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Programma costruttivo

Gandhi e la verità della nonviolenza. Introduzione al programma costruttivo.

1. Il programma costruttivo di gandhi e il nostro
2. Esempi di costruttori di pace
3. I cristiani e la nonviolenza
10 gennaio 2006 - Enrico Peyretti
Fonte: Relazione al Convegno di Pax Christi, 30-12-2005

GANDHI E LA VERITA' DELLA NONVIOLENZA.
INTRODUZIONE AL PROGRAMMA COSTRUTTIVO
Intervento tenuto alconvegno di Pax Christi svoltosi a Trento il 29-31 dicembre 2005 sul tema "Instancabili provocatori di nonviolenza. Il nesso tra le piccole e le grandi scelte".

1. Gandhi, il suo "programma costruttivo" e il nostro
L'impegno costante nel programma costruttivo e' la quarta delle regole
dell'azione nonviolenta gandhiana (1). La lotta nonviolenta non e' solo per
togliere un'ingiustizia, anzi non puo' fare questo, se non e'
contemporaneamente, e da subito, azione costruttiva della giustizia. Percio'
Gandhi dice: "Se la disobbedienza civile non e' accompagnata da un programma
costruttivo, e' un atto criminale e una dispersione di energie, (...) e'
soltanto una bravata ed e' peggio che inutile" (2). Puo' essere necessario
essere "disobbedienti" alla legge e al comando ingiusto, ma non e'
sufficiente, anzi e' soprattutto negativo senza un impegno costruttivo. Per
questo motivo Giuliano Pontara sostiene che non e' l'astensione dalla
violenza ma lo sforzo costruttivo la piu' profonda essenza della nonviolenza
gandhiana (3).
*
Comunicazione con l'avversario
Dal lavoro costruttivo anche l'avversario puo' trarre certi vantaggi, quindi
vale molto per stabilire o ristabilire quella ricerca di comunicazione con
l'avversario, che e' caratteristica essenziale della lotta nonviolenta. Il
lavoro costruttivo, dunque, deve individuare degli obiettivi che sono anche
nell'interesse dell'avversario e richiedono la sua collaborazione per essere
raggiunti.
Naturalmente non e' sempre facile trovare questi "fini sovraordinati": quali
erano questi fini comuni a ebrei e nazisti? Eppure, senza di essi le
alternative nonviolente rischiano di restare lettera morta. Una serie di
sforzi nella individuazione di fini sovraordinati riduce il senso di
ostilita', muta l'immagine sfavorevole che le parti hanno l'una dell'altra e
crea un clima favorevole alla esplorazione di alternative alla reciproca
distruzione.
Comunque, il nonviolento non desiste dal lanciare ponti, dall'introdurre
distinzioni nel gruppo avversario, per esempio col non identificare nazisti
e tedeschi, come seppe fare, per esempio, Etty Hillesum (giovane ebrea
perseguitata, uccisa ad Auschwitz) nella sua alta spiritualita'. Sappiamo
che una resistenza tedesca c'era, ma falli', tra l'altro, anche perche' gli
alleati non vollero mai fare questa distinzione tra Hitler e quelli che lo
avversavano: specialmente attivi erano molti alti ufficiali militari, che
tentarono piu' volte dapprima di destituirlo poi di ucciderlo. Gli alleati
negarono ogni appoggio alla resistenza, cercato anche da Bonhoeffer, e cosi'
lasciarono monolitico il gruppo dirigente tedesco, che invece poteva essere
incrinato.
*
Undici punti costruttivi
Gandhi propone questo programma costruttivo in undici punti precisi (4), che
compaiono gia' nel 1909 in Hind Swaraj.
1) riconciliazione tra i vari gruppi religiosi indiani, specialmente tra
indu' e musulmani. Questo e' il punto per il quale, dopo oltre cinquant'anni
di impegno continuo e tenace, Gandhi pago' con il sacrificio della vita.
2) abolizione della intoccabilita', come primo passo verso l'abolizione
delle caste.
3) lotta contro l'uso delle bevande alcoliche e delle droghe.
