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Energia nucleare: il futuro dell’energia o un incubo che ritorna?

16 dicembre 2009 - Luciano Benini

Già negli anni ’40 negli Stati Uniti si cominciò a pensare che i processi nucleari, oltre che per scopi distruttivi (bombe atomiche), potessero essere utilizzati a fini energetici.

I tecnici e gli scienziati proposero all’allora presidente degli Stati Uniti di avviare il programma “Atomo per la pace”. C’era però un problema da risolvere: dove mettere in un luogo sicuro le scorie nucleari che rimanevano radioattive per decine e decine di migliaia di anni?

Questo problema non aveva, e non ha ancora, una risposta, ma i tecnici e gli scienziati americani riuscirono ad avere l’autorizzazione del presidente degli Stati Uniti sulla base di una promessa, risultata poi bugiarda, di trovare in breve la soluzione al problema.

Da allora diversi paesi hanno costruito centrali nucleari: oggi nel mondo ne sono attive 439, che producono circa il 17% dell’energia elettrica mondiale, appena il 3% dei consumi energetici complessivi mondiali.

Molti altri paesi hanno nel frattempo abbandonato questa via pericolosa, costosa e a rischio di proliferazione di armamenti nucleari. Il Belgio lo ha fatto nel 1996, la Germania lo ha deciso nel 2000, entro il 2010 abbandonerà il nucleare la Svezia. In Spagna entro il 2014 tutte le 7 centrali nucleari funzionanti chiuderanno.

Nella normale vita di una centrale nucleare vi sono continui rilasci di materiale radioattivo, sia in forma liquida che in forma gassosa. Poiché le radiazioni ionizzanti producono tumori in percentuale tanto maggiore quanto maggiore è la dose assorbita dalla popolazione, e non vi è una soglia minima sotto la quale non ci sono effetti, anche in condizioni di esercizio “normale” di una centrale vi sono rischi potenziali di tumori per la popolazione che vive in un raggio di qualche decina di chilometri da una centrale nucleare.

Ma naturalmente vi è anche il rischio di incidente nucleare, sia grave che gravissimo, come quello del 1979 negli Stati Uniti a Three Miles Island, che catastrofico, come quello del 1986 a Chernobyl, che ha causato molte migliaia di morti. Entrambi questi incidenti erano considerati “impossibili” negli scenari previsti dagli “esperti” del nucleare.

Nei dibattiti degli anni’70 sull’energia nucleare i cosiddetti “esperti” negavano ogni legame fra nucleare civile e nucleare militare, irridendo a noi del M.I.R. - Movimento Internazionale della Riconciliazione - che per primi mettemmo in guardia contro questo gravissimo pericolo.

La storia si è incaricata di darci ragione. La mattina del 7 giugno 1981 alcuni cacciabombardieri israeliani si alzarono in volo e andarono a bombardare la costruenda centrale nucleare irakena di Osirak, costruita con l’aiuto dei francesi. Il legame stretto fra energia nucleare e bombe atomiche era stato mostrato nella maniera più evidente possibile.

D’altra parte le recenti vicende della Corea del Nord e dell’Iran dimostrano che la strada dell’energia nucleare è il cavallo di Troia per giungere alle bombe nucleari.

Non è un caso che i maggiori paesi produttori di energia nucleare siano anche i principali paesi detentori di armi nucleari: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito.

Concentrare la produzione di energia in pochi luoghi ad elevatissimo rischio comporta pericoli gravissimi anche dal punto di vista di attentati terroristici. Colpire una centrale nucleare vuol dire non solo rischiare di causare un incidente nucleare catastrofico, ma anche togliere l’energia a centinaia di migliaia di persone. L’energia va prodotta decentrandola il più possibile, non concentrandola in pochi siti vulnerabili, altrimenti occorre militarizzare il territorio: ne va di mezzo anche il concetto stesso di democrazia.

