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    Una strategia mondiale per la nuova Europa

    Alcune idee su ciò che si potrebbe fare qui e ora. Non sarà la Rivoluzione, ma se ne sente comunque la mancanza
    30 novembre 2004 - Daniele Archibugi

    Abituiamoci al predominio degli Stati Uniti d’America. Nel campo politico, economico, militare e culturale, gli USA hanno oggi una potenza tale da non temere rivali. Finanche vecchi scettici come Paul Kennedy che, ancora nel 1987, ritenevano che gli Stati Uniti potessero in un futuro non troppo remoto perdere il proprio dominio, si sono dovuti ricredere: oggi l’egemonia americana è più solida che mai.1

    Negli anni Ottanta, l’egemonia americana era sfidata da due fattori. Da una parte c’era il rivale politico-militare, l’Unione Sovietica, ancora caposaldo di un vasto impero, dotata di arsenali nucleari capaci di annientare per centinaia di volte gli Stati Uniti e l’intero pianeta. La vecchia URSS era pur sempre un avversario temibile. In gran parte, l’antagonismo con il sistema sovietico era astratto: Est e Ovest erano due blocchi tanto rivali quanto distanti. Le sovrapposizioni quotidiane in termini di scambi commerciali, culturali o turistici erano scarse. Meno temibile ma più diretta e abituale era la sfida all’egemonia americana che proveniva dalla sfera economica e proprio dai principali partner commerciali: i due vecchi sconfitti della Seconda guerra mondiale – Giappone e Germania – avevano deciso di ingaggiare la gara non sul terreno militare, ma su quello della competitività industriale, dimostrandosi agguerritissimi concorrenti. Sfidando gli Stati Uniti sul campo che ne aveva consentito il predominio – l’innovazione tecnologica – riuscivano a esportare quote sempre maggiori di prodotti, soprattutto nei settori high-tech.

    In quegli anni, i Requiem sulla fine dell’impero americano sono stati numerosi. Si diceva, in poche parole, che mentre gli Stati Uniti spendevano le proprie risorse per difendere l’intera civiltà occidentale dal comunismo (investendo in armamenti, eserciti ed esplorazioni spaziali), gli alleati potevano in tutta tranquillità migliorare la qualità dei propri prodotti, e saturare il mercato mondiale – incluso quello americano – di automobili, televisori e computer. In poco tempo il gigante americano non avrebbe più sostenuto tanto peso.

    Ma tutti i requiem – arrivati agli albori del Terzo millennio – sono risultati prematuri. Per quanto riguarda l’orso sovietico è sparito dal panorama politico senza che fosse necessario sparare neppure un colpo. Oggi come non mai, la Russia è dipendente dagli Stati Uniti ed è ben disposta a vendere i suoi, una volta temutissimi, missili intercontinentali per un piatto di lenticchie. La grande America si è ripresa anche nell’ambito della tecnologia civile e, mentre Giappone e Germania si sono imbattute in poderose crisi economiche, nell’ultimo decennio ha iniziato a riprendere in mano saldamente anche il suo strumento di dominio privilegiato, la tecnologia, riaffermando la supremazia nel settore manifatturiero e nelle sempre più importanti tecnologie post-industriali dell’informazione e della comunicazione.

    Una nuova stagione di guerre

    Tutto il mondo osserva l’egemonia americana con un certo timore. Ciò che fa paura della potenza egemone non è tanto il suo potere economico o culturale, quanto soprattutto quello militare. Da quando si è dissolta l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti sono stati protagonisti di almeno quattro principali conflitti armati: in Iraq (1991), in Kosovo (1999), in Afghanistan (2001-2) e di nuovo in Iraq (2003). Tralasciamo qui gli interventi in Somalia (1991-92) e in Bosnia (1995-96), che hanno assunto il carattere, almeno in parte, di missioni di pace. Se negli anni Ottanta la potenza militare americana era “immaginaria” ma non schierata su un effettivo campo di battaglia, dopo la caduta del Muro di Berlino è diventata estremamente reale. Questi conflitti si configurano come quattro tappe di un percorso che ha consentito agli Stati Uniti di capitalizzare progressivamente il proprio peso egemonico.

