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    Le fonti europee di una ricchezza immateriale

    Nell'ambito di una rassegna titolata «TransEuropaExpress» ventisei scrittori sono invitati a Roma per leggere un testo inedito sul significato che attribuiscono alla comunità europea. In questa pagina, le considerazioni del tedesco Friedrich Christian Delius sul carattere di avanguardia politica che assume chi si occupa di letteratura. Saranno raccolti in un libro che Rizzoli pubblicherà in primavera gli interventi degli scrittori, per lo più non ancora tradotti, che fino a sabato leggeranno a Roma
    Friedrich Christian Delius ((Traduzione di Alberto Scarponi))
    Fonte: Il Manifesto - 24 febbraio 2005

    Nella primavera del 1988 si riunirono a Berlino-ovest, una quarantina di scrittori per un congresso intitolato «Un sogno di Europa». Venivano da ogni parte del continente europeo, e inoltre erano giunti Susan Sontag dagli Stati Uniti e Kuma Ndumbe III dal Camerun. Non so se, oltre me, vi siano qui altri veterani che abbiano partecipato a quel congresso. György Konrád ci sobillò allora a importunare i capi di governo degli stati firmatari del Trattato di Helsinki con domande come: «Non è anche lei del parere che il superamento della spaccatura dell'Europa sia all'ordine del giorno della politica?». Konrád come la maggior parte di noi tentava di pensare una Europa sensa divisioni. Non avevamo idea di quanto vicini fossimo all'utopia. Ma rifletterci sopra, come oggi sappiamo, ci ha aiutato. Da allora sono trascorsi quasi diciassette anni, e si è verificato un miracolo, per il quale - a dire il vero - non dobbiamo ringraziare soltanto la capacità di concepire utopie degli scrittori. L'Europa è divenuta un nuovo continente, quasi privo di confini, vitale e rude, consapevole di sé e brontolone, sentimentale e burocratico, che si rimescola e contraddice di continuo, ogni regione con un diverso equilibrio fra pesi locali, nazionali e globali. Problemi, pericoli, attriti ce ne sono quanto basta, ma, poiché gli scrittori comunque non li possono risolvere, noi oggi, qui a Roma, speriamo di avere qualcosa di meglio da fare che sciorinare i soliti tormenti e lamenti sull'Europa e imbarcarci in una olimpiade della geremiade o, più modestamente, in un campionato europeo della lamentazione. Io in ogni caso vorrei rinunciarvi, quantunque proprio ai tedeschi vengano attribuiti particolari talenti in questa disciplina olimpica. Anche agli italiani, lo so.

    Mi sembra più fruttuoso però continuare a dipanare i pensieri del 1988. La nuova Europa infatti deve ancora scoprire se stessa e apprendere a stimare e consolidare i suoi pregi. A chi ritenesse ciò idealistico oppure eurocentrico vorrei rispondere citando qualcosa dal libro più recente dell'americano Jeremy Rifkin, Il sogno europeo, il cui sottotitolo nella versione tedesca recita La visione di una sommessa superpotenza, mentre nella versione italiana è più descrittivo: Come l'Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano. Per il prevedibile declino degli Usa dopo la seconda elezione di Bush, le tesi di Rifkin del 2004 divengono oggi, mese dopo mese, ancora più attuali. Egli parla della fine del sogno americano, perché a suo avviso non è più possibile risolvere i problemi del mondo moderno con il principio della concorrenza, dell'egoismo, dell'individuo che fa da sé. Possibilità assai maggiori ha, secondo Rifkin, «il sogno europeo basato su inclusività, diversità, sviluppo durevole, diritti sociali, diritti universali dell'uomo e sulla pace e la cooperazione fra gli uomini. Sono queste le componenti di un'alta qualità della vita, e i risultati sono impressionanti. Sebbene gli americani abbiano un reddito pro capite maggiore del 28%, gli europei godono sotto molti rispetti di una qualità della vita superiore, un chiaro segno del fatto che alla lunga la cooperazione è una via più sicura per la felicità che non la concorrenza».

    Non posso qui entrare nei particolari. Vorrei solo precisare che in tale qualità della vita rientra anche quel Giardino dell'Eden in cui si muovono gli scrittori, vale a dire le distese della cultura e le profondità, le bellezze dell'arte. Parlo dunque di una ricchezza che l'Europa possiede. Ma che è ancora lontana dall'avere concepito a sufficienza come ricchezza.

