono state formate la Convenzione di Filadelfia e la recente Convenzione europea. Non bisogna dimenticare che le Assemblee costituenti fondano un ordinamento politico nuovo, la cui legittimità sarà riconosciuta solo al termine del processo costituente, in caso di successo. L’Assemblea costituente rappresenta il punto di avvio della costruzione dello Stato federale europeo. Non si può pretendere di avere lo Stato prima dell’Assemblea costituente".

    2) Blair in questa fase sembra presentarsi come il nuovo leader-ispiratore dell’Europa, ma assomiglia poco ai personaggi che in passato furono leader e ispiratori. Schuman o De Gasperi o Kohl avevano l’animo non di divisori, ma di federatori. Cosa ne pensa?

    "Blair ha delle indubbie qualità come leader nazionale. Un leader nazionale si preoccupa, tuttavia, di conservare il potere e la sovranità nazionale, non di costruire l’unità politica dell’Europa (e questa considerazione non vale solo per Blair, ovviamente). In effetti, se consideriamo il comportamento del governo inglese nella Convenzione europea e successivamente nella CIG possiamo verificare l’esattezza di questo criterio. Il governo inglese si è opposto, con molta fermezza, a qualsiasi estensione del voto a maggioranza nelle questioni riguardanti le politiche sociali, la fiscalità, il bilancio e la politica estera. é evidente che dove si conserva il diritto di veto, il processo decisionale europeo è paralizzato. Il deficit democratico europeo non sarà mai superato sino a che i governi nazionali si ostineranno a mantenere l’unanimità nel Consiglio. E il governo inglese, insieme a quello francese, è il più accanito sostenitore del diritto di veto. Non si può dunque collocare Blair tra i leader europei e i padri fondatori dell’Europa.
    D’altro canto, non è nemmeno pensabile che Blair inverta, dalla sera alla mattina, una strategia inglese verso l’Europa consolidata da decenni. Sin dai tempi della sig.ra Thatcher, il Regno Unito ha agito nell’Unione per favorire l’allargamento senza alcun approfondimento istituzionale. “Allargare per diluire”. In questo modo, si sarebbe oggettivamente favorita la trasformazione dell’Unione da un’area con vocazione politica, dunque una Federazione, come si affermava nella Dichiarazione Schuman, in un’area di libero scambio, senza alcuna identità politica. Non vi sono segni evidenti che questa strategia inglese sia mutata. Dopo il referendum francese, l’Economist ha pubblicato un editoriale in cui si brindava ad un insperato successo della politica europea della perfida Albione. I cugini francesi erano stati tanto ingenui e stolti da bocciare il progetto di Costituzione europea che rappresentava una vera spada di Damocle sul futuro della Gran Bretagna. I francesi, con il loro No, hanno tolto a Blair le castagne dal fuoco.
    Ora, con il suo discorso al Parlamento europeo, Blair ha delineato una strategia che presenta alcune luci, ma anche molte ombre. Blair ha ragione nel sostenere che il bilancio europeo vada riformato, impegnando maggiori fondi nelle politiche della ricerca e dell’innovazione e meno nell’agricoltura. Ma non dice né che il suo governo propone di ridurre la dimensione assoluta del bilancio, ora già esigua (poco più dell’1% del PIL europeo), né che non intende mettere in discussione il diritto di veto sul tetto del bilancio, sulle politiche sociali e sulla fiscalità. Blair si propone dunque di aumentare la competizione tra le nazioni dell’Unione, esasperando ulteriormente la competizione tra sistemi fiscali e tra sistemi di protezione sociale, che sono per ragioni storiche organizzati su scala nazionale. Un leader della sinistra dovrebbe avere il coraggio di parlare di solidarietà europea, di coesione sociale europea e di un piano di sviluppo europeo per la crescita e l’occupazione, come aveva tentato di realizzare Delors nel 1993. Tutti questi obiettivi richiedono un bilancio europeo maggiore, più risorse proprie all’Unione. La reticenza di Blair é, tuttavia, comune a tutta la sinistra europea. Il PSE non si è distinto dal PPE nel voto sul bilancio europeo. I maggiori partiti europei e la Commissione seguono senza troppo discutere gli orientamenti conservatori dei governi nazionali. Oggi prevale l’ideologia che si debba spolpare il bilancio europeo perché a livello nazionale i governi non hanno più risorse disponibili per far fronte all’emergenza economica. è una visione miope, anzi stupida, del ruolo dell’Europa nel mondo. Se l‘Unione europea non verrà messa in condizione di agire con efficacia nei confronti dei giganti mondiali, come gli USA, la Cina, l’India, il Giappone, ecc. nessun singolo Stato nazionale europeo potrà sperare di farcela. Ma la classe politica attuale non ha una vista sufficientemente aguzza per scorgere cosa accade al di là delle mura di casa. Sembra che la maggiore preoccupazione dei leaders nazionali sia quella di indebolire l’Europa, non di metterla nella condizione di governare la globalizzazione e di realizzare una politica estera ambiziosa, che consenta all’Unione di parlare con una sola voce, da pari a pari, alle altre potenze mondiali".