    Quali sono le caratteristiche di questi conflitti? In primo luogo, la sproporzione delle forze in campo. Non era mai accaduto che il rapporto delle perdite tra le due parti fosse così “squilibrato”: durante la prima guerra del Golfo, le vittime irachene furono circa centomila, quelle americane e inglesi poche decine. In secondo luogo, si tratta di guerre che gli Stati Uniti hanno guidato contro paesi poveri. La Jugoslavia – il più ricco dei paesi contro cui gli Stati Uniti hanno combattuto – ha un reddito complessivo pari a un millesimo di quello americano. In terzo luogo, gli Stati Uniti non hanno agito in “auto-difesa”, ma sono stati gli iniziatori della guerra. Anche nel caso della guerra del Golfo del 1991, sebbene Saddam Hussein abbia iniziato la guerra annettendosi il Kuwait, non c’era una minaccia diretta nei confronti degli Stati Uniti. Nel caso della guerra in Afghanistan, considerata necessaria per impedire nuovi attacchi terroristici, il rapporto esistente tra il paese e i criminali dell’11 settembre era alquanto tenue: essi non avevano agito in qualità di agenti di uno Stato.

    In quarto luogo, tutte e quattro le guerre hanno anche avuto motivazioni “umanitarie”. Esse sono state deboli nella guerra all’Iraq del 1991, preponderanti nel caso della guerra del Kossovo, associate insieme alla motivazione dell’autodifesa nell’invasione dell’Afghanistan nel 2001-02, confuse con un guazzabuglio di giustificazioni (armi di distruzione di massa, connessioni con il terrorismo, attacco preventivo) nell’invasione dell’Iraq del 2003. Insomma, in tutti e quattro questi conflitti, il governo americano ha presentato le cose (soprattutto all’opinione pubblica interna) come se fosse dovere degli abitanti dei paesi bombardati “ringraziarli” per la guerra condotta contro il proprio governo.

    L’altro fattore rilevante è che il consenso internazionale raccolto dagli Stati Uniti è stato progressivamente in diminuzione. Durante la prima tappa (Iraq, 1991), gli Stati Uniti hanno messo insieme una grande coalizione benedetta dall’ONU e dalla NATO; nella seconda (Kosovo, 1999) la coalizione è stata a ranghi ridotti, con l’assenso unanime della NATO ma senza quello delle Nazioni Unite; nella terza (Afghanistan 2001-02) gli USA hanno condotto l’avventura unilateralmente, anche se le vittime dell’11 settembre hanno tacitato gli scettici. Durante l’ultima guerra, gli Stati Uniti si sono trovati soli con la Gran Bretagna, senza NATO e senza ONU. Grandi potenze come la Russia e la Cina, alleati tradizionali come la Francia e la Germania, paesi rivali dell’Iraq come la Turchia e l’Arabia Saudita si sono – con toni più o meno decisi – opposti all’invasione.

    L’egemonia USA e le sue contraddizioni

    Non sorprende che nei confronti della nuova egemonia i paesi europei si trovino disorientati. Si erano abituati negli anni della Guerra fredda a vivere all’ombra della grande America, che si comportava come un fratello maggiore spesso prepotente, ma in fondo benevolo. Le angherie subite venivano perdonate per il fatto che il fratello maggiore garantiva la sua protezione contro il ben più brutale pericolo sovietico. Raramente era successo che gli Stati Uniti si fossero imbattuti in una scelta politica cruciale umiliando l’Europa.

    Lo sgomento nel vecchio Continente è stato tanto maggiore anche per le speranze coltivate in un passato assai recente. Le democrazie avevano vinto la guerra fredda insieme, ed era legittimo aspettarsi che ciò avrebbe avuto effetti positivi anche nelle relazioni transatlantiche. Contrariamente alle aspettative, le relazioni Stati Uniti/Europa hanno invece conosciuto una brusca sterzata con l’ascesa di Bush junior alla Casa Bianca e lo shock dell’11 settembre. Quella che sembrava una presidenza orientata all’isolazionismo e che aveva mandato in questo senso inequivocabili messaggi ritirandosi da trattati e convenzioni internazionali (Kyoto, Corte penale internazionale, Trattato anti-mine), non ha fatto più mistero di voler usare la forza per imporre le sue scelte. Se per combattere la guerra del Kosovo aveva avuto bisogno di “incastrare” gli europei con la Conferenza di Rambouillet, l’amministrazione Bush non ha avuto remore ad agire contro i vecchi alleati e invadere l’Iraq.

