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    Come si può impedire che gli Stati uniti affossino le Nazioni unite

    Mine a stelle e strisce sotto il Palazzo di Vetro

    La strategia degli Usa è chiara: l'Onu si conquista o si distrugge. E' in atto una pericolosa scalata per ridurla all'impotenza, anzi alla subaternità alla cultura delle guerre preventive. Il ruolo della società civile mondiale per fermare l'aggressione
    20 agosto 2005 - Flavio Lotti (coordinatore nazionale della Tavola della pace)
    Fonte: Il Manifesto


    Conquistare o distruggere. La strategia degli Stati uniti non potrebbe essere più chiara. L'attacco è in corso da tempo ma pochi sembrano averne compreso la gravità. L'obiettivo non è una città irachena in mano agli insorti ma nientemeno che l'organizzazione delle Nazioni unite. Da molti anni, il Palazzo di Vetro era sotto assedio. L'assalto a Boutros Boutros Ghali, capo dell'Onu dal 1990 al 1995, aveva inferto un colpo mortale all'integrità, obiettività e indipendenza del Segretariato generale. Soffocata finanziariamente e trascinata sull'orlo della bancarotta per il mancato pagamento delle quote dovute dagli stati membri, l'Onu ha dovuto smantellare molte delle sue attività costringendo le sue agenzie a dipendere quasi esclusivamente dai contributi volontari degli stati. Privata dei fondi necessari per adempiere al proprio mandato ed espropriata dei poteri e delle missioni che la Carta le aveva assegnato, l'Onu è stata progressivamente marginalizzata sia nel campo della sicurezza che in quello dello sviluppo a vantaggio delle grandi potenze e delle istituzioni di Bretton Woods. Quello che doveva essere «il centro di armonizzazione delle azioni tra le nazioni», la sede del negoziato e delle decisioni a scala globale, è stato ridotto ad una società di dibattiti. Tutte le proposte di riforma, rafforzamento e democratizzazione sono state sistematicamente bocciate, gli sforzi di miglioramento sono stati boicottati.

    La campagna denigratoria

    Allo stesso tempo, l'intero sistema delle Nazioni unite è stato oggetto di una pesante campagna denigratoria e di disinformazione che ha diffuso una percezione negativa dell'Onu nell'opinione pubblica mondiale. Dopo aver subito lo schiaffo del Consiglio di Sicurezza che nel 2003 si è rifiutato di autorizzare la guerra contro l'Iraq, il governo degli Usa ha deciso di sferrare l'attacco finale. Gli storici ci racconteranno i dettagli dello scontro. Preso in ostaggio il Segretario generale, Kofi Annan, (con il pretesto dello scandalo Oil For Food) sono iniziate le grandi manovre di conquista del Palazzo di Vetro. Dicono i pochi osservatori accorti che le battaglie si stanno conducendo stanza per stanza. Obiettivo: insediare nei posti chiave i propri uomini di fiducia. Così, in pochi mesi l'amministratore americano dell'Undp, Marck Mulloch Brown, diventa capo di gabinetto di Kofi Annan e ne ristruttura completamente lo staff; Ann M. Veneman, ex ministro dell'agricoltura di Bush e convinta neoconservatrice, diventa la nuova direttrice esecutiva dell'Unicef; James T. Morris, uno dei fedelissimi della Casa bianca, diventa il capo della Fao e Christopher B. Burnham, fiduciario del partito repubblicano ed entusiasta sostenitore di Bush, assume la carica massima di vicesegretario dell'Onu, incaricato della gestione del personale. E' lui a parlare chiaro: «Sono venuto qui perché me lo ha chiesto la Casa bianca. Il mio dovere è di rendere l'Onu più efficiente. Devo innanzitutto essere leale con gli Stati uniti».

    La posta in gioco è altissima, lo scontro duro e Bush dimostra di fidarsi solo dei suoi fedelissimi neocons. Per questo impone, nonostante le resistenze del Senato, il superfalco nemico giurato dell'Onu, John Bolton, quale proprio ambasciatore alle Nazioni Unite. Per la Casa Bianca, l'Onu ha un futuro solo se serve agli interessi degli Usa. Per questo deve essere radicalmente riformato. «Questo è il momento giusto per agire», hanno dichiarato Newt Gingrich e George Mitchell, presidenti bipartisan della task force incaricata dal Congresso degli Stati uniti di preparare il rapporto «Gli interessi americani e le Nazioni unite». «La grave crisi dell'Onu offre delle straordinarie opportunità che vanno colte al volo». In apparenza, il discorso dell'amministrazione americana è persino convincente. «L'Onu -si sente ripetere continuamente- è in crisi perché è stata gestita male. Si sono sprecati molti soldi. E' diventato un carrozzone burocratico. Spesso è condizionato da regimi dittatoriali che ne paralizzano l'azione. La sua struttura è anacronistica. Ha fatto alcune cose buone ma ha mancato molti dei suoi obiettivi. Mentre a New York si curano i mal di pancia dei diplomatici, in Darfur si muore. L'Onu è sempre meno credibile. C'è anche un problema morale. Ci sono stati scandali che hanno coinvolto alti funzionari. Altri caschi blu si sono resi colpevoli di violenze sessuali. Insomma, o l'Onu cambia o è condannato perdere ogni residua credibilità e a morire. Noi americani possiamo riparare l'edificio, rinvigorirlo, liberarlo dalle incrostazioni, adeguarlo alle sfide del nostro tempo, renderlo efficiente ed efficace».