    Parlare di ricchezza significa parlare dei contravveleni di cui disponiamo per resistere all'istupidimento della società, dei mezzi che abbiamo per sviluppare la sensorialità, il sapere, il senso comune. Dei mezzi per ravvivare la democrazia e apprezzare, garantire e usufruire delle libertà conquistate con dure lotte. Si tratta di mezzi che noi, europei felici, non dobbiamo troppo cercare. Nelle biblioteche, nei musei, nei teatri, ma anche nelle sale da concerto, in Internet, nelle librerie, qua e là nei cinema, perfino nei migliori programmi televisivi e in alcuni giornali viene presentata questa ricchezza, il tesoro della corona della nostra civiltà si trova in abbondanza. Non è difficile trovarlo, dobbiamo soltanto allungare il braccio, aprire gli occhi, le orecchie, le mani, è davvero quasi come nel paese di cuccagna.

    Manca una sola cosa, la coscienza di questa ricchezza. Cioè la felice sensazione di vivere in una cuccagna. Per chi si guardi intorno nel mondo, persino nei paesi ricchi, è difficile trovare una ricchezza pari a quella dell'Europa, una pari abbondanza di offerte, suggestioni, impulsi. Non si tratta affatto di fare confronti statistici fra le nazioni, circa il numero di libri o di teatri o di metri di pellicola o, nei teatri dell'opera, di posti a sedere pro capite e per paese. Più importante è domandarsi se noi abbiamo realmente già scoperto il nostro paese della cuccagna e se sappiamo goderne.

    Infatti manca un'altra cosa, la responsabilità di dover trasmettere questa ricchezza alle generazioni successive. Le arti sempre più vengono viste e usate come un rifugio, come un risarcimento di senso. Dovunque manca l'orientamento, e allora lo si cerca, se non nella religione, nell'arte. «Il disagio nel mondo», sto citando Thomas E. Schmidt, «il deperire della morale, l'imbruttirsi del pianeta a causa dell'economia globale, il delirare della scienza, l'istupidimento delle masse», tutto questo induce ad aspettarsi la salvezza, con moderazione, dal regno terreno della cultura e dell'arte. È per questa ricchezza immateriale che centinaia di migliaia di giovani si accalcano quando si tratta di cinema, di spettacolo, di musica, di videoarte, di pittura e di attività letteraria. Se ciò sia sempre bene e sia giusto, è questione aperta. Importante è che qui si cerca una compensazione al trend dello schema del sì oppure no, on oppure off, in oppure out, imperante dappertutto. Le arti possono offrire attività non-lineari e non-alienate. Stanno in contraddizione con la morale dei costi-benefici e, se va bene, possono avere gli utili - privati e pubblici - massimi, perché incalcolabili e non accertabili con nessuno dei criteri McKinsey. La fame di questa ricchezza è in ogni caso maggiore di quanto non pensiamo. Eppure viene considerata come un bell'accessorio, non come la spirituale miniera d'oro della nostra democrazia.

    Io sarei perfettamente soddisfatto se le persone che questa ricchezza intuiscono, apprezzano, usano e accrescono, ad esempio i professori e gli insegnanti di scuola, gli autori e gli altri operai della vigna del linguaggio, non ne parlassero sempre e soltanto in tono lamentoso. Stranamente coloro che traggono profitto dalle miniere d'oro dello spirito e della fantasia, per la massima parte si presentano piuttosto scoraggiati, sono sulla difensiva. Ovvero si sentono sospetti in quanto ultimi rappresentanti di una cultura formativa in estinzione e per ogni dove subodorano un tramonto, solo perché le cose non vanno più nella maniera spensierata in cui si dice andassero un tempo.

    Eppure non c'è nessun motivo per scoraggiarsi. «L'estetica» ha detto Brodskij, «è la madre dell'etica: le nostre categorie di «buono» e «cattivo» sono in primo luogo di natura estetica[...]. Ogni scelta estetica è faccenda assolutamente individuale e l'esperienza estetica ha sempre carattere privato. Ogni nuova realtà estetica fa diventare tale esperienza ancora più privata, e questo carattere di privatezza, che talvolta si maschera da gusto, letterario o altro, non è una garanzia, ma comunque è una difesa efficace contro ogni forma di asservimento. Una persona dal gusto sicuro, specie in questioni di stile, è infatti meno recettiva davanti ai ritornelli primitivi e alle formule evocative ritmiche, che caratterizzano ogni tipo di demagogia politica.»

    Perché le persone che hanno fame di cultura e il gusto di leggere sono, e questo va detto con tutta chiarezza, solitamente anche in possesso di un più ampio orizzonte e di una maggiore capacità di sentire, e tendono a resistere a chi vorrebbe sottometterle. Le persone che si dedicano alla letteratura non sono facili da opprimerle, da manipolarle politicamente - perché chi legge fa anche domande e impara a dubitare.