    Continuo a pensare che il problema non risieda tanto in un’intrinseca “ribalderia” americana, il problema risiede in un fatto assai semplice: concentrare troppo potere nelle mani di una sola potenza è pericoloso. Questo vale per qualsiasi potenza, compresa quella americana. È invece diffusa una retorica secondo cui, poiché gli Stati Uniti hanno una costituzione democratica al proprio interno, questo rappresenta un naturale “correttivo” contro possibili degenerazioni autoritarie. Senonché il correttivo che funziona nella politica interna purtroppo non funziona affatto nella politica estera. Le democrazie occidentali continuano a essere pericolosamente schizofreniche. Mentre al proprio interno diventano sempre più esigenti, fino al punto che accendere una sigaretta, tirare la coda a un gatto o usare il pronome maschile sono considerati atteggiamenti asociali, se non addirittura criminali, all’esterno continuano a usare il terrore e la rappresaglia.

    Mai tale schizofrenia è stata tanto profonda come oggi negli Stati Uniti. Nel caso dell’attacco terroristico di Oklahoma City, gli USA hanno proceduto con le indagini e l’individuazione dei colpevoli, mentre dopo l’11 settembre hanno bombardato indiscriminatamente un intero paese, provocando un numero di vittime civili (afghane) superiore a quelle assassinate nelle Torri Gemelle e al Pentagono. All’interno del paese mentre vengono rispettati in maniera intransigente i diritti della difesa, per i prigionieri di guerra vengono sistematicamente violate le più antiche convenzioni internazionali. Combattenti talebani sono rinchiusi a Guantanamo e, dopo un anno e mezzo dalla loro cattura, non hanno ricevuto né un’incriminazione né la possibilità di conferire con un avvocato. Apprendiamo poi dalla stampa che tra di loro ci sono numerosi minorenni.2 In Iraq, le forze di occupazione continuano a sparare e ad arrestare senza rispondere ad alcuna norma giuridica. Negli Stati Uniti, un Presidente ha rischiato addirittura di essere rimosso se mentiva sulla sua relazione erotica con una stagista, ma ne esce indenne se coscientemente inganna l’intera nazione sulle presunte armi di distruzione di massa in un paese ostile.

    Eppure, nonostante queste insufficienze che è doveroso denunciare se si vuole che un sistema democratico liberi i propri anticorpi e generi le necessarie correzioni, oggi non è facile trovare un paese che dia più garanzie degli Stati Uniti. Qui non ci riferiamo solo ai diritti civili e politici riconosciuti a propri cittadini, ma anche alla stessa politica estera. Se una Fata Morgana ci chiedesse di trasferire il potere concentrato nelle mani USA in un altro Stato, quale potremmo indicare? Nella sola Europa, ci sarebbero ottime ragioni per diffidare dall’egemonia delle vecchie e spesso brutali potenze coloniali quali Gran Bretagna, Francia e Olanda. La Germania incute ancora timore. Danno poche garanzie i paesi in cui, fino a pochi decenni fa, masse entusiastiche inneggiavano a dittatori fascisti, quali l’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Grecia. Rimangono solo i paesi scandinavi a non essersi macchiati di crimini efferati nella storia recente, tutte comunità talmente piccole da dubitare che possano reggere il carico di potenze egemoni.

    Le rivalità nazionali nella storia d’Europa

    Per egemonia non intendo qui il concetto gramsciano, ma quello ancor più antico usato da Tucidide in poi per spiegare l’atavica tendenza degli Stati a dominare e a opporsi alla dominazione. Qualche anno fa ho avuto la fortuna di usare come libro di testo, per un corso di Storia dell’Europa, il saggio di Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia?3 Lo storico, colpevole di aver una nonna ebrea, era riuscito a sopravvivere al nazismo e alla guerra nascondendosi negli archivi. Pubblicò questo lavoro – il più importante della sua carriera – già nel 1948, solo tre anni dopo la caduta di Berlino e appena concluso il processo di Norimberga. Si tratta di riflessioni che oggi possono aiutare a individuare una strategia anti-egemonica.

    In quest’opera, Dehio reinterpretava la moderna storia europea come un susseguirsi di successive ondate egemoniche e ne enumerava sei, identificandole con altrettanti celebri personaggi: Carlo V, Filippo II, Luigi XIV, Napoleone, Bismarck e infine l’ultima, la più recente e anche la più dolorosa sia per lui che per i suoi lettori, quella impersonata da Adolf Hitler. Lo storico ricerca sempre simmetrie, e in questa sfilza di personaggi illustri troviamo tre coppie: spagnoli i primi, poi due francesi e infine due tedeschi. Ognuno di loro aveva tentato di unificare l’Europa sotto il proprio impero.

