Latina

Il 20 agosto i movimenti sociali rispondono alla manifestazione delle destre del 16 agosto

Brasile: in piazza per Dilma e per un’uscita a sinistra dalla crisi

L’opposizione soffia sul fuoco e mira a restringere i diritti civili, politici e sociali
19 agosto 2015
David Lifodi

internet

A saída da crise è pela esquerda: è con questo slogan che i movimenti sociali brasiliani chiamano la società civile a scendere in piazza il 20 agosto, sia per replicare alla manifestazione delle destre di quattro giorni fa, che chiedevano letteralmente la testa della presidenta Dilma Rousseff, sia per spronare il governo ad uscire dall’attuale impasse con una serie di misure realmente di sinistra.

Le organizzazioni popolari che scenderanno in piazza, dagli studenti ai Sem Terra, passando per la Central Ùnica dos Trabalhadores, formazioni politiche alla sinistra del Pt come il Psol (Partido Socialismo e Liberdade), i cattolici progressisti, i Sem Teto e tanti altri, intendono prendersi le strade del Brasile al grido di libertà, democrazia e diritti, nonostante l’attuale momento storico non sia dei migliori. Da un lato la mobilitazione del 20 agosto vuol puntellare la traballante permanenza al Planalto di Dilma Rousseff, ma dall’altro, la stessa presidenta sa bene che difficilmente potrà mettere in pratica ciò che le chiedono le organizzazioni sociali, sia per la debolezza del suo esecutivo sia per il progressivo slittamento del Partido dos Trabalhadores verso posizioni di centro. “Che i ricchi paghino la crisi”, chiedono a Dilma i movimenti sociali invocando la tassazione dei grandi capitali, pur essendo evidente, come denuncia da tempo l’intellettuale statunitense James Petras, che l’attuale crisi brasiliana è frutto anche della disintegrazione politica dello stesso Pt. Petras, noto fustigatore di buona parte delle sinistre di governo latinoamericane, colpevoli, secondo lui, di essere fin troppo accomodanti verso il grande capitale, sottolinea a ragione che lo smottamento a destra del Partido dos Trabalhadores ha provocato poi i tanti casi di corruzione in cui sono coinvolti esponenti anche di spicco del partito. Tuttavia, pur con tutte le contraddizioni del caso e l’inazione di Dilma e dello stesso Lula su temi cruciali per il paese (su tutti la riforma agraria), se le destre riuscissero a dare la spallata alla ex guerrigliera sarebbe una sconfitta per tutti. Alla manifestazione dello scorso 16 agosto, che chiedeva a gran voce la cacciata di Dilma Rousseff e a cui hanno partecipato movimenti di destra apertamente golpisti, vedi il Movimento Brasile Libero, le principali parole d’ordine richiamavano all’odio, al razzismo, all’intolleranza e rimpiangevano i “bei” tempi della dittatura militare, nonostante la conformazione politica dell’attuale Congresso sia la più conservatrice dal 1964, l’anno in cui fu deposto João Goulart. Al tempo stesso, le forze democratiche che giustamente spronano il governo per una maggiore attenzione verso i diritti civili, sociali e sindacali chiedendo con forza l’abbassamento delle tariffe di acqua ed energia e invocando un Brasile dove Petrobrás resti al 100% statale, le lotte sociali non siano più criminalizzate e gli episodi di machismo e intolleranza religiosa e sessuale abbiano fine, sanno bene che le riforme popolari (ad esempio quella urbana, agraria e del sistema politico) sono molto difficili da raggiungere. Se è vero che a rua è do povo, è altrettanto pericolosa la classe sociale elitista con cui i movimenti sociali rischiano prima o poi di scontrarsi realmente, come è già avvenuto in paesi quali Venezuela, Honduras o Paraguay, dove le destre golpiste, con l’appoggio di una stampa strettamente legata all’oligarchia dominante, hanno scatenato una vera e propria guerra contro le forze progressiste. Nonostante la fiducia dei movimenti sociali (non si sa quanto convinta o per evitare il peggio), pare che il gradimento di Dilma tra i brasiliani non superi l’8%, così giurano le destre, tuttavia non solo la presidenta è stata democraticamente eletta, ma è stato grazie ai dodici anni di Lula e Rousseff che il Brasile è riuscito (in parte) a rompere la sua dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale e ad entrare nel gruppo dei Brics: semmai vanno messe in discussione le modalità con cui il Brasile miri a svolgere il ruolo di potenza regionale nel continente latinoamericano, ma non si può fare a meno di notare che da quando il Planalto è divenuto petista il paese ha svolto un ruolo di primo piano per difendere e tutelare l’integrazionismo latinoamericano. In un contesto in cui le destre sembrano essere unite,  João Pedro Stédile, storico leader dei Sem Terra, ritiene necessaria un’unita popolare che superi le attuali barriere ancora presenti all’interno della sinistra brasiliana. La nascita di una sorta di fronte popolare potrebbe rappresentare una prima alternativa per uscire dall’attuale crisi politica da sinistra: se il baluardo brasiliano dovesse cadere sarebbe un duro colpo per tutto il continente.

Quella del 20 agosto sarà una manifestazione a cui parteciperà il Brasile popolare, che odia il disprezzo delle elites e intende difendere la Patria Grande e la presidenta Dilma Rousseff, nonostante siano in molti a pronosticare che la ex guerrigliera non riuscirà a rimanere alla guida del paese fino alla fine dell’anno.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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