    3) In questa Europa quanto c’é del progetto spinelliano e, soprattutto, cosa manca?

    "Il progetto spinelliano è indicato con chiarezza nel Manifesto di Ventotene: costruire la Federazione europea come primo passo verso la Federazione mondiale. Questo primo passo, tuttavia, non è ancora compiuto oggi, a distanza di 64 anni dal Manifesto di Ventotene (1941). Nonostante i coraggiosi tentativi di Spinelli di sfruttare le occasioni della storia per costruire la Federazione europea mediante una Assemblea costituente, il processo di integrazione europea si è avviato, ed è proceduto, con un metodo differente, quello del gradualismo costituzionale di Jean Monnet. Non si tratta di un metodo del tutto alternativo al costituzionalismo di Spinelli. La proposta iniziale della CECA di Monnet ha consentito di superare un’effettiva impasse tra Francia e Germania che erano intenzionate a superare le rivalità del passato, ma non erano ancora disposte a costruire insieme la Federazione europea. Grazie alla Comunità, l’Europa si è avviata verso un futuro di pace e di prosperità, impossibile se fossero continuati gli odi nazionali della prima metà del secolo XX. Grazie al gradualismo costituzionale, sfruttando le istituzioni pre-federali della CECA, si è fatto il Mercato comune, poi si è eletto il Parlamento europeo a suffragio universale e si è varata la moneta unica. Il bilancio del processo di integrazione europea non deve essere considerato negativo, anche se si poteva fare di più e più in fretta. In effetti, l’Unione europea viene oggi considerata da molti osservatori come un’entità politica sui generis, perché non si riesce a collocarla né tra le federazioni né tra le leghe di Stati o confederazioni. Il Parlamento europeo è una istituzione federale. La moneta europea e la BCE sono istituzioni federali. Federale è anche il metodo della codecisione legislativa adottato tra Parlamento europeo e Consiglio dei Ministri. Quando le decisioni legislative vengono prese sulla base della codecisione legislativa il Parlamento funziona come camera rappresentativa del popolo europeo (un popolo di popoli nazionali), il Consiglio funziona come il Senato statunitense, come camera degli Stati, e la Commissione è l’esecutivo europeo, responsabile come ogni governo per la realizzazione delle decisioni assunte dagli organi rappresentativi della volontà popolare. In effetti, in uno Stato federale la volontà del popolo federale si esprime attraverso organi bicamerali.
    Si deve dunque ammettere che l’attuale Unione europea include già un nucleo istituzionale federale. Tuttavia, a fianco di questo nucleo federale convive un’Europa intergovernativa (o confederale) che conserva il monopolio delle decisioni in alcuni settori vitali della politica europea, come la fiscalità, il bilancio comunitario e la politica estera e della sicurezza. Per queste materie le decisioni vengono prese all’unanimità e basta l’opposizione di uno Stato per bloccare il processo decisionale. L’armonizzazione fiscale sul risparmio, fortemente voluta da Francia e Germania, ma osteggiata dal Lussemburgo, ha richiesto ben quindici anni prima di vedere la luce. Così avviene anche sul fronte delle politiche sociali, che sono continuamente contrastate da governi ostili, come quello inglese (si pensi alla direttiva sull’orario di lavoro), per non parlare della lotta al terrorismo, dove Europol è bloccata dai veti nazionali. Dove, al contrario, come per le questioni riguardanti il mercato interno, si é ottenuta la votazione a maggioranza nel Consiglio, si è potuto avanzare rapidamente. Si pensi all’Atto unico, approvato nel 1986, e alla realizzazione del mercato interno entro il 1992. La Commissione Delors non sarebbe mai riuscita a far approvare il pacchetto di misure necessarie all’eliminazione delle barriere interne senza l’introduzione del voto a maggioranza nel Consiglio.
    Non si può dunque separare, come alcuni sciocchi politici pensano, la battaglia sui contenuti dalla battaglia per le riforme istituzionali. Il deficit democratico e l’incapacità dell’Unione di affrontare e risolvere i problemi che assillano i cittadini sono due facce della medesima medaglia. Quando si decide all’unanimità, il Parlamento europeo e la Commissione sono esclusi dal processo. I governi nazionali si considerano i soli depositari del potere europeo e prendono spesso delle decisioni che, a casa loro, non sanno imporre ai propri cittadini. Così l’Europa diventa il capro espiatorio di tutte le proteste popolari. Inoltre, quando i governi nazionali esercitano il diritto di veto, l’Unione non riesce ad esprimere una propria politica. L’esempio più evidente è la politica estera. Se ciascun governo nazionale (come è accaduto per la guerra in Iraq) decide di fare la propria politica estera, non vi è alcuna politica estera europea. L’Europa non esiste.
    La riforma fondamentale dell’Unione, quella che consentirebbe di eliminare i residui intergovernativi e antidemocratici, consiste nell’eliminare il diritto di veto in tutto il processo decisionale. La Costituzione europea aveva compiuto dei passi in questa direzione, ma ancora insufficienti. In ogni caso, la Costituzione europea rappresenta un progresso importante, forse decisivo, perché consentirebbe di creare un quadro istituzionale in cui organizzare pacificamente e democraticamente i rapporti tra 25 Stati nazionali. Inoltre, consentirebbe ad un gruppo di avanguardia di avanzare sul terreno della politica economica e della politica estera, sino alla creazione di un vero governo federale europeo. Oggi, dopo gli esiti negativi dei referendum in Francia e in Olanda, questo processo è messo in discussione. Il progetto di Spinelli resta dunque in gran parte incompiuto".

    4) In "Per la Pace Perpetua" Kant scriveva che l’unico modo che hanno gli Stati per uscire dallo condizione di guerra è di "formare uno Stato di popoli (civitas gentium), che si estenda sempre più, fino ad abbracciare da ultimo tutti i popoli della terrai" e ancora "Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati". Kant scriveva queste parole nel 1795; cosa è cambiato da allora?