    Come mai, mentre nel neonato sistema degli Stati europei si stava faticosamente affermando il dogma della sovranità, fondato sul riconoscimento reciproco e sulla non-interferenza, sopraggiungevano forze che miravano a unificare il continente con la forza? Dehio faceva presente che, già sul nascere, lo Stato si dimostrava politicamente insufficiente, e che le interconnessioni economiche e sociali (oggi diremmo la globalizzazione) spingevano verso un’organizzazione su scala diversa. Le ondate egemoniche non scaturivano, insomma, solo da un desiderio perverso di potere, ma anche dalla necessità di giungere, sia pure con mezzi sbagliati, a una soluzione necessaria, quella dell’unione del continente.

    Una volta stabilita la scena, Dehio conduce per mano il lettore a un’implicita conseguenza: nessuna di queste ondate egemoniche ha avuto successo soggiogando il continente sotto un unico Impero. L’Europa ha continuato a mantenersi divisa, e anzi le varie ondate non hanno fatto altro che rafforzare l’identificazione dei vari popoli con la propria nazione, anche quando all’origine mancava un sentimento chiaro d’identità nazionale. Nulla come un’invasione sviluppa la necessità di gruppi diversi di riconoscersi in un popolo e di istituirsi in Stato sovrano: Carlo V e Filippo II hanno creato non solo l’identità spagnola, ma anche quella olandese. Nessun Mazzini è stato capace di creare identità nazionali profonde e durature quanto grandi conquistatori come Napoleone e Hitler.

    Ma l’assalto egemonico produceva soprattutto anticorpi nel sistema degli Stati. Le aspirazioni di ciascuno Stato di dominare gli altri sono fallite perché hanno provocato alleanze trasversali tra gli altri Stati, che hanno nuovamente ricondotto a una condizione d’equilibrio. In particolare, le potenze geograficamente “laterali” o “marittime” – quali la Gran Bretagna e la Russia – sono di volta in volta scese in campo e, tralasciando vecchi dissapori e le loro differenze interne, si sono coalizzate contro il nemico comune. L’ondata egemonica veniva respinta e l’equilibrio tra le potenze ristabilito.

    Non mancano le pecche in un tentativo di ricostruzione storica così ambizioso. In primo luogo, Dehio trascura come il sistema degli Stati europei abbia fin dal Cinquecento guardato al di fuori dei propri confini, come l’epopea delle avventure coloniali testimonia. Ma, soprattutto la tesi sostenuta poteva essere vista come un tentativo di giustificare le responsabilità tedesche: soggiogare l’Europa sotto il dominio del Reich millenario appariva solo una variante del perverso desiderio che nel corso dei secoli era stato coltivato dagli spagnoli e dai francesi prima che dai tedeschi. Come se il Führer potesse appartenere alla stessa categoria di Carlo Magno o del Re Sole.

    Che cosa ci dice l’analisi di Dehio a proposito dell’espansionismo politico americano? In primo luogo, non sarebbe interamente convincente l’equiparazione delle spinte egemoniche di Spagna, Francia e Germania con quelle degli Stati Uniti d’oggi. L’America aspira al “dominio” assai più che alla “conquista” tramite annessione. Uno storico avveduto come Hobsbawm ha, infatti, ritenuto più opportuno confrontare l’attuale dominio americano con quello britannico: entrambi fondati non sulla conquista di terra, ma su avamposti strategici sparsi in tutto il mondo.

    Ma la storia sembra ripetersi per quanto riguarda la reazione degli altri Stati: anche oggi, le potenze “laterali” sono obbligate ad allearsi senza andare tanto per il sottile rispetto alle proprie differenze nella politica interna. Man mano che l’ala oltranzista di Richard Cheney e Donald Rumsfeld prosegue la sua ascesa, il fronte comune tra gollisti e socialisti, sceicchi e burocrati riformati è destinato a consolidarsi. Il fronte tra Chirac, Schroeder e Putin è insomma la risposta attesa nei confronti di una spinta egemonica.

