Laboratorio di scrittura

Chiedeva di amici ormai lontani, di fratelli che non c’erano più, ma che danzavano nella sua mente

A mio padre

Confuso, spaesato, ha camminato nel cuore della notte, per raggiungere la sua casa paterna, per suonare a quella porta, e scoprire che solo lui stava vivendo quel tempo, che il tempo era passato e in quella casa non c’erano più suo padre, sua madre, i suoi fratelli, i suoi nipoti amatissimi.
1 febbraio 2021
Adriana De Mitri
Papaveri rossi È uscito nella notte più fredda dell’anno,
rincorrendo i suoi ricordi.
Confuso, spaesato, ha camminato nel cuore della notte
per raggiungere la sua casa paterna,
per suonare a quella porta,
e scoprire che solo lui stava vivendo quel tempo,
che il tempo era passato
e in quella casa non c’erano più
suo padre, sua madre, i suoi fratelli,
i suoi nipoti amatissimi,
ma l’unica sorella superstite,
che mi ha chiamato, sconvolta, dicendomi
“Adriana, tuo padre è qui da me,
in pigiama, con la giacca da camera,
senza una scarpa e dice cose incomprensibili”.
Aveva un corpo da ragazzo, mio padre.
Settantotto anni, non un filo di grasso,
muscoli ancora ben definiti,
un passato da sportivo che traspariva ancora.
Aveva un’atrofia cerebrale, mio padre.
Praticamente il cervello a metà,
ma riusciva tenacemente a fare cose.
Usciva da casa. Ritornava a casa.
Comprava le sigarette,
per poi dimenticare di averlo fatto.
Comprava il latte,
per poi accorgersi di averlo già comprato.
Metteva le calze di lana in pieno agosto.
Piantava chiodi, ovunque.
Lui, eccellente ebanista,
che chiodi ne aveva usati veramente pochi.
Dava il bacio della buonanotte a mia madre,
dopo averle rimboccato le coperte.
Immancabilmente, prima di coricarsi.
Faceva e disfaceva la sua valigia,
continuamente.
Per tornare a casa.
“Voglio tornare a casa mia” diceva.
Perché quella casa, in cui aveva vissuto
con me, con mia madre, con mia figlia,
non la riconosceva più.
Rincorreva disperatamente i suoi ricordi, mio padre,
non riconoscendosi più,
non riconoscendo più luoghi noti, persone care.
Improvvisamente.
Si rivedeva in campo di concentramento,
parlava del vicino di branda, che gli aveva rubato qualcosa.
Parlava delle guardie, che lo avevano picchiato.
Parlava del suo amico, scomparso da un giorno all’altro.
Chiedeva dei suoi genitori, morti da tempo.
Chiedeva di amici ormai lontani,
di fratelli che non c’erano più,
ma che danzavano vividi nella sua mente.
Rincorreva pochi, confusi ricordi.
Conservati in quel manipolo di neuroni ammutinati,
che avevano disperso chissà dove gli altri.
Non riconosceva più nessuno di noi, mio padre,
ma, inspiegabilmente, in quella totale confusione,
quando ha visto mia figlia, la sua unica nipote amatissima,
l’ha guardata, le ha sorriso dolcemente e ha sussurrato
“Paola, la beddha mia”.
È morto la mattina dopo.
Il 27 febbraio 1999.
Luigi De Mitri, nato il 12 ottobre 1920, padre di Adriana De Mitri

Articoli correlati

  • Vent'anni senza di te
    Laboratorio di scrittura
    Un uomo libero

    Vent'anni senza di te

    Assolutamente autodidatta, disegnava e realizzava mobili d’arte bellissimi di cui rimane traccia in molte case leccesi. Era un uomo generoso, leale, capace di scelte difficili. Era stato deportato nel Campo di lavoro di Buchenwald per non aver aderito alla Repubblica di Salò
    27 febbraio 2019 - Adriana De Mitri
  • PeaceLink e Unimondo - Oltre la narrazione
    Pace
    UNIMONDO Editoriale:

    PeaceLink e Unimondo - Oltre la narrazione

    Si scrive non solo per essere ricordati, ma anche per ricordarsi del proprio io, della propria personalità ed esistenza, per fissare i ricordi affinchè non vengano eliminati dall’inesorabile trascorrere del tempo
    28 febbraio 2018 - Laura Tussi
PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Sito realizzato con PhPeace 2.6.39 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies - Diritto di replica - Posta elettronica certificata (PEC)