    "La Pace perpetua è stata giustamente concepita da Kant come un progetto filosofico, cioé come una costruzione della ragione fondata sull’osservazione che i rapporti tra Stati sovrani sono una forma di anarchia internazionale e che la pace deve essere garantita, quando le condizioni storiche lo consentiranno, da una Federazione mondiale, da un potere sovranazionale che impedisca agli Stati di ricorrere alla forza degli eserciti per regolare i loro rapporti. Il diritto internazionale, nel pensiero di Kant, non può essere considerato un vero diritto sino a che gli Stati sovrani potranno farsi giustizia da sé. La guerra vittoriosa stabilisce solo quale sia lo Stato più forte, non chi ha ragione. In questo senso, distinguendo tra tregua (una condizione momentanea di non belligeranza) e pace (una condizione regolata dal diritto garantito da un potere sovranazionale), Kant elabora una critica radicale del cosiddetto diritto internazionale contemporaneo che, a rigore, non dovrebbe essere considerato che una situazione giuridica imperfetta, di transizione verso un ordinamento mondiale federale (Kelsen lo definiva un diritto primitivo). In ogni caso, dai tempi di Kant, la condizione della specie umana è profondamente mutata. La Pace perpetua, dunque la Federazione mondiale, non dovrebbe più essere considerata come un progetto filosofico, ma come un progetto politico. Vi sono tre emergenze politiche mondiali che richiederebbero, per la loro soluzione, un governo federale mondiale. La prima grande questione riguarda la scoperta, la costruzione, l’uso e la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Dopo lo scoppio della bomba atomica, a Hiroshima e Nagasaki, Einstein vide con chiarezza che era venuto il momento di mettere all’ordine del giorno della politica internazionale il problema di un governo mondiale. Chiese all’ONU e alle due superpotenze, USA e URSS, di mettere le loro armi atomiche a disposizione di un governo mondiale e, dopo il rifiuto dell’URSS, propose la creazione di un governo mondiale parziale, tra i maggiori paesi democratici. Oggi, ci siamo dimenticati di questo ammonimento. La fine della guerra fredda non ha affatto risolto il problema. Il crollo della superpotenza sovietica non ha creato una pace perpetua o la fine della storia, come si è potuto ingenuamente pensare. Nonostante l’ONU, i rapporti tra Stati sovrani sono ancora regolati dalla forza militare. Nella politica internazionale è lecito uccidere e incitare alla violenza. Non ci si deve dunque stupire se oggi dobbiamo affrontare nuove minacce, come il terrorismo internazionale, la proliferazione nucleare e di altre armi di distruzione di massa (come quelle chimiche) da parte degli Stati “canaglia”. Ci si dovrebbe stupire del contrario. Ed è una illusione pensare che si possa superare questa contraddizione senza mettere in discussione il principio della sovranità nazionale. Sino a che gli USA e tutte le altre potenze mondiali, comprese quelle emergenti, come la Cina e l’India, difenderanno il principio che ogni Stato ha il diritto di farsi giustizia da sé, chi contesta (per le ragioni più varie, come i no-global o Al-Qaeda) l’ordine politico esistente si sentirà autorizzato a ricorrere alla violenza.