Il rischio di terrorismo è dovuto anche a possibili furti di materiale fissile per produrre rudimentali ma catastrofiche bombe nucleari. Negli ultimi decenni sono avvenuti moltissimi furti di materiale radioattivo, ed anche recentemente sono stati arrestati gruppi terroristici che stavano trafficando in materiale per bombe nucleari.

Un’altra bugia che è stata raccontata in questi decenni è che l’energia nucleare costerebbe meno di altre fonti energetiche rinnovabili come il solare o l’eolico. Quando i conti sono stati fatti tenendo conto dell’intero ciclo del nucleare, fino alla conservazione per decine di migliaia di anni delle scorie e tenendo conto delle conseguenze sanitarie dei rilasci “normali” e per incidenti, il nucleare è risultato ben poco conveniente anche dal punto di vista economico.

Non è un caso che da più di 30 anni nessuna impresa privata si mette a costruire centrali nucleari, perché senza un forte contributo statale i costi del nucleare sono fuori mercato.

Ed è significativo il fatto che l’ultima centrale nucleare entrata in funzione negli Stati Uniti è del 1996. Oggi nessuna compagnia assicurativa accetta di assicurare una centrale nucleare, perchè l’entità e la potenziale durata dei rischi è altissima.

D’altra parte non è neppur vero che l’energia nucleare toglierebbe all’Italia la dipendenza da fonti energetiche estere (petrolio, gas, carbone). L’Italia non dispone di Uranio, elemento base per il funzionamento delle centrali nucleari, e d’altra parte nel mondo di Uranio ce n’è appena per qualche decina di anni ai consumi attuali: quella del nucleare civile è dunque una strada vecchia, senza futuro, rischiosa e costosa.

Un’altra grande bugia che viene detta è quella secondo cui l’Italia avrebbe una produzione di energia elettrica insufficiente rispetto ai consumi e quindi sarebbe costretta ad acquistare l’energia elettrica molto più economica di origine nucleare dalla Francia. Le cose stanno in modo esattamente opposto: la capacità elettrica installata in Italia eccede ampiamente la richiesta di consumo (88.300 MW contro 55.600 MW, dati 2006). È invece la Francia, che basa il 75% della sua produzione elettrica sul nucleare, che è costretta a svendere la sua energia la cui produzione è costante e non può essere ridotta, se non spegnendo i reattori nucleari.

Inoltre la privatizzazione dell’industria elettrica in Italia ha portato ad un aumento delle tariffe, mentre il sistema elettrico francese è largamente pubblico e ha mantenuto tariffe minori (finché anche l’ENEL era pubblica le tariffe erano simili a quelle della Francia).

Il faraonico programma italiano di produzione di energia nucleare pensato negli anni ’70 prevedeva di avere 44 centrali nucleari attive nel 1989. Nel 1986, all’epoca dell’incidente di Chernobyl, ne funzionavano, ad intermittenza, 4: Caorso, Garigliano, Latina e Trino Vercellese.

Anche se si fosse realizzato quell’assurdo ed enorme piano nucleare, avrebbe coperto meno del 5% del fabbisogno nazionale, neanche un quarto del fabbisogno elettrico.

Le alternative al nucleare c’erano già 30 anni fa: risparmio energetico (cioè eliminazione degli enormi sprechi che ha oggi il sistema energetico italiano), efficienza energetica (fare le stesse cose con molta meno energia), energie rinnovabili. Purtroppo la follia nucleare ci ha fatto perdere 30 anni, perché sono state investite somme enormi per il nucleare e poco o niente per il resto.

La proposta del governo Berlusconi di ricominciare col nucleare appare folle: purtroppo, come spesso accade, è il denaro che spinge alle scelte politiche. Ogni centrale nucleare costa diversi miliardi di Euro, ed è facilmente comprensibile quali potenti spinte ci possano essere a favore di interessi di pochi, mentre milioni di impianti solari o eolici sono piccoli luoghi di produzione a disposizione di tutti.

 

Luciano Benini

Fisico Sanitario e Ambientale

Movimento Internazionale della Riconciliazione