4) filatura e lavorazione casalinga del cotone (khaddar o khadi, stoffa
filata e tessuta a mano) non soltanto come boicottaggio dei tessuti inglesi,
ma come strumento di sensibilizzazione e organizzazione politica,
espressione della dignita' e importanza del lavoro manuale, protesta contro
l'industrialismo disumanizzante, valorizzazione del capitale umano, simbolo
dell'indipendenza (abbiamo gia' detto dell'arcolaio, ancora oggi stemma
sulla bandiera indiana).
5) promozione della piccola industria di villaggio, come realizzazione di
decentramento e autonomia dei 700.000 villaggi indiani.
6) nuovo metodo di educazione dei bambini alla nonviolenza e al rispetto di
quanto di buono e duraturo c'e' nella tradizione indiana, invece di
sradicarli in nome della "piu' progredita" civilta' occidentale.
7) educazione degli adulti.
8) parificazione dei due sessi, perche' nella nonviolenza la donna ha lo
stesso diritto dell'uomo di forgiare il proprio destino. Ricordiamo a questo
proposito che Gandhi affermava il primato della donna nell'azione
nonviolenta: "Se per forza si intende la forza morale, allora la donna e'
infinitamente piu' forte dell'uomo. (...) Se la nonviolenza e' la legge
della nostra esistenza, il futuro e' delle donne" (5).
9) miglioramento sia fisico che psichico dell'individuo per condurlo a
capire ed apprezzare la "vita semplice", o "semplicita' volontaria",
nell'alternanza di lavoro manuale e mentale per una piu' piena realizzazione
di umanita'.
10) propagazione della lingua nazionale.
11) promozione dell'uguaglianza economica, in base all'assunto che un
sistema basato sulla nonviolenza e' impossibile fin quando una societa' e'
divisa in ricchi e poveri, capitale e lavoro.
*
Proviamo a immaginare un programma simile per noi, cercatori di nonviolenza,
nella nostra situazione italiana, occidentale, odierna.
1) "Riconciliazione tra i vari gruppi religiosi indiani, specialmente tra
indu' e musulmani", per noi oggi puo' significare il macroecumenismo, cioe'
la costruzione di dialogo interreligioso e la collaborazione per la pace con
le persone di altre religioni ormai presenti in numero significativo in
Italia. Come ricorda da tempo Hans Kueng, la pace tra le religioni e' una
condizione della pace tra le culture e le nazioni; la pace tra le religioni
ha bisogno di conoscenza e dialogo tra le religioni; perche' ci sia dialogo
tra le religioni occorre ricercare i fondamenti delle religioni, nelle loro
differenze e convergenze profonde. Iniziative di dialogo interreligioso
crescono in Italia, in particolare e' importante per la pace la giornata di
dialogo cristiano-islamico alla fine del ramadan, che si svolge da quattro
anni, promossa dal basso, inizialmente da Brunetto Salvarani, non ancora
ufficializzata nella chiesa italiana, avvenuta quest'anno in un centinaio di
citta'.
2) Gandhi voleva in India l'"abolizione della intoccabilita', come primo
passo verso l'abolizione delle caste". Per noi, chiaramente, cio' vuol dire
atteggiamenti personali e collettivi di amicizia, ospitalita',
frequentazione, collaborazione sociale, con gli immigrati, fatti oggetto di
sospetti e discriminazioni che arrivano talvolta al razzismo sordo, non solo
psicologico, impaurito, ma anche esplicito, ideologico, amministrativo,
politico; quindi vuol dire per noi anche iniziative politiche alternative al
trattamento dell'immigrato come utile forza-lavoro assai piu' che come
persona con bisogni e diritti; e vuol dire saper pensare e volere giustizia
sulla grave questione dei Centri di permanenza temporanea.
3) "Lotta contro l'uso delle bevande alcoliche e delle droghe", sara' per
noi azione preventiva, educativa, testimoniale, sociale che aiuti chi e'
privo di motivi per vivere e per agire, e quindi cade nella dipendenza da
vari tipi di sicurezza fittizia ed eccitazione artificiale per sentirsi
vivo: le droghe, l'alcol, ma anche la soggezione alle mode rassicuranti e al
conformismo dei consumi reso obbligatorio dalla pubblicita', l'appiattimento
sul pensiero unico, l'inerzia che fa rassegnare alle ingiustizie invece di
costruire azioni e forme sociali giuste. L'impegno nella costruzione della
pace e' un compito storico, lungo piu' generazioni, che riempie di
significato la nostra vita personale e politica. Ogni volta che possiamo
trasmettere questo desiderio attivo salviamo una vita dal vuoto e
dall'insignificanza.