    C’è semmai da sorprendersi che la coalizione contraria alla politica espansionistica di Bush sia stata, finora, così esigua: perché Stati che avevano ben poco da guadagnare nella guerra – la Gran Bretagna, il Giappone, diversi paesi europei – si sono astenuti o hanno addirittura preso posizione a favore dell’invasione dell’Iraq? L’egemone incute timore, specie quando non nasconde di usare i propri muscoli per punire i disobbedienti. Ma Napoleone dovette imparare sulla propria pelle che gli alleati sotto ricatto sono poco fedeli.

    Una fusione riequilibratrice a livello mondiale

    Oggi l’Europa non rischia di essere invasa militarmente. Ma le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico non sono mai state così avverse dalla crisi di Suez del 1956. Gli Stati Uniti stanno ora elargendo prebende agli alleati più fedeli e hanno annotato nella lista nera i nomi di coloro che si sono opposti all’invasione in Iraq. Molti Stati europei, sia tra i più anziani membri dell’Unione che tra quelli più giovani, hanno gareggiato per ingraziarsi l’appoggio dell’amministrazione americana. Non solo Blair, ma anche Aznar e Berlusconi hanno infranto l’unità europea. I membri candidati che si sono schierati a favore dell’intervento hanno aperto il conto in banca a Bruxelles, ma aspirano ad attaccare sulla livrea appena ritirata da Mosca i galloni di Washington.

    Eppure, non sembra che questo fondamentale cambiamento di scenario abbia infranto il sogno dell’unità europea. Le stesse élites europee, così abili nell’usare l’appoggio americano nelle loro piccole rivalità, sono oggi più unite che nel passato. Le proiezioni egemoniche dell’amministrazione Bush hanno portato a una rara unità non solo la Lega Araba, ma anche l’Europa. La campagna acquisti americana sembra fermarsi in Europa al breve periodo. Come mai nel lungo periodo riesce a essere così poco attraente?

    Le offerte degli Stati Uniti all’Europa sono sostanzialmente due e per brevità le chiamerò la visione repubblicana e quella democratica. Nella visione repubblicana, esemplificata da Paul Kagan, l’Europa deve prendere atto dei nuovi rapporti di forza e capire che gli Stati Uniti non hanno bisogno del suo appoggio per raggiungere i loro obiettivi. Marte (gli Stati Uniti), può far la guerra senza Venere (l’Europa). Senza alcuna ipocrisia, persone come Rumsfeld e Wolfowitz richiedono agli alleati europei di non ostacolare i piani americani e di fornire il proprio sostegno quando richiesto. Rumsfeld ha incoronato questa dottrina quando, con uno sgarbo del tutto gratuito, dichiarò pubblicamente, pochi giorni prima dell’inizio della guerra contro l’Iraq, che gli Stati Uniti potevano fare a meno del supporto militare inglese, assestando l’ultimo ceffone a un Tony Blair desideroso come non mai di compiacere i suoi alleati d’oltre Atlantico.

    Non è molto più allettante la prospettiva offerta dalla visione democratica. Andrew Moravcsik,4 ad esempio, ha suggerito un nuovo “accordo” nel quale Stati Uniti e Europa si debbano dividere i ruoli sulla base di ciò che sanno fare meglio. Tradotto in volgare, la divisione del lavoro prevede che gli Stati Uniti combattano contro gli Stati canaglia e gli europei ricostruiscano. I primi dovrebbero avere le mani libere per sfasciare, i secondi accorrere ad aggiustare. Con l’implicita clausola che sarebbero sempre gli Stati Uniti a decidere chi, dove e quando bombardare. Né i falchi né le colombe lasciano agli europei un ruolo di cui andare orgogliosi. Ma gli europei, a cosa aspirano per se stessi?

    C’è una diffusa consapevolezza nel vecchio Continente sul fatto che non si può diventare un’alternativa all’egemonia americana. Il progetto di un super-Stato europeo, che accentri un potere analogo a quello degli Stati Uniti, e che, se necessario, sia in grado di contrapporsi alle sue politiche, è oggi impraticabile e anche insensato. Si vede in modo esplicito quando si mette mano al nodo principale su cui scorre qualsiasi super-Stato: quello delle forze armate. Nessuno Stato europeo è disposto a mettere in via definitiva le proprie forze armate sotto un controllo sopranazionale, né i singoli Stati sono disposti a dedicare alla difesa una quota analoga a quella degli Stati Uniti.

