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    Ricordi di guerra

    L'uomo del termometro

    Da ubriacone e drogato ad aiuto infermiere nell'ospedale congolese di Kimbau. È la storia di Moloch, raccontata da Chiara Castellani, che da oltre 20 anni è chirurgo di guerra nei paesi più martoriati di Africa e America Latina. E oggi un libro ripercorre l'eccezionale esperienza di questa volontaria.
    11 maggio 2005 - Chiara Castellani

    Lo chiamiamo Moloch, non so cosa significhi il soprannome. Ma ha un suono cupo, un po' minaccioso, che mi ricorda il suo terribile passato. Un nome che sintetizza una storia miracolosa.
    Quando l'ho conosciuto, nel 1994, Moloch era un ubriacone che passava le giornate sdraiato davanti alla cucina dove suor Ramona, anziana religiosa catalana, faceva preparare un pasto giornaliero ai malati di lebbra e tubercolosi dell'ospedale di Kimbau, a 500 km da Kinshasa. Era sporco, stracciato, la barba lunga, i capelli incolti, le pulci penetranti sotto le unghie dei piedi.
    Oltre che bere, fumava la canapa indiana, che in Congo è vietata ma è coltivata ugualmente. E mangiava ciò che avanzava in cucina.

    Uno strano amico

    Io avevo già una mano sola (Chiara ha perso un braccio nel '92, ndr), e la consapevolezza che tutti siamo un peso o un sostegno per gli altri, a seconda del modo con cui sappiamo porgerla a chi ci è accanto. Moloch dava fastidio, ma i suoi occhi tristi e umidi mi ricordavano tanto don Remigio il 'filosofo', che a Waslala, in Nicaragua, avevo trasformato da ubriacone in sentinella. E cercai di parlargli. Chi sei, da dove vieni, perché bevi? Un fallito, un morto di fame che dopo aver tentato inutilmente di ottenere il diploma di secondaria, il fatidico diplôme d'Etat che negli anni 90 si comprava con la corruzione, si è dato all'alcol e alla droga. Moloch, ti do da mangiare, ma tu mi aiuti a lavare il pavimento; se lo fai ti guadagni almeno quel piatto di fagioli che diamo ogni giorno ai malati. Perché tu non sei malato Moloch, e puoi guadagnarti la vita, lo sai? Era il '96 e Moloch accettò, per farmi piacere, di prendere in mano la raclette, perché aveva visto il mio affetto in quel piatto di mbuengui quotidiano che volevo si guadagnasse lui stesso.
    Poi venne il '97, i mesi della guerra di Kabila, eravamo rimasti chiusi come topi nella nostra missione, le strade bloccate dai militari di Mobutu in ritirata anarchica, senza più una meta. Ero molto sola, in quei giorni di tragedia e follia in cui i mercenari massacrarono per rappresaglia la popolazione di Kenge. E a Kimbau non c'era più carburante: andavamo all'ospedale a piedi. La sera faceva buio, avevo paura, ma ero stanca e volevo tornare a casa per riposare. Moloch, stasera è buio, non c'è più carburante, accompagnami tu a piedi fino alla missione, da sola ho paura, ma non ho paura della tua barba lunga, dei tuoi abiti strappati: so che tu saprai proteggermi, perché ho visto in te un fratello.

    L'uomo del termometro

    Era il '98, i militari assassinarono il dr. Richard e io piansi, anche se ci avevano proibito di farlo. Mio fratello Moloch pianse con me, lungo quei sei chilometri che separano l'ospedale dalla missione. E da quel giorno fu tutte le sere, Moloch proteggi la dottoressa, che nessuno la molesti, nemmeno i militari che hanno invaso il villaggio con le loro violenze gratuite.
    Il miracolo avvenne nel 2000: apriamo l'Itm, la scuola infermieri di livello secondario, dove sogno di iscrivere una buona parte del personale. Ma siamo ancora agli inizi, senza edifici, senza banchi, senza libri, senza mezzi. E sono in pochi a crederci, alla nostra scuola. Moloch mi chiede se può iscriversi, se posso aiutare anche lui a prendere quel diploma che il mobutismo e l'alcol gli hanno negato. E io accetto.
    Mi prendono per folle: certo, Moloch ha frequentato quei quattro anni richiesti dal Ministero della Salute per l'iscrizione all'Itm, ma è un drogato, un ubriacone. Papà Makaka, l'infermiere chirurgo, lo rifiuta: Moloch mai entrerà in sala operatoria, con la sua barba incolta, con il suo alito d'alcol. Se vuole studiare, che si limiti ai banchi della scuola e a mettere il termometro ai malati la sera...
    E infatti, tutte le sere, c'è la fila dei malati davanti alla sala di consultazione: aspettano Moloch, che misura loro la febbre. Moloch è identificato con quel rito serale, e se lui non c'è (ma ormai c'è sempre) il rito non si compie. Moloch è l'uomo del termometro.
    Due occhi in più

    La radioscopia la facciamo la notte: non c'è carburante, e se si accende il gruppo di continuità, concediamo ai malati un'ora di luce, una volta la settimana. È tardi, tutti gli infermieri sono stanchi, rifiutano quell'orario notturno. E allora è Moloch che entra con me nella sala di radioscopia. È lui che accende il radioscopio, che istruisce i malati, sollevando un po' i gomiti e respirando profondamente. Poi incredibilmente diventa un paio di occhi in più: non sono più sola nella diagnosi radiologica. Quando mi sfugge un'ombra sospetta, è Moloch a vederla per me.
    Due domeniche fa, c'è stato un cesareo d'urgenza: una mamma con un distacco di placenta, in fin di vita. Serve sangue, è Moloch a donarlo. E poi me lo trovo a fianco, a misurare la pressione e la frequenza cardiaca, in sala d'operazione. Ma come, papà Makaka, l'ubriacone non ti dà più fastidio? Papà Makaka ride: «se c'è un'urgenza, io non so più fare a meno di lui».

    Note:

    Chiara Castellani, autrice dell'articolo, è nata a Parma nel 1956. Ha lavorato come medico volontario e chirurgo di guerra in Nicaragua, e dal '91 è responsabile di un progetto di assistenza sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2001 le è stato assegnato, a Saint Vincent, il premio Donna dell'Anno, istituito dalla Regione Valle d'Aosta. Di recente ha pubblicato 'Una lampadina per Kimbau' (Mondadori 2004, 15 euro) dove, con la collaborazione della giornalista Mariapia Bonanate, ripercorre la sua storia di chirurgo nei paesi in guerra di Africa e America Latina, attraverso le lettere scritte negli anni, a lume di candela, su una vecchia Olivetti, e fatte arrivare in Italia fortunosamente.

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