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    L’europeismo di sinistra dei movimenti no global

    27 ottobre 2005 - Franco Russo
    Fonte: Democrazia e diritto, n.3 - 26 ottobre 2005

    I Social forum europei – di Firenze, Parigi e Londra – hanno costituito uno spazio pubblico sovranazionale, dove democraticamente si è cominciato a «costruire» mediante pratiche discorsive il «popolo europeo» – senza cadere in visioni organicistiche o naturalistiche del demos.

    Il movimento no global ha criticato metodi e contenuti del «Trattato che adotta una costituzione per l’Europa» accettando la sfida costituente, facendone anzi un terreno d’iniziativa per contrastare e rovesciare le politiche liberiste. Si è insistito sempre sulla necessità di un coinvolgimento dei/delle cittadini/e nell’elaborazione dei principi costituzionali: se la questione della costituzione è quella dell’istituzione di un ordinamento giuridico in cui si affermino i diritti universali delle persone, e che fa discendere da ciò l’orga-nizzazione dei «poteri», si può affermare allora che i movimenti stanno conducendo di fatto una «lotta per la costituzione europea».
    Nelle assemblee generali, nei seminari, nei workshop sull’Europa ci si è confrontati e divisi sulla valutazione del Trattato – c’è chi lo ha considerato comunque un passo in avanti soprattutto per l’inserimento della Carta di Nizza che apre lo spazio per una sua «interpretazione evolutiva e progressiva», e chi, fra questi anch’io, ha visto nel Trattato ancora riaffermata la «signoria» degli stati e il primato del mercato a scapito dei diritti –, ma comune è stato il giudizio che la firma (Roma, 29 ottobre 2004) e le ratifiche non avrebbero comunque chiuso il processo costituente. La democrazia costituzionale europea – questa la visione prevalente dell’Fse – può essere istituita solo attraverso un processo di conquista dei diritti universali che fondino al contempo una cittadinanza europea e uno spazio pubblico sovranazionale, in cui si svolga una democrazia «multilivello».

    Su questi caratteri processuali, sui conflitti necessari per affermare a livello costituzionale i diritti universali della persona (senza più distinzioni tra nativi e non), vi è, nel movimento, un ampio consenso. Infatti, dopo la vittoria del «no» nei referendum popolari in Francia e in Olanda, si è intrapreso – in parallelo alle mobilitazioni europee degli primi anni del XXI secolo contro la guerra, il liberismo e il razzismo e a quelle di questi ultimi mesi contro la privatizzazioni dei servizi pubblici e per la garanzia dei diritti universali (per esempio per il ritiro della direttiva Bolkestein) – il percorso per la elaborazione e scrittura di una Carta dei principi dell’altra Europa. Esso avrà come prima tappa un’assemblea a Firenze nel prossimo novembre e, poi, la sua approvazione definita nel corso dell’Fse di Atene nell’aprile 2006.
    Il movimento no global non ha commesso gli errori della sinistra storica, che – con l’eccezione di limitati settori dell’azionismo e del socialismo – dinanzi alla sfida europeista di Schuman, Adenauer e De Gasperi si rinchiuse nei confini dello stato nazionale (e nel «campo socialista», cioè sotto le ali di Stalin). Oggi i movimenti sociali stanno costruendo un europeismo di sinistra, per conquistare i diritti universali – sociali, politici e culturali – e una democrazia sovranazionale.