    Solamente i due vecchi imperi – Gran Bretagna e Francia – spendono una cifra pari al 2,5 per cento del loro prodotto interno lordo per la difesa. Gli altri paesi si attestano su quote inferiori e distanti dal 3,1 per cento degli Stati Uniti.5 Ma poi, contro chi dovrebbe indirizzarsi una più efficace forza militare? Contro gli Stati Uniti o contro la Russia? È tanto poco probabile quanto poco auspicabile. Contro qualche Stato canaglia? C’è da sperare che l’Europa sia capace di raggiungere i propri obiettivi politici senza ricorrere alla forza.

    Tuttavia, anche senza avere una potenza militare comparabile con quella degli Stati Uniti, l’Europa può riuscire a svolgere una funzione equilibratrice, specie nei momenti – oggi più frequenti – in cui gli Stati Uniti si abbandonano spudoratamente ai propri sogni di dominio. L’Europa dispone di strumenti sufficienti per avere un ruolo – e di primo piano – nella politica mondiale. Se il bastone non è efficace, bisogna sapere usare la carota. Sappiamo che la bontà della carota è anche connessa alla durezza del bastone, e che se il bastone è marcio, lo diventa pure la più saporita carota. Ma è vero anche il contrario: la quantità e qualità delle carote rendono più temibile anche il bastone.

    Pregi e difetti della nuova Costituzione

    Guardiamo, ad esempio, l’aiuto allo sviluppo, la carota più significativa offerta dai paesi ricchi a quelli poveri. Tutti i paesi europei, inclusi la Grecia e l’Italia, destinano ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, in proporzione al prodotto interno lordo, degli Stati Uniti. Complessivamente, l’Unione Europea fornisce un aiuto allo sviluppo pari a 26 mila milioni di dollari, mentre gli Stati Uniti non arrivano a 11 mila milioni di dollari.6 Eppure, non sembra che ciò abbia implicazioni reali sulla capacità dell’Europa di ottenere ciò che desidera dai paesi in via di sviluppo.

    La lista delle carote a disposizione della politica estera europea è lunga. Si prenda il caso della oramai perenne crisi medio-orientale. Il maggiore partner commerciale non solo della Siria e dell’Egitto, ma anche d’Israele è l’Unione Europea. Eppure, quando nell’aprile 2002 il Commissario responsabile dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Javier Solana, intendeva visitare Yasser Arafat, il governo Sharon glielo proibì, facendogli passare lunghe ore nelle sale d’aspetto degli aeroporti prima di rispedirlo, senza saluto, a Bruxelles. Il governo israeliano sapeva che il proprio comportamento non avrebbe provocato alcuna ritorsione: neppure un pompelmo è stato bloccato alle dogane europee.

    Le stesse politiche comunitarie non sono state utilizzate per ottenere vantaggi politici. I paesi dell’Est Europa, mentre premono alle porte per entrare nell’Unione Europea, spesso a seguito di dure trattative commerciali, sono i primi ad allinearsi ai voleri di Washington nelle questioni militari. La diplomazia europea si è guardata bene dal richiedere ai membri futuri di aderire anche a un progetto politico comune del vecchio Continente.

    Le carote europee, insomma, esistono. Ma sono usate terribilmente male. E lo sono perché ogni Stato preferisce usare il suo piccolo tubero per difendere i propri interessi nazionali piuttosto che per difendere la causa comune europea. Anche nel caso di Solana, l’evento fu percepito con maggior clamore in Spagna, semplicemente perché si trattava di un uomo politico di provenienza spagnola. L’umiliazione è stata avvertita molto di più per il paese di provenienza dell’uomo che non per la carica che egli ricopriva. Come se Clinton fosse prima di tutto un cittadino dell’Arkansas e Bush junior un uomo del Texas.

    Gli europei sono consapevoli di questi pericoli. La bozza di Costituzione Europea introduce due innovazioni, che intendono salvaguardare l’Unione Europea da ulteriori umiliazioni in politica estera: la prima riguarda l’istituzione di un Presidente fisso per il Consiglio Europeo in sostituzione dell’attuale Premier a rotazione. La seconda, la figura di un Ministro degli esteri e della difesa. Saranno sufficienti queste innovazioni per usare più efficacemente gli strumenti a disposizione dell’Unione Europea? Purtroppo, nella bozza della Costituzione Europea approvata dalla Convenzione non è stata recepita la terza innovazione che avrebbe rafforzato le altre due: il principio del voto a maggioranza per le questioni di politica estera e della difesa.

