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    Non basta l’euro se manca l’Europa

    11 maggio 2010
    Fonte: Arcireport - 11 maggio 2010

    Due anni fa la bolla immobiliare americana mise a nudo la patologia del modello di sviluppo fondato sul dominio degli interessi finanziari a danno dell'economia produttiva e le conseguenze furono pesanti: la contrazione dell'occupazione e dei redditi, l'arretramento dei diritti e delle protezioni sociali. Non sembra che la lezione sia servita a molto se oggi sono le stesse lobby della finanza mondiale ad accanirsi sulla crisi europea. L'attacco speculativo dei giorni scorsi non aveva come bersaglio solo la Grecia, ma la tenuta dell'intera area euro, sul piano economico e istituzionale, con la complicità di un'Unione Europea fragile, bloccata dall'arroccamento degli stati nazionali a difesa dei propri interessi particolari.

    Questa crisi è la conferma che il progetto di un'Europa fondata solo sui mercati non regge. L'Unione si è dotata di una moneta unica ma non degli altri strumenti di politica economica e fiscale, saldamente in mano ai singoli stati. Non c'è ancora un'Europa federale né una politica europea comune, e questa debolezza è il terreno più favorevole per le forze di mercato che hanno interesse a garantirsi totale libertà d'azione. Non si può pensare all'Europa unita come entità istituzionale e lasciarla esposta alle scorribande speculative che ne minacciano la tenuta sociale scaricando costi altissimi sui più deboli. Come dimostra la crisi del 2008, i mercati da soli non sono in grado di impedire i disastri prodotti dalla loro instabilità. Devono essere le istituzioni politiche ad orientare le scelte in materia economica e sociale. Ma, se le dinamiche innescate dai processi di mondializzazione scavalcano ormai il livello degli stati nazionali, questi restano l'unica vera istanza di decisione politica. Per recuperare una coerenza fra sistemi monetari e politiche di sviluppo non basta tamponare le falle con misure d'emergenza, bisogna accelerare la costruzione politica dell'Europa, con un processo che non può essere calato dall'alto ma costruito nello spazio della cittadinanza e della rappresentanza sociale, della mobilitazione in difesa del lavoro e dei diritti.

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