    La seconda grande emergenza planetaria riguarda la persistente povertà mondiale, specialmente in Africa. I divari di ricchezza tra le nazioni e i continenti, grazie ai mezzi di comunicazione di massa, sono percepiti sempre più come un’offesa alla dignità umana. Tutti sentiamo che occorre fare qualche cosa e che qualche cosa di più è certamente possibile fare, perché i paesi più ricchi e prosperi sono riusciti a debellare quasi interamente la povertà di massa al loro interno. Tuttavia, le forme di solidarietà internazionale messe in atto, come la politica intergovernativa degli aiuti, sono chiaramente inadeguate. Si può fare di più mettendo in discussione il tabù della sovranità nazionale. Basti pensare alle quote di reddito che si trasferiscono tra le regioni di uno stesso paese e quanto viene trasferito a livello internazionale. Persino l’Unione europea, con tutte le sue carenze, può essere presa a modello. Grazie alla politica dei fondi strutturali, paesi come l’Irlanda, la Spagna, e la Grecia sono riuscite nel corso di pochi decenni a convergere verso il reddito medio pro-capite dell’Unione. Se l’ONU fosse dotata di risorse proprie, anche in misura modesta, come l’UE, si potrebbe varare un piano mondiale per la solidarietà e lo sviluppo sostenibile.
    Infine, la terza grande emergenza planetaria riguarda l’ambiente. La specie umana si sta riproducendo a una velocità ben superiore a quella di qualsiasi altra specie vivente (vegetale od animale). Questi tassi di crescita si accompagnano a tassi di consumo di beni e a tassi di distruzione dell’ambiente insostenibili alla lunga. Se consideriamo orizzonti secolari, si può predire con una certa precisione che stiamo esaurendo alcune riserve energetiche non più rinnovabili (come il petrolio, l’acqua potabile, ecc.), stiamo distruggendo irrimediabilmente le foreste tropicali, stiamo provocando la desertificazione di regioni vastissime, stiamo provocando il surriscaldamento dell’atmosfera. In breve, stiano mettendo a repentaglio la vita di qualsiasi specie, compresa la specie homo sapiens. Ne frattempo, cominciamo ad esplorare lo spazio extra-terrestre, come se potessimo, in caso di necessità, trasferirci tutti su qualche altro pianeta dopo aver trasformato la Terra in una pattumiera.
    In conclusione, mi sembra che si possa sostenere che sia venuto il tempo di mettere all’ordine del giorno della politica contemporanea la realizzazione del diritto alla pace, del diritto alla solidarietà internazionale e del diritto alla vita (di tutti gli esseri viventi). Questi tre diritti definiscono l’identità del cittadino del mondo e devono essere garantiti da una autorità mondiale, un governo democratico mondiale dotato dei poteri necessari per costruire un mondo di pace, di eguaglianza tra tutti gli individui, indipendentemente dalla cultura e dalla religione di appartenenza, e, infine, rispettoso dell’ambiente che ci ospita. Questa, a mio avviso, è la traduzione del programma filosofico kantiano nel linguaggio della politica contemporanea".