    Nelle straordinarie giornate di Firenze, nel primo Social forum europeo del 2002, accadde qualcosa di sorprendente: nella conferenza Dalla Carta di Nizza alla Convenzione, alcune migliaia di persone parteciparono a una discussione su temi costituzionali per analizzare la crisi della democrazia europea. Per ore si analizzarono – sulla base di relazioni di alto profilo culturale svolte da Barge, Ferrajoli, Di Salvo, San José, Manitakis e Sousa Santos – i processi costituenti avviatisi in Europa, che, si rilevò, ormai non vedono solo più gli stati e i loro governi come principali protagonisti, essendo entrato in scena un nuovo protagonista: il movimento dei movimenti, con la ricchezza plurale che ne fa una prima espressione della società civile organizzata, un vero e proprio «popolo europeo in divenire».
    Nei movimenti netta è stata la critica del modo d’essere della Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing, perché se ne è contestata innanzitutto la legittimità democratica. Gli stati si sono eretti a «costituenti», accentuando ancor più il proprio ruolo di «domini» della produzione normativa, garantito loro dai trattati. I «signori dei trattati», come ebbe a definire gli stati la Corte costituzionale tedesca, sono divenuti anche «signori» del processo costituente. La centralità dei governi, che hanno un ruolo chiave nel processo legislativo dell’Unione europea – si ricordi che essi hanno compiti legislativi, cancellando in un sol colpo la separazione dei poteri e il governo parlamentare (dove il ruolo del legislatore spetta alla rappresentanza eletta) –, si prolunga fino a trasformarli in soggetti costituenti. Si è preteso di concedere dall’alto una costituzione. Su questa valutazione negativa c’è un sostanziale accordo, e, pur non sottovalutando la specificità della costruzione europea, si mette in rilievo che se l’Unione vuole fare un salto da «società del mercato e della moneta» a società democratica, segnata dai diritti di cittadinanza, deve avviare un vero processo costituente. Questo non può esaurirsi in una conferenza intergovernativa, ma deve prevedere che i popoli europei possano intervenirvi: serve uno spazio pubblico europeo come foro per discutere ed elaborare la Carta costituzionale dell’Europa. In questo processo devono giocare un ruolo il parlamento europeo e i parlamenti nazionali, ma innanzitutto gli attori sociali – dai migranti al sindacalismo, all’associazionismo ai partiti, ai movimenti. Non sarà «il popolo in piazza» a elaborare la Carta costituzionale, ma certo occorre uno spazio pubblico in cui le rappresentanze democraticamente elette e i/e cittadini/e possano discutere e decidere: una costituzione non può essere il frutto di un trattato tra stati. Sarebbe un’ulteriore inaccettabile fuga dalla democrazia. Il metodo intergovernativo, che domina le procedure decisionali, viene respinto dai movimenti. Un popolo europeo può formarsi attraverso un «patto costituzionale», realizzando un pactum unionis a cui tutti e tutte devono prendere parte. Il movimento dei Social forum europei, le «marce del lavoro», le organizzazioni di precari, le campagne di massa come quella sui migranti o sulla direttiva Bolkestein, le associazioni di ispirazione laica e credente, il vasto mondo del pacifismo sono la base per iniziare un percorso di partecipazione alla «fase costituente».

    La normatività è il tratto ineliminabile di una costituzione; essa si nutre di ragioni già passate al vaglio della storia e di altre che richiedono una propria «giustificazione discorsiva». Per i «principi storici» non può non valere l’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, che fece da preambolo alla Costituzione del 1791: «Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata né la separazione dei poteri determinata non ha affatto una costituzione». Facendoci guidare da questo articolo possiamo leggere in filigrana i dibattiti che si svolgono nel Forum sociale europeo. Fin da quello di Firenze 2002 si è messo in rilievo come invece della separazione dei poteri, nell’Unione se ne sia affermata la commistione, che ha esautorato la rappresentanza politica eletta. I governi legiferano e così hanno di fatto aggirato gli stessi parlamenti nazionali. L’altra questione emersa fin d’allora è stata la garanzia dei diritti, che ruotano intorno a pochi ma forti principi: la pace; la cittadinanza di residenza perché tutti/e godano del «diritto di avere diritti»; l’uguaglianza e la differenza di genere; la laicità delle istituzioni politiche; i beni comuni per un altro modo di produrre e altri stili di consumo.

