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    Chiara Castellani racconta come è diventata chirurgo di guerra “suo malgrado”

    "Insieme abbiamo salvato decine di vite umane"

    Un ricordo del dottor Richard Munianganzo, suo "braccio destro" in Congo finché i militari non lo uccisero: "Li accolse a braccia aperte, offrì loro cibo, alloggio, vino di palma".
    26 maggio 2005
    Fonte: Bollettino elettronico dell’Associazione Toyai ONLUS. Edizione Luglio 2004
    http://www.matany.org/observer/observer_luglio_2004.html

    E' una testimonianza coinvolgente, che non lascia indifferenti, quella di Chiara Castellani, chirurgo di guerra "suo malgrado". Giovane medico, specializzata in ginecologia, parte a 27 anni per il Nicaragua. Qui resta per 7 anni, di cui gli ultimi 3 li vive a Waslala, zona assediata dalle bande dei contras e disseminata di mine, in prima linea nella guerra che devasta il Paese. Rientrata in Italia, rinuncia all'opportunità di lavorare per le Nazioni Unite, scegliendo di stare tra i poveri, tra quanti "non hanno mai avuto la fortuna di vedere un medico" prima d'incontrarla. Arriva quindi in Congo, allora Zaire, incontrando ancora una volta un Paese devastato dalla guerra. Qui, pur vittima di un incidente stradale che le fa perdere il braccio destro, non rinuncia alla sua missione: impara a scrivere con la sinistra, ad usare la protesi e, quando questa non basta, si serve del braccio delle sue infermiere per il suo lavoro di ginecologa.

    Chirurgo di guerra? "Non sono mai stata, né sarò mai chirurgo di guerra. A me piace far nascere i bambini, è per quello che ho studiato", si affretta a precisare Chiara Castellani: "Io non ho mai scelto Paesi in guerra. Semplicemente cerco le zone più povere". Ma queste sono anche zone funestate da lotte fratricide, tanto il Nicaragua dei sanguinosi scontri tra contras e sandinisti, quanto il Congo-Zaire di Mobutu e Kabila. Qui Chiara Castellani vede giorno dopo giorno morire anche i suoi più vicini collaboratori. Racconta del dottor Richard, che "era di etnia tutsi e questa origine gli è costata la vita". Richard "dirigeva la nostra unità sanitaria ed era divenuto il mio braccio destro – continua Castellani – la mia ala spezzata. Insieme abbiamo salvato decine di vite umane". Quando i militari andarono a prenderlo, Chiara riuscì ad avvertirlo in tempo per farlo fuggire, ma lui preferì restare "per evitare rappresaglie contro la sua gente". Così, pur sapendo a cosa andava incontro, "accolse i militari a braccia aperte, offrì loro cibo, alloggio, vino di palma. Nessuno seppe, finché il giorno dopo i militari non lo obbligarono a rientrare a Kimbau come prigioniero di guerra".

    E' solo uno dei tanti episodi raccontati dalla missionaria, che grida la sua rabbia per "tragedie di cui nessuno ha parlato, che si consumano dove sei escluso dai media, dove non hai neppure un telefono per comunicare con il resto del mondo". Racconta di come ha smesso, durante i massacri nel 1997 e 1998, di ascoltare la radio, perché le facevano venire la nausea "le false verità che nascondono i neanche troppo occulti interessi delle superpotenze implicate nel conflitto".

    Chiara Castellani ricorda le amputazioni e l'orrore "della carne umana morta, magari da molte ore o da giorni, in un corpo vivo", che la pongono ancora una volta di fronte al paradosso: "Non era per quello che avevo studiato, ma per far nascere la vita". Eppure si trova a dover tagliare gambe e braccia, e quando un incidente le fa perdere il braccio destro, riconosce che "non era tanto diverso da quelle membra spappolate dalle mine".

    L'incidente non le fa perdere la volontà di continuare, rafforzata dall'impegno che le chiederà Richard prima di morire: "Chiara, non dimenticare la nostra gente dall'altro lato del fiume, sii medico anche per loro". Una forza che la spinge, nel 2002, a pronunciare la promessa missionaria di povertà e obbedienza davanti al vescovo di Kenge: "L'ho letta in Kikongo, la lingua della gente con cui condivido la mia esistenza in questo pezzo di Africa dove vivere è sempre più difficile per chi 'non ha voce'", scrive in una lettera.

    Chiara Castellani grida la sua rabbia: "Possono continuare a sparare contro i pavimenti delle capanne di paglia per uccidere chi non possiede altro che quelle capanne di paglia, possono farci saltare sulle mine anti-uomo, che sono in realtà anche mine anti-donna e anti-bambino, ma non ci uccideranno mai perché siamo molto più vivi di loro, che sono soltanto sepolcri imbiancati, che dai palazzi, votano per la morte di un popolo, magari con la stessa mano con cui si fanno il segno di croce". È tuttavia una rabbia che lascia spazio alla speranza: "Non ci potranno togliere mai il diritto più grande: sperare. È importante continuare a sperare perché significa dare vita a chi ci ha preceduto. Non possiamo privare i poveri di sognare un futuro diverso".

    Note:

    Nel mese di giugno 2004 Chiara Castellani è stata in Italia per una serie di incontri. Capita che dopo un incontro nasca la voglia di creare una pagina web per "raccontare" l'esperienza. Questo è appunto un resoconto tratto da Internet.

    Altre informazioni su http://www.kimbau.org

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