    La gente dotata di fantasia e curiosità, che ha voglia di ascoltare, non è molto malleabile davanti ai generali, ai burocrati, agli ayatollah e agli standardizzatori delle idee, di qualunque ideologia si tratti. Per cui sono queste persone la vera avanguardia, il sale della società, le forze realmente progressive, orientate al futuro e idonee a produrlo. L'ironia è che esse per lo più non lo sanno.

    Chi si sente attratto dai libri, chi si fa muovere dai romanzi e persino, forse, estasiare e irritare dalle poesie, chi non vuol vivere senza i linguaggi, difficili da tradurre in parole, della musica e della grande pittura, chi non intende rinunciare alle irritazioni e alle espansioni di coscienza causate dal teatro e dai film può darsi che non sia astuto come altri, come gli avvocati, gli informatici, i mediatori d'affari, i politici, i genetisti e tutti gli esperti scientifici che armeggiano intorno al nostro futuro. Più di altri, però, vuole sapere della vita. Forti abbastanza da lasciare che si mettano in questione, di quando in quando, le proprie vedute, questi lettori sanno che i libri nuocciono alla stupidità - non tutti, eppure sorprendentemente molti libri. Questi lettori non si accontentano di risposte sbrigative. Cercano le cose complesse, non quelle piatte e monotone. Traggono piacere dai giochi linguistici, dalle melodie e dalle figure della lingua. Dall'individualità e dalla ostinazione. Sanno che la vita umana non è riducibile al sì/no, in/out, buono/cattivo, guadagno/perdita, o a formule analoghe. Quindi sanno più della maggior parte delle persone, comunque più di coloro che sottopongono tutto alla razionalità del denaro o a quella dei commi giuridici e che quindi risultano oramai poveri e falliti, risultano gente di ieri.

    Al più tardi fra dieci anni gli esperti, che oggi riconoscono soltanto la cosiddetta efficienza, si rammaricheranno e reclameranno: sì, abbiamo bisogno di più formazione alla lettura, di più scienza umanistica, di più senso dell'arte. Infatti questa mia tesi, apparentemente antiquata e banale, riceverà la conferma non solo dell'esperienza, ma ancor più delle modernissime ricerche sui cervelli e sulla cultura: senza idoneità artistiche non si danno idoneità sociali, senza emotività non si dà capacità intellettiva, senza sensibilità per le arti non si dà sensibilità per la democrazia e la libertà, senza letteratura, ad esempio, sprofondiamo nella barbarie. «E chi non coglie la voce della poesia, / è un barbaro, chiunque egli sia», fa dire il vecchio Goethe al duca di Ferrara, cioè a un politico.

    «Chi non legge, non conosce il mondo», ha detto Arno Schmidt, che è un po' più giovane. Frasi come queste costituiscono le fondamenta dell'Europa. Certo, non ci si può attendere che ognuno sia entusiasta della letteratura. Ciò nondimeno la minoranza che conosce questa ricchezza e vorrebbe trasmetterla ai posteri, può affrontare questi odierni barbari con spirito molto più battagliero di quanto non sia avvenuto fino a ora. Perché i fatti parlano contro di essi. Ad esempio, contro i potenti della televisione e dei media, i quali - e non si tratta purtroppo di un cliché o di un pregiudizio - prima di tutto promuovono la stupidità e, come dimostrano anche indagini di lungo periodo, riversano sul pubblico malattie e brutture fisiche e morali, che finiscono per generare l'indifferenza morale e politica. Anche all'inverso vale la frase di Daniel Barenboim: «Chi non promuove la letteratura, l'arte, la cultura, insomma il dialogo, promuove l'egoismo, il vandalismo, il terrorismo». Non c'è dunque alcun motivo di essere indulgenti con gli idioti delle quote (azionarie), gli strangolatori della parola, gli annientatori della cultura. Con quei politici, quegli industriali elettronici e mediatici che hanno investito miliardi per trasformare i nostri bambini e, a mano a mano, anche i giovani in minorati mentali e fisici. Questi codardi davanti alla parola, davanti alla parola differenziatrice, vanno governando da piani sempre più alti. E vogliono - quanto a pluralismo mediatico, cultura, mercato del libro, ecc. - passo dopo passo ridurci al basso livello del resto del mondo. Essi hanno la libertà di non occuparsi di questi argomenti, perché non si accordano con il loro pensiero da profitti trimestrali. Noi però abbiamo la libertà di definire questi signori, argomentando, di definirli barbari, vandali, corruttori dell'infanzia e agenti della stupidità, anche quando siedano in prima classe o si chiamino Silvio Berlusconi.

    Una cosa è certa, loro appartengono a ieri - se l'Europa deve avere un futuro democratico.

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