    Ma, al di là di questa indispensabile ingegneria dell’integrazione, sembra di poter dire che oggi l’unità europea non è più questione che riguarda solo i diplomatici. La crisi irakena ha introdotto con forza un nuovo soggetto politico: i movimenti globali. In Europa, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, il 15 febbraio 2003 milioni di persone hanno manifestato contro la guerra di Bush. Secondo la CNN, sono scese in piazza 110 milioni di persone, il 2% della popolazione mondiale. Il giorno dopo, il New York Times ha definito i movimenti globali una super-potenza contrapposta all’amministrazione americana. Forse è nata quel giorno la convinzione in Europa che fosse necessaria un’accelerazione decisiva al processo d’integrazione. È nata una spinta dal basso per l’Europa, intesa non solo come unità culturale, ma come istituzione politica. Gli intellettuali europei si sono assunti il compito di esprimere questo sentimento, da ultimo tramite l’iniziativa sull’identità europea promossa da Jürgen Habermas.7

    Una strategia antiegemonica

    Sarebbe un imperdonabile errore di provincialismo pensare che la politica mondiale sia una partita tra Stati Uniti ed Europa. Troppo spesso europei e americani hanno lo stesso vizio: quello di pensare di essere – se non gli unici – i privilegiati abitanti di questo pianeta. Ma il mondo è ben più vasto di quanto lo siano due sole regioni: USA e UE accentrano poco più del 10 per cento della popolazione mondiale. A soffrire dell’egemonia americana oggi non sono solamente gli europei – ne soffrono di più gli altri continenti, a cominciare da quelli che rischiano di essere bombardati – pericolo che, almeno oggi, l’Europa non corre più.

    Una strategia anti-egemonica è quindi destinata a fallire se viene intesa esclusivamente come europea. I primi e più naturali alleati sono le altre nazioni democratiche. Basti pensare al ruolo che possono svolgere i canadesi, vicini fedeli degli Stati Uniti che però in più occasioni hanno tentato di frenare i loro eccessi. Resta il problema delle altre potenze, quali la Cina, l’India, il Giappone, aree nei confronti delle quali l’Unione Europea brilla per l’assenza di politiche strategiche.

    Non bisogna nascondersi, tuttavia, che in molti casi i vari paesi europei e la stessa UE sono stati pragmatici almeno quanto gli Stati Uniti – per quanto molto meno efficaci – nel ricercare le proprie alleanze internazionali. L’Europa è stata molto meno “aggressiva” degli USA nel denunciare le violazioni dei diritti umani e la mancanza di democrazia in paesi esterni. È pur vero che gli Stati Uniti hanno applicato alquanto “selettivamente” i propri criteri, e che nel corso degli anni abbiamo visto paesi come l’Iraq e il Pakistan trasformarsi da amici in nemici e viceversa e come, a ogni occasione, le violazioni dei diritti umani siano state gonfiate o sgonfiate. L’Unione Europea è stata certamente meno ipocrita, ma anche meno sensibile alla protezione dei diritti umani.

    Una Scandinavia del mondo?

    Vediamo allora quale potrebbe essere una strategia volta a fare dell’Unione Europea una sorta di “Scandinavia” del mondo, una grande area che non sia necessariamente una grande potenza.

    Aiuti allo sviluppo – Prima di tutto, aumentare sia la quantità degli aiuti allo sviluppo che il loro impatto. Per quanto riguarda la quantità, basterebbe che i paesi europei – almeno loro – mantenessero gli impegni che hanno già preso. Allo stato attuale, i paesi europei destinano come assistenza netta allo sviluppo solo lo 0,33 per cento del loro prodotto nazionale lordo. Se si impegnassero a raggiungere l’1% (cifra raggiunta oggi solo dalla Danimarca, e a cui si avvicinano gli altri paesi scandinavi), il peso contrattuale dell’Europa sullo scenario mondiale sarebbe assai maggiore, e senza bisogno di ricorrere a bombardamenti aerei.

    C’è anche un problema di efficacia e di efficienza di queste risorse: nella maggior parte dei casi, i fondi destinati al Terzo mondo sono un sostegno alle imprese nazionali almeno quanto un aiuto allo sviluppo.8 Un maggiore coordinamento della gestione a livello dell’Unione (che oggi invece gestisce poco più di un quarto degli aiuti forniti dai paesi europei) potrebbe avere effetti notevoli.

