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    il commento

    L'Europa e l'idiozia globale

    4 aprile 2007 - Sergio Finardi
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it) - 04 aprile 2007

    Nel recente articolo di Balibar pubblicato dal manifesto, il 28 marzo l'elenco dei temi cui l'Europa dovrebbe rivolgere l'attenzione e su cui dovrebbe trovare soluzioni nei prossimi decenni è cospicuo. Manca un solo punto: quale ceto politico dovrebbe aprire o facilitare la strada verso una politica mondiale europea che non sia la ripetizione in altre forme del suo feroce colonialismo o del suo attuale incerto espansionismo?
    Guardiamoci in giro: in tutta Europa sono almeno 30 anni che nessuno fa più formazione e selezione del ceto politico al di fuori delle cordate affaristico-politiche-mediatiche o al di fuori di ristretti circoli religiosi o intellettuali.
    Guardiamo chi è presente nei parlamenti europei, da dove viene, da chi è sostenuto, cosa realmente fa durante il suo mandato. Sparute eccezioni sono quegli eletti che hanno una formazione politica reale, indipendenza di giudizio basata su salde conoscenze specifiche professionali e su salde conoscenze politiche, economiche e sociali a grandezza, se non mondiale, almeno relativa a grandi aree, sia geografiche che tematiche. Il resto è buio, miopia accecante, pratica di potere da basso impero, corruzione da circo, ignoranza sbandierata e rivendicata, menzogne che coprono menzogne, o peggio il nulla con una faccia mediatica.
    Se poi rivolgiamo lo sguardo ai veicoli contemporanei della formazione civica e dell'opinione pubblica - la scuola e i media - lo spettacolo è da un lato quello di un ceto di educatori lasciato allo sbando ovunque, con risorse ridicole, non selezionato e casualmente buono o cattivo; dall'altro, quello di un ceto di intrattenitori ormai ridotti al linguaggio dei lupanari e di miserabili mentitori a pagamento che un relativamente piccolo gruppo di professionisti seri, di giornalisti investigativi e di intellettuali non ha ormai la minima chance di contrastare nell'acquisizione di attenzione da parte di grandi parti del pubblico. Nella loro stragrande maggioranza le scuole europee stanno divenendo uno dei cardini con cui si distrugge la voglia di conoscenza critica nelle nuove generazioni e buona parte dei media europei sono diventati da tempo i massimi produttori e veicolatori di tutto quello che di stupido, superficiale e volgare esiste al mondo.
    Gli europei vanno a quelle scuole, vedono o leggono quei media. Il ceto politico odierno ne è il pieno riflesso. E l'Italia guida trionfalmente la classifica.
    Non si sta molto meglio in altre parti del mondo. La mondializzazione dell'idiota con un titolo di studio è uno dei pochi processi gloabali che ha avuto pieno successo, mentre masse sempre più grandi di esseri umani vedono sparire sotto i loro occhi il senso di aver lottato per tutto il Novecento per l'accesso all'educazione e alla libertá politica.
    Non vi è un solo punto della lista di Balibar che può avere una qualche chance di successo se questi elementi rimangono come sono ora, posto che quella lista sia quella giusta, cosa di cui si potrebbe dubitare: «pensare» una politica europea mondiale non si può fuori dal conflitto, altrettanto mondiale, tra Capitale e Lavoro. Cina, India e Sud-Est Asiatico sono già oggi molto oltre il 50% della capacità produttiva manifatturiera mondiale e là vive una parte maggioritaria del lavoro salariato mondiale. Quando il ciclo asiatico del conflitto di classe - che è già ampio anche se per ora largamente ignorato altrove - verrà a investire i presupposti della crescita e dell'egemonia europea (e statunitense), chi sarà «l'Alter-Europa» in cui spera Balibar? Dietro le bandiere fregiate di cannoni il Lavoro europeo (per non parlare di quello statunitense) c'è già andato parecchie volte negli scorsi cento anni, per ignoranza e perché tradito dai suoi dirigenti. Forse la prossima volta, ma forse c'è già stata questa prossima volta, non ci sarà nemmeno bisogno di tradirlo.

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