    5) Alla luce della situazione attuale quali saranno le future azioni dell’MFE?

    "Il Movimento Federalista Europeo ha sempre perseguito, come ho detto precedentemente, la realizzazione della Federazione europea mediante la partecipazione dei cittadini, del popolo europeo, alla sua costruzione. Il mezzo per conseguire questo obiettivo è pertanto l’Assemblea costituente europea, che storicamente può assumere forme differenti. Oggi, dopo la battuta d’arresto provocata dall’esito negativo dei referendum in Francia e in Olanda, si tratta, in via prioritaria, di fare il possibile per tenere aperto il processo costituente. Vi sono molte forze euroscettiche e populiste, si pensi alla Lega Nord in Italia, ed alcuni governi, come quello inglese, che vorrebbero far dimenticare la necessità di dare all’Unione una Costituzione federale. Dopo la sconfitta della CED, non si è più parlato di unione politica per quarant’anni. Se questo disegno dovesse malauguratamente riuscire, l’Europa si avvierebbe verso un declino morale, politico ed economico irreversibile. Forse la guerra tra le nazioni europee non tornerà (ma si pensi alla ex-Iugoslavia) o non tornerà nel giro di pochi anni. Ma certamente gli europei si dovranno rassegnare ad occupare una posizione sempre più marginale nella storia del mondo, alla cui guida, è inevitabile, si porranno quegli Stati, come la Cina e l’India, oltre agli USA, che hanno una dimensione continentale. Il vecchio Stato nazionale europeo è un relitto della storia.
    Per tenere aperto e rilanciare il processo costituente, il MFE ha promosso e mantiene attivo, dentro il Parlamento europeo, un Intergruppo federalista che, in autunno, potrebbe lanciare la proposta di un Congresso europeo, composto da parlamentari europei e nazionali, non per elaborare una nuova Costituzione (poiché alcuni paesi devono ancora ratificare quella esistente), ma proporre un piano europeo per la crescita e l’occupazione e indicare su quali basi dovrebbe essere convocata una nuova Convenzione europea, per rispondere alle ansie e alle attese dei cittadini che hanno rifiutato l’attuale Costituzione. Nel contesto di questa fase di riflessione sul futuro dell’Europa, il MFE ha deciso di organizzare a Genova, il 3-4 dicembre 2005, una Convenzione dei cittadini europei, a cui sono sin da ora invitati tutti i partiti e le forze vive della società civile, par avviare un intenso dialogo con il Parlamento europeo. Dopo Genova, altri appuntamenti europei sono già fissati, come Vienna nel 2006. Il MFE ha sempre agito come avanguardia del popolo europeo. In questo difficile frangente della lotta per l’unità politica dell’Europa ci proponiamo di far dialogare tutte le forze politiche e sociali favorevoli all’obiettivo di un’Europa federale con una Costituzione europea. Il MFE non è un partito politico e non vuole diventarlo. Ma intende essere un soggetto attivo della lotta politica europea ed è convinto che il suo lavoro di analisi, di iniziativa e di stimolo sia indispensabile sino a che l’Europa non avrà una Costituzione e un governo federale".