    Il «no» al trattato costituzionale espresso nel referendum francese della scorsa primavera segna un passaggio storico: non ha perso l’Europa, sono stati messi in crisi i governi che hanno voluto dettare una costituzione attraverso un trattato da loro negoziato.
    Il «no» francese chiude la parabola storica aperta con la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, e può condurre al superamento dell’intergover-namentalismo e del regime internazionalistico, che hanno caratterizzato la costruzione dell’Unione europea. Grande fu l’invenzione di Monnet e Schuman, perfettamente consapevoli dell’atto ardito che mirava a instaurare una pace duratura in Europa attraverso il superamento dello storico conflitto tra Germania e Francia. Leva di questo processo fu «il raggruppamento» della produzione del carbone e dell’acciaio e la fusione dei loro mercati, da porre sotto un’Alta autorità, aperta agli altri paesi: «L’Europa non si compirà di colpo – sono parole della Dichiarazione –, essa si farà per realizzazioni concrete creando dapprima una solidarietà di fatto». La via dell’Unione europea era tracciata, e la si è seguita per più di cinquant’anni: l’unificazione economica e la costruzione di un mercato, prima parziale, poi comune e infine unico; la delega in campi ben delimitati di poteri sovrani a un organismo sovranazionale, la cui indipendenza dai governi è stata garantita dall’applicabilità diretta delle sue decisioni senza mediazione degli stati nazionali. Così si creò una comunità di diritto, un misto composito di rigide attribuzioni di poteri sovrani, realizzato attraverso i trattati internazionali. Quest’impostazione è assunta anche dal nuovo Trattato: l’articolo 1 afferma che all’Unione europea «gli stati membri attribuiscono competenze per conseguire i loro comuni obiettivi», assunto fondamentale ribadito all’articolo I-11, che prevede il «principio di attribuzione» in modo da costringere l’Unione ad agire nei limiti delle competenze espressamente delegate. Queste competenze sono finalizzate alla creazione di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva (articolo I-3 del Trattato). Come si vede dal 1950 a oggi un solo filo lega la costruzione europea: mercato e intergovernamentalismo.

    Questa grande invenzione politica ha fallito nel suo obiettivo finale, enunciato esplicitamente nella Dichiarazione di Schuman, quello della creazione della «Federazione europea indispensabile alla preservazione della pace». Esso è fallito, perché l’economia di mercato, stella polare del processo di costruzione dell’Unione, non è in grado di fondare una società politica. E di questo era consapevole perfino il liberale Luigi Einaudi, che, commentando il Trattato Ceca, disse che bisognava cominciare dalla «politica» se si voleva conseguire anche un risultato economico (2 giugno 1952). È il metodo funzionalistico, volto a integrare solo economia e mercato, che ora va rimosso se si vuole costruire un’Unione politica. I governi con i trattati si sono riservati il potere di decisione ultima, oltre a riguadagnare l’esercizio diretto della funzione legislativa tramite i Consigli dei ministri e la guida politica tramite il Consiglio europeo.