    Nella sostanza, gli Usa vorrebbero ridisegnare completamente le missioni dell'Onu assegnandole un solo compito veramente importante: autorizzare o approvare l'uso della forza da parte degli stati, singoli, «coalizioni di volonterosi» o organizzazioni regionali, tutte quelle volte che si rendesse necessaria un'azione militare «preventiva» o «protettiva» di fronte a una minaccia non imminente o latente o di fronte al pericolo di genocidio o atrocità affini. Un vero e proprio stravolgimento della Carta dell'Onu e delle sue funzioni. Anziché operare per «preservare le future generazioni dal flagello della guerra», l'Onu diventerebbe così il luogo dove discutere se dare il via a questa o quella guerra. Nessun vero ruolo nella prevenzione e soluzione dei conflitti. Nessun ruolo in campo economico. Un po' di peacekeeping (ma solo ed esclusivamente con personale messo a disposizione di volta in volta dagli stati o dalle coalizioni regionali), un po' di peacebuilding (ma senza alcun ruolo per la società civile che invece si è contraddistinta per la sua efficacia), un po' di aiuti umanitari per quelli che muoiono di fame o di qualche altra catastrofe naturale, in stretto rapporto con la Banca Mondiale guidata da Paul Wolfowitz, architetto della guerra in Iraq.

    Nell'interesse dei contribuenti americani, all'Onu viene richiesto naturalmente di combattere il terrorismo, di impedire che armi di distruzione di massa possano finire in mani sbagliate, di promuovere la democrazia nel mondo e il rispetto dei diritti umani. Tutti obiettivi sacrosanti che gli Usa si propongono di raggiungere imponendo all'Onu di adottare gli stessi metodi e strumenti di interventismo militare della politica americana. L'idea di fondo è che l'Onu non dovrebbe più essere la casa di tutti ma la «Casa delle democrazie» che, agendo di concerto, potrebbero impedire e sanzionare terrorismo, genocidi e violazioni dei diritti umani. Per coltivare questo disegno, gli Stati uniti propugnano anche un'ampia riforma istituzionale che include: la definitiva degradazione dell'Assemblea generale e la sua trasformazione in un forum permanente per dibattiti inconcludenti; la trasformazione del Segretario generale in un manager sotto il controllo dei maggiori paesi contribuenti; il controllo del bilancio di ogni singola attività, anche attraverso una commissione esterna; la possibilità di controllare i bilanci anche da parte delle Agenzie investigative degli Usa e del Congresso americano; la riduzione del personale direttamente assunto dall'Onu (e che ne dovrebbe garantire l'indipendenza); l'assunzione di nuovo personale solo a tempo determinato; l'aumento del personale fornito direttamente dagli stati (che in questo modo aumenterebbero la loro capacità di promuovere i propri interessi all'interno dell'organizzazione e, ovviamente, tenerla sotto controllo); l'apertura delle porte dell'Onu ai privati e la chiusura ai parlamenti, alla società civile e agli enti locali.

    Che fare? Primo. Per quanto l'assalto degli Usa possa sembrare invincibile, l'esito della battaglia non è affatto scontata come non lo è stato il voto sulla guerra in Iraq. E' vero che gli stati sono ricattabili e si lasciano ricattare ma a tutto c'è un limite. Secondo. Nessuno può arrendersi all'idea che l'Onu diventi uno strumento dei più forti e del loro unilateralismo. Molte delle grandi sfide dell'umanità sono globali e per vincerle sono indispensabili soluzioni globali condivise. L'unilateralismo e il «multilateralismo alla carta» fanno male al mondo. L'alternativa a un «centro armonizzatore» è il caos mondiale nel quale stiamo precipitando. Terzo. Questo è il momento in cui tutti gli amanti della pace, diritti umani, democrazia, legalità, giustizia e libertà debbono unirsi e battersi per salvare, rafforzare e democratizzare l'Onu. La società civile mondiale impegnata a contrastare miseria e ingiustizia, unilateralismo e globalizzazione selvaggia, guerre e terrorismi deve assumersi questo compito. Un grande ruolo spetta all'Unione europea (se deciderà di esistere e agire) e a quei governi del sud del mondo che decideranno di non piegare la schiena fino a terra. Ma senza la mobilitazione della società civile è certo che sarà impossibile ridare al Palazzo di Vetro dignità, efficacia e futuro che deve avere.

    Che fare?

    Con questa consapevolezza, dal 7 al 10 settembre, alla vigilia della Marcia Perugia-Assisi e del Vertice delle Nazioni unite, centinaia di persone e organizzazioni di tutto il mondo, membri del Forum Sociale Mondiale e di tante altre reti, si riuniranno a Perugia nella sesta Assemblea dell'Onu dei Popoli per discutere che fare. Se, com'è prevedibile, il summit di settembre sarà un disastro, perché non lavorare alla convocazione di una «Convenzione universale sul futuro dell'Onu» che riunisca tutti coloro che dell'Onu non vogliono (e non possono) fare a meno? E se gli Stati uniti insistono nell'attacco, perché non promuovere una campagna per il trasferimento del quartier generale dell'Onu da New York a Roma o, magari, a Gerusalemme?

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