    6) Quanto è vicina oggi l’Europa al superamento degli Stati-Nazione?

    "Quasi tutti i governi europei e i leaders di partito sono convinti che gli Stati nazionali sovrani debbano durare per l’eternità, persino quando propongono delle riforme europee che dovrebbero mettere in discussione la sovranità nazionale. L’esempio della Francia e della Germania è eloquente. Chirac e Schröder hanno sostenuto l’ipotesi di una Convenzione europea e di una Costituzione europea che avrebbe dovuto istituire una politica estera e della sicurezza. Hanno persino proposto la creazione di un Ministro degli Esteri dell’Unione. Ma poi hanno preteso che le decisioni in politica estera siano prese all’unanimità, dunque che l’interesse nazionale prevalga sull’interesse comune europeo. Chirac è arrivato a definire, nel corso della campagna referendaria, il Ministro degli Esteri europeo come un “malheureux”, come un povero tapino che non potrà prendere alcuna decisione nel caso in cui non vi sia l’accordo unanime dei 25 governi. Ma vi è di più. La Germania, sostenuta dalla Francia, pretende un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Se si volesse veramente costruire una politica estera europea si dovrebbe chiedere un posto per il Ministro degli Esteri europeo nell’ONU. I cittadini europei si sentono giustamente ingannati dai governi quando viene loro promessa l’unità politica europea. I governi difendono, si potrebbe dire “per definizione”, la sovranità nazionale. Per questo, l’unità europea che poteva essere fatta già agli inizi degli anni Cinquanta ritarda in continuazione. I governi sono costretti a cooperare, sono costretti a promettere l’unità politica dell’Europa ai cittadini, perché questo ideale è radicato negli animi, ma poi fanno il possibile per rinviare la decisione fatale. Ogni volta che la sovranità nazionale è in discussione cercano delle scappatoie, cioè delle soluzioni intergovernative. Ecco perché il MFE ha un ruolo indispensabile.
    Prima di concludere, vorrei osservare che il superamento della sovranità nazionale non è ormai più un problema solamente europeo. Come ho tentato di spiegare, parlando dell’attualità politica del progetto kantiano di pace perpetua, la questione si pone, seppure in termini diversi ed a più lunga scadenza, anche al livello mondiale. La sovranità nazionale è l’ostacolo da superare per garantire un futuro alla specie umana. Se vogliamo emancipare l’umanità dalla condizione di miseria, di odi etnici e religiosi, di guerra e di degrado dell’ambiente dobbiamo progettare una politica sovranazionale. Per questo la realizzazione della Costituzione europea ha un significato di portata universale. La costituzionalizzazione delle relazioni internazionali, dunque l’accettazione di una regolamentazione giuridica dei rapporti tra popoli nazionali, è un modello che potrà ispirare iniziative analoghe in altri continenti. In Africa esiste una Unione Africana che si è ispirata e si ispira continuamente al modello europeo. Così avviene in America Latina e in Asia. In breve, la Costituzione europea deve essere vista come il primo decisivo passo verso il superamento del vecchio ordine mondiale fondato sul principio della sovranità nazionale. Se nella politica mondiale si comincerà a riconoscere ed utilizzare il federalismo come un pensiero politico, alla pari del liberalismo e del socialismo, un giorno diventerà possibile anche la riforma democratica dell’ONU, mediante una Costituzione che regoli i rapporti tra tutte le nazioni della famiglia umana e istituisca un governo federale mondiale".

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