Latina

Non si arrestano le minacce e gli omicidi dei paramilitari contro le organizzazioni popolari

Colombia: ondata di violenza contro i leader sociali

Lo Stato ha disatteso gli accordi di pace
19 settembre 2018
David Lifodi

pace Colombia

Dalla firma degli accordi di pace tra la guerriglia delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e il governo, in Colombia si continua a morire come e più di prima: sono oltre trecento gli omicidi di cui sono stati vittime contadini, indigeni, afrodiscendenti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti, giornalisti, militanti delle organizzazioni ambientaliste, esponenti dei partiti di sinistra e leader della comunità lgbt. Tutto ciò testimonia la scarsa volontà di reale pacificazione da parte del governo, evidenzia una volta di più che il Nobel per la pace assegnato all’ex presidente Santos rappresenta un ulteriore insulto ai familiari delle vittime e fa temere per il prossimo futuro, con i gruppi paramilitari che non hanno mai smesso di spadroneggiare nel paese.

Lo scorso 10 settembre, un giornalista del Macarenazoo ha ricevuto un volantino firmato dai paras delle Águilas Negras in cui si minacciava di morte lui ed altri colleghi che lavorano nei mezzi di comunicazione popolari, Colombia Informa, Desde Abajo e Clarín de Colombia. Questo episodio è soltanto l’ultimo di una lunga lista di atti intimidatori nei confronti di coloro che cercano di favorire una presa di coscienza di quanto sta accadendo nella democratura colombiana. Del resto, lo Stato non si è mai realmente attivato per tutelare né i giornalisti né tutte quelle persone impegnate a battersi per il ritorno di una vera democrazia in Colombia. Quello che era accaduto nella prima metà degli anni Ottanta, con lo sterminio di stato contro i militanti di Unión Patriótica, si sta ripetendo di nuovo, in forma ancora peggiore, oggi. Nel 2018 sono stati ben 160 i leader sociali assassinati finora, di cui 30 nel solo mese di agosto. Tuttavia, anche quando non si verificano omicidi o torture, non è raro che i leader delle organizzazioni popolari debbano comunque far fronte, nel migliore dei casi, ad una criminalizzazione del tutto infondata e, nei peggiori, a vere e proprie campagne di diffamazione e intimidazioni di ogni tipo di cui sono responsabili non solo i gruppi paramilitari, ma spesso anche lo Stato tramite la polizia e l’Esmad (Escuadrón Móvil Antidisturbios, le forze speciali).

La violenza sociopolitica ed una guerra sporca a bassa intensità contro i movimenti sociali fa parte ormai da decenni dello scenario politico colombiano e la risposta dello Stato è sempre la stessa: sono episodi isolati. In realtà si tratta di una politica di sterminio programmata e portata avanti dalla destra uribista, di cui il nuovo presidente Iván Duque è uno dei principali esponenti. Non a caso, infatti, si dice che a Palacio Nariño siede Duque, ma chi governa è l’ex mandatario Álvaro Uribe, da sempre legato ai paras, fino a riceverli, quando era alla guida del paese, al Congresso. Le battaglie per rivendicare il diritto alla terra, protestare contro i mega progetti quali la diga di Hidrohituango, sostenere il percorso politico della Marcha Patriótica ecc… si scontrano inevitabilmente con la potenza di fuoco dello Stato e dei suoi apparati paramilitari.

Per i sicari che agiscono al soldo delle multinazionali, del governo e del narcotraffico l’impunità è garantita: le autorità non indagano né, tantomeno, garantiscono il diritto alla vita dei leader sociali, in un contesto in cui gli accordi di pace con le Farc hanno lasciato più di una questione irrisolta, mentre quelli con l’Eln (Ejército de Liberación Nacional), la seconda forza guerrigliera del paese, sono in pratica interrotti a causa delle continue giravolte di uno Stato che prima dice di aspirare alla pace, ma poi predica l’esatto contrario.

Anche i sindacalisti sono da tempo nel mirino dei paramilitari. Uno degli episodi più recenti risale allo scorso mese di giugno, quando le Autodefensas Gaitanistas de Colombia hanno minacciato sindacalisti della Cut (Central Unitaria de Trabajadores) e del Sinaltrainal (il sindacato dell'industria alimentare) per aver appoggiato la coalizione Colombia Humana e Gustavo Petro, il candidato della sinistra uscito sconfitto dal ballottaggio con Duque. In crescita anche la persecuzione contro le sindacaliste, mentre le multinazionali spesso assoldano guardie armate per stroncare le proteste nei loro confronti, ad esempio la Nestlé, che nel maggio 2018, mentre rifiutava di aprire un negoziato con i lavoratori per delle migliori condizioni di lavoro, si affidava a dei contractors responsabili, pochi giorni dopo, della morte di tre aderenti al Sinaltrainal.

Non da adesso la pace sembra essere ridotta in briciole, mentre aumenta la crescita delle organizzazioni criminali ed alcuni dipartimenti del paese sono in balia dei paramilitari. Per dare l'idea dell'aria che tira, lo scorso luglio il partito di Duque, Centro Democrático, ha ottenuto che fosse modificata la Giurisdizione speciale per la pace, varata a seguito degli accordi dell'Avana tra guerriglia a governo. La Giurisdizione avrebbe dovuto giudicare i crimini commessi da tutti gli attori del conflitto, ma i senatori del Centro Democrático hanno ottenuto una pericolosa modifica, ratificata da Santos in uno dei suoi ultimi atti da presidente, affinché i militari siano giudicati da un tribunale speciale. Di fronte ad una chiara manovra per favorire, una volta di più, i militari, si teme una nuova ondata di violenza. La destra continua ad agitare lo spauracchio della guerriglia, trasformatasi ormai nel partito politico Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común). Non è un caso che uno dei leader delle Farc, Iván Marquez, abbia scritto che “la pace è rimasta incastrata nella rete del tradimento” e denunciato il costante boicottaggio degli accordi di pace da parte del governo, rinunciando al seggio al Senato (alla guerriglia spettano 5 seggi alla Camera e 5 al Senato a seguito dei negoziati di pace dell'Avana).

Per quanto riguarda il governo, invece, la sua vita politica è appesa all'uribismo. Le nomine di Nancy Patricia Gutiérrez agli Interni, quella di Guillermo Botero alla Difesa e quella di Alicia Arango al Lavoro fanno capire che gli uomini di Uribe rivestaoo dei ruoli chiave e proprio quest'ultima ha detto apertamente che il presidente è Duque, ma governa Uribe. Intorno all'ex presidente, ancora una volta, hanno alzato un muro estrema destra, oligarchia, esercito e gran parte del mondo imprenditoriale, ma soprattutto nessuno di loro fa mistero di ricorrere al paramilitarismo.

Ancora una volta, il timore che la pace in Colombia venga di nuovo affossata rischia di diventare realtà.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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