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    La legge internazionale deve essere rispettata

    19 dicembre 2005 - Annalisa Roveroni

    Una premessa

    Per “diritto internazionale” intendiamo prima di tutto le quattro Convenzioni internazionali di Ginevra del 1949 ed il Protocollo del 1977 che regolano i conflitti armati tentando di fornire una protezione ai soldati prigionieri e belligeranti e alla popolazione civile. Si sono poi aggiunte molte altre convenzioni che vietano la fabbricazione e/o l’uso di certi tipi di arma: armi nucleari, armi batteriologiche e tossiche, armi chimiche, mine anti-uomo, e vari tipi di armamento per i loro effetti devastanti e indiscriminati (ad esempio le bombe a grappolo o cluster bombs). Si tratta del cd “diritto bellico” o umanitario, da secoli materia di discussione e di accordi tra gli stati, volto a limitare, a contenere, la barbarie assoluta della guerra. Inoltre, sono parte a pieno titolo della legge internazionale le convenzioni internazionali sui diritti umani promosse dalle Nazioni Unite: contro lo sterminio e il genocidio, la tortura e la detenzione arbitraria, la riduzione in schiavitù, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata, il crimine di apartheid, e altri crimini gravi contro l’umanità. L’obiettivo di proteggere i diritti umani nel mondo ha un prerequisito, una condizione minima e necessaria: il mantenimento della pace. La nascita dell’ONU in seguito al secondo conflitto mondiale era stata motivata infatti in primo luogo proprio da questo impegno vitale: preservare le generazioni future dal flagello della guerra - come recita il Preambolo alla Carta costitutiva di questa organizzazione. La guerra doveva essere bandita dalla storia e dalla legalità internazionale. Il principio dell’illegittimità della guerra, dell’aggressione armata e del ricorso alla violenza quale mezzo di risoluzione delle controversie tra gli stati o all’interno di uno stesso stato è parte costitutiva – anche se disattesa - del diritto internazionale.
    Perché viene disattesa? Così come a livello nazionale ci sono sempre un certo numero di assassini e criminali, anche a livello internazionale conviene aspettarsi la stessa cosa. Ma soprattutto perché manca (o possiamo meglio dire, mancava) un sistema di repressione del crimine (polizia, giudici) per rendere la legge internazionale effettivamente cogente: una legge senza sanzione nei confronti dei trasgressori non è effettivamente tale.
    L’uomo giusto, che lotta per mantenere un minimo di umanità nei rapporti tra le persone e salvare delle vite - preziosissime in quanto tali, con volti, nomi, emozioni - da oggi, a partire dall’orrore provocato tra le genti dai due conflitti della Ex Yugoslavia e del Rwanda, non è più solo, in balia degli stati e delle fazioni armate, e della volontà/interesse che hanno stati terzi di intervenire e di chiedere o meno il rispetto della legge. Nella seconda metà degli anni novanta c’è stato l’avvio di una “rivoluzione” giuridica epocale, con l’istituzione dei due Tribunali ad hoc sui crimini avvenuti in ex Yugoslavia e in Rwanda. I tempi allora erano maturi, grande era il disgusto e l’intollerabilità dei conflitti armati che vedevamo anche solo in televisione, affinché si arrivasse all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nata a Roma il 17 luglio 1998 (il suo statuto è entrato in vigore nel luglio 2002 in seguito alla ratifica da parte dei primi 60 stati membri), competente a giudicare qualsiasi situazione attuale e futura di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. Esiste, per la prima volta nella storia, una legge universalmente valida e dei giudici preposti ad applicarla. Sebbene limitati dal fatto che - per ora - possono agire solo verso i cittadini degli stati che hanno accettano questa giurisdizione. E, come è ben noto, alcuni stati importanti non hanno fatto questo passo.

    La messa in stato d’accusa dei responsabili di aggressione, crimini di guerra e contro l’umanità

    Si potrebbe obiettare che, se il timore di finire davanti ad un tribunale internazionale fosse davvero un deterrente efficace contro la carneficina di civili inermi (ma anche di militari), queste non accadrebbero tuttora ovunque nel mondo. Ritengo che per avviare un meccanismo virtuoso, di paura della pena effettiva e cogente, di essere trascinati davanti al procuratore della Corte Penale Internazionale, c’è bisogno ora di alcuni eventi simbolici e pratici. Che facciano scalpore, ristabiliscano la legalità internazionale e quindi la credibilità delle istanze sovranazionali delle Nazioni Unite, continuamente e ad arte boicottate e calpestate dai governi statuali, sempre restii a riconoscere altri soggetti insieme e sopra essi stessi. Primo tra tutti il governo statunitense, fautore della dottrina della guerra preventiva - un principio che non esiste nel diritto internazionale - e addirittura dell’uso preventivo di “piccoli“ ordigni nucleari contro stati terroristi o “canaglia”.
    Il sistema giuridico internazionale è uno strumento per ripristinare la pace ed i diritti umani e per prevenire future violazioni da tenere in considerazione prioritariamente. Anche contro il terrorismo internazionale. Bertha von Suttner, l’ispiratrice del Premio Nobel della Pace, 150 anni fa aveva girato in lungo e in largo l’Europa cercando di convincere i potenti di allora a costituire un “Tribunale internazionale permanente” quale principale attività di prevenzione della guerra. Ieri come oggi, la via giuridica alla pace è una strategia da praticare. Tenuto conto soprattutto della partecipazione diretta dei soldati italiani nel conflitto armato attualmente in corso in Iraq. Da un punto di vista del diritto internazionale - sia di quello umanitario che dei diritti umani - la nostra presenza a fianco degli USA e della GB potrebbe chiamare, in un prossimo futuro, sul banco degli imputati della giustizia internazionale anche politici e militari italiani, quali corresponsabili di aggressione, crimini di guerra e contro l’umanità verso la popolazione irachena. Le vittime di Falluja e dell’Iraq orribilmente bruciate dal fosforo bianco, devastate dalle super-bombe, falcidiate dalle cluster bombs, incenerite e contaminate dai proiettili contenenti uranio impoverito - armi chimiche e non convenzionali, disumane come e più di ogni arma, con effetti indiscriminati contro i civili, vietate dalla legge internazionale, vere e proprie armi di distruzione di massa - pretendono la nostra pietà, il nostro intervento di popolo per un popolo. Prima che questi embrioni di legalità internazionale vengano definitivamente spazzati via ancor prima di svilupparsi. Prima d’essere, magari, non si può mai sapere, anche noi le prossime vittime. Travolti da questo allucinante film western, dove ti costringono a stare con i buoni o i cattivi... Un’altro mondo è possibile, è già qui, si sta formando dietro le contraddizioni, dietro le mosse estreme, da animale ferito e pertanto assolutamente pericoloso, del vecchio sistema di stati nazione sovrani armati. Basta scorgerlo, agirlo, imporlo in modo nonviolento, con l’aiuto della legge internazionale amica dell’uomo e dei popoli.

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