    Con il Trattato di Roma si costruì un’unione doganale e una comunità per l’energia atomica; con il compromesso del Lussemburgo gli stati si garantirono il diritto di veto e la limitazione del voto a maggioranza; negli anni settanta si stabilizzarono i tassi di cambio, e poi con l’Atto unico europeo (1986) si decisero 279 proposte per avere un’area senza frontiere, in cui i beni, le persone, i servizi e i capitali potessero liberamente muoversi. Con Maastricht, nel 1992, si avviò l’unione economica e monetaria, con il controllo della spesa tramite i limiti al deficit e al debito pubblici, e si eressero gli altri due pilastri della difesa e politica estera e delle politiche di giustizia e sicurezza; infine a Nizza si varò la Carta dei diritti e si rividero alcuni meccanismi decisionali. Il parlamento europeo acquisì, nel tempo, prima la procedura cooperativa e quindi quella codecisionale per partecipare alle deliberazioni delle diverse normative, che rimangono comunque saldamente nelle mani della Commissione, che sola ha il potere di iniziativa legislativa, e dei Consigli dei ministri – questo parlamento dai poteri dimezzati rimane così limitato anche nel Trattato costituzionale. Una comunità che si voleva di diritto non poteva, prima attraverso le pronunce giurisprudenziali e poi con la Carta di Nizza, non prevedere la garanzia dei diritti fondamentali, ma questi – e lo voglio affermare usando i giudizi di Federico Mancini – sono funzionalizzati alla realizzazione del mercato interno, a evitare le distorsioni della competizione, insomma a consentire il fluido scorrimento degli scambi di mercato. I diritti sono condizionati al raggiungimento degli obiettivi di un’economia fortemente competitiva, come ossessivamente si ripete nel Trattato costituzionale; ciò spiega perché l’intera terza parte del Trattato «costituzionalizza» le politiche liberiste, compresi i servizi generali e i monopoli pubblici: essa determina «la portata e le modalità d’esercizio delle competenze dell’Unione» (articolo I-12, sesto comma). Si può dire che finora i trattati hanno codificato norme regolative dell’esistente, ora si debbono elaborare norme costitutive che creino diritti e sanciscano procedure democratiche.
    Lo ha scritto con chiarezza Maurizio Fioravanti che alla costituzione si potrà arrivare solo uscendo dalla logica del trattato, delle relazioni di diritto internazionale tra stati sovrani. Occorre immaginazione e sperimentare nuove vie. Si può – a mio parere – riprendere l’indicazione contenuta nel quesito del referendum italiano d’indirizzo del 1989, approvato dall’80% degli elettori, che chiedeva di «procedere alla trasformazione delle Comunità europee in un’effettiva Unione, dotata di un governo responsabile di fronte al parlamento, affidando allo stesso parlamento il mandato di redigere un progetto di costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli stato membri della Comunità». Da qui si può articolare oggi la proposta i cui elementi centrali siano, in negativo, che i governi non esercitino più nessun potere costituente, e che, in positivo, esso sia attribuito, con una procedura «multilivello», di dialogo costituente, a «convenzioni» di cittadini/e, parlamenti nazionali e parlamento europeo. Si è aperta con il «no» francese una nuova fase di lotta per la costituzione europea. Questa deve affermare, a partire dalle tradizioni costituzionali comuni, i diritti universali della persona che istituzionalizzano i limiti e la guida della formazione della volontà politica. Non è più il tempo di arretrare nei confini della sovranità nazionale, è il tempo di una democrazia, transnazionale e federalista, europea.

