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Brasile: i Comboniani incontrano l' APAC, associazione che difende i diritti dei carcerati

Rivoluzionare il sistema penitenziario? Rompere le barriere del preconcetto?
Sembrano sogni ripetutamente sconfitti dalla realtà di segregazione che annulla le persone in carcere.
La Carovana della Pace della Famiglia Missionaria Comboniana è andata invece a scovare un segno di alternativa, in Brasile.
30 agosto 2004
Fonte: Comboniani

Si chiama APAC (Associação de Proteção aos Condenados) e il suo stesso nome distacca le differenze rispetto al nostro sistema punitivo.
Ce lo spiega Valdeci A. Ferreira, avvocato brasiliano, laureato in diritto e teologia. Il suo percorso dà ragione della passione con cui oggi difende le sue idee: è stato consulente della commissione pastorale che accomuna i sem terra brasiliani, ha fondato l’associazione dei raccoglitori di carta per organizzare il lavoro della gente di strada di Curitiba (Paranà). Negli stati di Minas Gerais e São Paulo ha sviluppato progetti di accompagnamento di bambini in situazione di rischio.
Finalmente a Itaùna (Minas Gerais) ha fondato l’APAC locale, di cui è attuale presidente. Da quando vive insieme a “chi si recupera” (li chiamano così i detenuti, loro) partecipa ad organi consultivi come quello dell’ONU (Prison Felloship International) o all’associazione brasiliana Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados.
Lo chiamano da varie parti del mondo, perché il modello alternativo nato in Brasile nel ’72 dà prova di efficacia: Valdeci è stato in Ecuador, Argentina, Colombia, Spagna, Germania, Italia, Bulgaria, Olanda, Sudafrica e Perù.
Nonostante questo, a colpi di minacce e calunnie da più parti stanno tentando di smontare l’alternativa: mette in luce troppe contraddizioni del sistema tradizionale.
“In questa prigione non esiste polizia”: è lo slogan dell’APAC, il suo punto di partenza. Realmente uno dei principi cardine è l’autovigilanza e l’auto-aiuto. “Il recuperando aiuta il recuperando”: un processo di corresponsabilità che instaura cooperazione al posto della rivalità violenta o dell’indifferenza reciproca.
“Questo è l’unico carcere al mondo dal quale non ho avuto voglia di uscire” – ha commentato il fondatore della Prison Felloship International, Charles Colson.
Dal punto di vista dei condannati, al contrario, pare proprio che chi passa dall’APAC non intenda assolutamente tornarci: l’indice di recidiva è bassissimo (5%) rispetto a quello impressionante della media nazionale brasiliana (82%).
Forse non tutti i quadri della Polizia Militare e dei Tribunali ne sono entusiasti, perché il modello APAC mette in discussione lo stile tradizionale, semplificato e violento di detenzione.
Ma più di cento di questi presidi alternativi sono ormai sparsi in Brasile e altri già esistono in America Latina e negli Stati Uniti.
La forza di questo modello sta nella persona e nella comunità: la partecipazione della comunità locale è essenziale, soprattutto nelle due tappe successive all’internazione in “regime chiuso”: il regime semi-aperto e l’aperto.
Le persone in recupero escono dal carcere secondo un piano di progressivo inserimento lavorativo.
Sono curate tutte le forme di rottura del pregiudizio, lavorando molto sui mezzi di comunicazione sociale e sui media locali, tentando di interagire con le comunità presenti sul territorio. L’APAC si articola fortemente con le comunità cristiane locali, dalla cui intuizione essa è nata.
Per questo l’esperienza religiosa e la cura della spiritualità di ciascuno è essenziale per il recupero della dignità umana. Anche la famiglia del “recuperando” ha un ruolo decisivo: le relazioni che il sistema comune rompe sono quelle più curate in APAC. Ogni giorno contatti telefonici, visite frequenti e coinvolgimento della famiglia stessa nella metodologia di accompagnamento del condannato.
“Alla base di tutto sta il bisogno che uno ha di aiutare l’altro –ci dice Valdeci- perché nasciamo per vivere in comunità. Il senso dell’aiuto restituisce a chi è nel processo di recupero molta tranquillità, perchè nella misura in cui uno coopera, allo stesso tempo è aiutato”.

La Carovana della Pace ha chiesto proprio questo spirito di cooperazione a Valdeci. L’avvocato è anche laico missionario comboniano e parteciperà a settembre ad uno dei tre percorsi nazionali che porteranno vari testimoni del sud del mondo, insieme a circa cinquanta giovani, giornalisti e immigrati, all’incontro con le comunità locali e le associazioni impegnate sul territorio, in cerca di “Vita piena per tutti: adesso, non domani!”.
Valdeci sarà a Limone sul Garda il 7 settembre, a Gorizia l’8-9, a Treviso il 10 e 11, a Modena il 12, a Cesena il 13, a Jesi il 14-15, a Teramo il 16-17.
Concluderà infine il suo cammino, insieme a tutti gli altri testimoni, nella convergenza finale di Nola (NA), sabato e domenica 18-19 settembre.

Note:

Per informazioni su tutti i percorsi e programmi della carovana è bene consultare il sito www.giovaniemissione.it

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