    Apertura del mercato europeo – L’economia europea continua a essere una delle più chiuse del mondo. Il sostegno dato all’agricoltura è pari all’1,4% del prodotto interno lordo, contro lo 0,9 degli Stati Uniti. Aprire di più i mercati riducendo le tariffe e i sussidi sui prodotti agricoli renderebbe effettivamente l’UE il più ampio mercato del mondo non solo per gli europei, ma anche per i paesi in via di sviluppo.

    Consolidamento della democrazia e protezione dei diritti umani – Gli incentivi economici – sia in aiuti che in apertura dei mercati – devono essere più direttamente collegati all’evoluzione dei sistemi politici interni. L’Unione Europea ha svolto un compito titanico, e troppo spesso misconosciuto, nell’aiutare il consolidamento della democrazia nei paesi dell’Est. Ma finora è stata molto più timida a usare i suoi strumenti per i paesi in via di sviluppo.

    Il potere dell’euro – Siamo ancora all’inizio dall’aver tratto dall’euro tutti i possibili benefici. In particolare, la sua utilità come strumento di politica estera non è stata ancora percepita. Probabilmente, i governi europei hanno voluto mantenere un tono minore per evitare eccessivi risentimenti nel regno del dollaro. Ma con l’introduzione dell’euro, è terminato il monopolio del dollaro come riserva di valore. Gli europei dovrebbero valorizzare di più questo vantaggio, aumentando considerevolmente i beni e i servizi, a cominciare dalle materie prime, denominati in dollari. Ancora oggi, tutti gli organismi internazionali denominano le proprie contabilità e le proprie statistiche in dollari. Non sarebbe il caso di richiedere almeno la doppia denominazione?

    Forze di pace – Il fatto che l’Unione Europea non debba essere condannata a ricostruire con le missioni di pace ciò che gli Stati Uniti demoliscono con la guerra non significa che l’UE non si debba impegnare maggiormente in missioni di pace. È uno scandalo che gli Stati europei abbiano dovuto attendere l’arrivo degli Stati Uniti, nel luglio 1995, per porre fine alla guerra nell’ex-Jugoslavia. Al fine di prevenire avventure militari, l’Unione Europea deve essere capace di prevenire i conflitti, con forze di pace sufficientemente attrezzate da essere credibili.

    Riforma delle organizzazioni internazionali – Oggi che il multilateralismo e le organizzazioni internazionali sono state umiliate dall’amministrazione Bush, l’Europa deve prendere in mano le redini per farle tornare al centro delle decisioni politiche globali. La coalizione anti-egemonica si costruisce oggi nelle istituzioni volte a far valere la legalità internazionale e la cooperazione.

    Dalla sfera pubblica europea alla sfera pubblica mondiale – Una delle caratteristiche essenziali dell’integrazione europea è di aver coinvolto nel processo non solo i governi, ma anche i cittadini. Oggi i cittadini europei fanno sentire la propria voce in un Parlamento eletto, dove si discute e si delibera nonostante la presenza di 11, e presto 20, diverse lingue ufficiali. Sta crescendo una società civile europea. Per questa sua fisionomia, l’Unione Europea è oggi nella condizione migliore per prestare ascolto anche a un’opinione pubblica mondiale spesso più progredita dei propri governi. Un’Europa che si ponesse come potenza civile al servizio del mondo avrebbe il merito storico di opporsi a un’egemonia, diventando in cambio la paladina di un progetto di una democrazia cosmopolitica.

    1 Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1988; Paul Kennedy, “The Eagle has landed”, Financial Times, February 2nd 2002.

    2 “US detains children at Guantanamo Bay”, The Guardian, April 23, 2003, http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,941876,00.html

    3 Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia? Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, a cura di Sergio Pistone, Biblioteca del Federalista, Il Mulino, 1988.

    4 Andrew Moravcsik, “Striking a New Transatlantic Bargain”, Foreign Affairs, July/August 2003, vol. 82, no. 4, pp. 74-89.

    5 World Bank, World Development Indicators, Washington, D.C., 2003, table 5.8, p. 286.

    6 Organization for Economic Co-operation and Development, Net Official Development Assistance Flows in 2001, Paris, 2003.

    7 Jürgen Habermas e Jacques Derrida, “L’Europa alla ricerca dell’identità perduta”, La Repubblica, 4 giugno 2003. Altri intellettuali sono interventi sul tema, tra i quali gli italiani Umberto Eco (La Repubblica, 31 maggio 2003) e Gianni Vattimo (La Stampa, 31 maggio 2003).

    8 Giulio Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari, Feltrinelli, 2002.

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