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    Europa, nuovo mondo

    Luciana Castellina
    Fonte: Il Manifesto - 24 marzo 2007

    Nessuno in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma lo ha ricordato, ma forse, vista la concomitanza con l'incidente diplomatico «Mastrogiacomo», sarebbe valso la pena. Parlo del fatto che il primo Parlamento a proporre l'unità europea, non fu uno del nostro continente, ma quello americano: l'11 marzo del 1947 il Senato, il 23 il Congresso. Auspice John Foster Dullas, per anni potente capo della diplomazia statunitense. Ben più che il sogno covato a Ventotene di un'Europa che, superati i conflitti del passato sarebbe diventata simbolo di pace, la sua nascita evocò la paura di una nuova deflagrazione bellica. La Cee fu infatti espediente per far ingoiare il riarmo della Germania, costruita come bastione a sostegno della trincea che tornava a solcare il continente, coincise con il culmine di un'altra guerra, quella fredda, che per non esser calda non fu meno paurosa.

    L'Unione europea non è certo stata solo questo, ha via via acquistato meriti e accumulato altri demeriti. Ma quel marchio d'origine non se l'è mai tolto di dosso: più che una comunità europea si è dato vita a una comunità atlantica. E atlantica è rimasta sempre: difficile rintracciare un gesto di reale autonomia nei confronti di Washington; e quando qualche paese l'ha osato - vedi la Germania al momento della guerra dell'Iraq - ha poi dovuto rimettersi in riga accettando di correre in quel disgraziato paese per dare una mano a riparare i danni provocati dagli americani. In qualche modo, timidamente, ci ha provato anche D'Alema, ma vediamo tutti cosa gli si sta scaricando addosso. Offrire anche solo il sospetto di esser in disaccordo con gli americani può portare sul rogo, come Giordano Bruno.

    Visto che l'Unione europea compie cinquant'anni forse potrebbe cominciare a emanciparsi. Anche perché, ammesso (e però non concesso) che la protezione militare di Washington ci sia in passato servita, oggi non si capisce più contro chi e a quale scopo. Il fatto è che, se si continua a ritenere una bestemmia mettere in dubbio l'utilità di una così cieca alleanza, è perché in fondo si è vittime del messianesimo proprio non solo al governo, ma a larghissima parte del popolo americano: la convinzione che il loro sia il migliore modello di società possibile, la «nuova Gerusalemme», e che il resto del mondo abbia tutto da guadagnare a seguire il loro esempio. Anzi, che il loro dovere è impegnarsi in una crociata, per aiutarlo ad accogliere la loro democrazia standardizzata.

    «Esistono poche cose così pericolose - scrive il vecchio storico Eric Hobsbawn - di un impero che persegue i propri interessi nella convinzione di star facendo un favore all'umanità». Visto tuttavia che la gestione del globo ad opera degli Stati Uniti sta mostrando un certo numero di crepe; visto che non sono più la sola potenza del mondo, perché altre ne stanno crescendo, l'ormai anziana Europa potrebbe forse avere un po' più di coraggio: nel ricordare che esistono dei limiti a quanto possono fare con la loro potenza.

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