    Ormai i movimenti sociali sono in grado di delineare veri e propri programmi alternativi a quelli delle classi dirigenti europee, e di collocarli in un orizzonte costituente dell’altra Europa.
    In un seminario europeo a Roma organizzato dall’Fse/Italia, nel maggio 2004, è stato fatto un primo tentativo di sistematizzazione, propedeutico ai lavori del Forum sociale di Londra, delle elaborazioni dei vari movimenti, che sono divenuti anche una base per l’organizzazione di campagne e network europei.
    Quali i risultati del seminario europeo, base oggi per proseguire la discussione ed elaborazione della Carta dei principi dell’altra Europa?
    Il primo è il rifiuto dell’Europa intergovernamentale, che si arroga il diritto di dettare una costituzione ai popoli europei, senza che questi abbiano partecipato alla sua elaborazione. Nel Trattato costituzionale sono presenti, nella sua terza parte, gli accordi sulle politiche economiche che hanno al centro la costruzione del mercato unico e la concorrenza. Mai in una costituzione sono state legittimate le politiche dei governi: per questo se ne chiede la «declassificazione», insomma l’estromissione dal Trattato della sua terza parte. Al seminario, il gruppo di lavoro sulla «democrazia» ha sottolineato che siamo dinanzi a un trattato e non a una costituzione, e che protagonisti rimangono i governi e non i popoli: «Non si può avere democrazia senza democrazia a tutti i livelli – si dice nel report conclusivo –: municipale, regionale, nazionale ed europeo».
    Il secondo punto è che un’Europa dei cittadini può essere costruita solo con una diversa fondazione della cittadinanza, legata ancora oggi allo stato-nazione e causa di gerarchia di diritti e di esclusione – non tutti/e hanno gli stessi diritti – e non tutti/e sono riconosciuti/e come persone in senso pieno. «La forza del legame cittadinanza-nazionalità comporta una certa sacralizzazione della nazionalità […] La nazionalità è un criterio di attribuzione dei diritti. Ce ne sono altri: il lavoro, e ancor di più, la residenza». La cittadinanza di residenza europea è la via per includere i/le migranti e rifondare lo spazio pubblico su scala europea, per stabilire una democrazia non più ristretta nei confini nazionali.
    Un’Europa della cittadinanza, è il terzo punto, è un’Europa che deve fondarsi sui diritti sociali – dell’istruzione, della salute e della previdenza – e sul superamento della precarietà del lavoro, che non riguarda solo i giovani o i migranti ma che determina la condizione dell’insieme del mondo del lavoro dipendente. Il liberismo vuole distruggere i diritti alla contrattazione collettiva – «ognuno è imprenditore di se stesso e contratta individualmente sul mercato» – e mina la rappresentanza sindacale, che invece deve essere rinvigorita e democratizzata: «estensione a tutti i lavoratori in situazione di dipendenza dei diritti fondamentali, un salario giusto ed equo, diritti e libertà sindacali anche sopranazionali, diritto al reddito e alla formazione continua, titolarità ai lavoratori del potere di decisione sulle proprie condizioni» sono i punti salienti delle proposte del gruppo sui «diritti sociali e del lavoro».
    Le rivendicazioni per la difesa del lavoro e del non-lavoro, si accompagnano alle proposte di nuove politiche economiche che rompano i «legacci di Maastricht», che impediscono qualsiasi politica di bilancio e di investimenti pubblici per dare invece sostegno alle politiche liberiste centrate sul potere delle imprese e dei mercati. Nuovi principi di politica economica devono mirare a cambiare gli assi delle produzioni e dei consumi, ponendo al centro la gestione democratica dei beni comuni «come strumento per contrastare la mercificazione e la privatizzazione».
    L’individualismo liberista esalta le opportunità e la competizione del mercato, che fa del potere del denaro il centro dell’esistenza, legittimando così stratificazioni sociali e di classe. L’uguaglianza non è più vista come un valore; essa invece va riproposta – è questo un altro dei punti rilevanti delle posizioni dei movimenti del Social forum – per contrastare la gerarchizzazione tra le persone, a cui vanno invece garantite le risorse per realizzare il proprio individuale progetto di vita. È la riproposizione dell’articolo 3 della nostra Carta costituzionale arricchita dal pensiero femminista della differenza che non solo «supera l’assoluto borghese e il cittadino astratto» ma anche «l’assoluto neutro maschile», portando alla luce il soggetto sessuato. La differenza non dissolve l’uguaglianza, essa invece afferma l’uguaglianza come persone e la differenza come individui.
    Il valore della pace dovrebbe essere il centro dell’altra Europa, riprendendo così il principio ispiratore dei movimenti contro la guerra preventiva e permanente: «Il primo principio costituente – così si esprime il report del gruppo su “pace e disarmo” – è rappresentato dal rifiuto della guerra come strumento di regolamento dei conflitti» per costruire un’Europa quale soggetto di pace. Da qui sono scaturite le proposte di una campagna contro le basi militari, di riduzione delle spese militari, del no all’esercito europeo, della riconversione delle strutture e dell’industria militari.
    Questo sforzo di estrarre dalle mobilitazioni di questi anni i principi che possono guidare la costruzione dell’Europa dal basso prosegue oggi, come detto all’inizio, con l’impegno di redigere una Carta dei principi dell’altra Europa, impegno che si articolerà in un’assemblea a Firenze per discutere e redigerne un draft (12-13 novembre), e in un’altra successiva e conclusiva ad Atene (aprile 2006): la Carta dei principi sarà messa a disposizione delle forze interessate a promuovere un nuovo processo costituente dell’Europa.. Di questo processo sono partecipi i collettivi del «no» francesi e le forze che, pur non avendo manifestato un rifiuto netto del trattato, sono fortemente critiche verso metodi e risultati del «processo costituente dall’alto». Questa saldatura di forze diverse è ben visibile in Italia dove nel comitato, che sta organizzando l’assemblea di Firenze, sono presenti sindacati come la Cgil, la Fiom, la Funzione pubblica e i Cobas, associazioni come l’Arci, Legambiente, Attac, Md, forze politiche come Rifondazione comunista, i Verdi e l’Mfe. L’Europa è divenuta per tutti lo spazio di iniziativa sociale e politica, e la sua costruzione democratica, pacifica, femminista, ecologica, multietnica, solidale – come recita con una qualche enfasi il testo conclusivo dell’assemblea di Parigi dello scorso 25 giugno – è l’impegno comune dei movimenti dell’Fse.

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