4) e 5) Quando Gandhi chiedeva agli indiani la "filatura e lavorazione
casalinga del cotone, non solo come boicottaggio dei tessuti inglesi, ma
come strumento di sensibilizzazione e organizzazione politica, come
espressione della dignita' e importanza del lavoro manuale, come protesta
contro l'industrialismo disumanizzante, come valorizzazione del capitale
umano e simbolo dell'indipendenza", e sollecitava la "promozione della
piccola industria di villaggio", egli avviava una vera azione economica e
politica costruttiva che per noi puo' voler dire imparare a fare da se'
molte cose, per esempio fare il pane o lo yogurt in casa, scegliere acquisti
locali o equo-solidali, liberi dal potere delle multinazionali sfruttatrici
del lavoro dei poveri e saccheggiatrici delle loro terre; in sostanza, vuol
dire informarci e impegnarci nelle varie forme di economia alternativa, che,
senza violenza, allevia la condizione di coltivatori sfruttati e toglie
potere alle potenze economiche responsabili della maggior parte della
violenza presente oggi nel mondo: la violenza economica, piu' vasta e
profonda della stessa violenza bellica.
6) e 7) Per Gandhi era importante in India un "nuovo metodo di educazione
dei bambini - ma anche degli adulti - alla nonviolenza e al rispetto di
quanto di buono e duraturo c'e' nella tradizione indiana, invece di
sradicarli in nome della 'piu' progredita' civilta' occidentale". Era questa
l'indipendenza culturale e spirituale necessaria alla giusta indipendenza
politica nazionale dell'India. Anche noi siamo soggetti ad un colonialismo e
imperialismo che non ha quelle stesse forme, ma influisce pesantemente sugli
spiriti mediante settori dell'industria dello spettacolo, che puntano spesso
sulla droga della violenza armata, psicologica o sessuale; un colonialismo
culturale che compie operazioni sistematiche sull'immaginario di massa,
mediante penetrazione imperiosa e suadente dei miti di forza, efficienza e
successo spregiudicato, di ammirazione e culto dei "vincenti", di
insensibilita' ai diritti di tutti, fino al disprezzo degli ultimi (tanti
videogiochi di guerra e violenza). Un punto costruttivo di pace e
nonviolenza oggi e' realizzare la comunicazione tra le culture senza nessuna
pretesa di superiorita' dell'una o dell'altra, tanto meno se e' per
capacita' tecniche piu' che per crescita umana e spirituale; un punto
costruttivo e' educarsi, e dunque essere fattori di educazione sociale,
all'uguaglianza, alla liberta' di spirito, alla responsabilita', a cio' che
di valido viene da tradizioni antiche che non sono da disprezzare come se il
nuovo fosse sempre il meglio; e' dedicarsi anche a produzione artistica e di
spettacolo ispirata a umanita', nelle tante forme culturali in cui si
esprime lo spirito umano nelle varie civilta' e nella storia.
10) "Propagazione della lingua nazionale" era il decimo punto del programma
costruttivo di Gandhi. Oggi vuol dire oggi accettare le lingue che mediano
una comunicazione piu' vasta, ma conservare le differenti lingue, cioe' le
culture, le differenti visioni, tradizioni ed esperienze di vita, senza che
lingua e mentalita' dei popoli dominanti dominino le menti e plasmino una
mentalita' appiattita e conforme. Non e' secondario questo punto per la
dignita' delle culture e la ricca diversita' umana, che e' un bene e un
valore quando e' incontro e non dominio o scontro.
8) La "parificazione dei due sessi, perche' nella nonviolenza la donna ha lo
stesso diritto dell'uomo di forgiare il proprio destino" era un altro punto
positivo del programma nonviolento gandhiano. Oggi il movimento femminile e
femminista ha fatto strada, e tante donne sono attive non solo nelle
rivendicazioni dei loro diritti e dignita', ma sono in prima fila, nella
ricerca, nell'educazione e nell'azione dei nostri movimenti per la pace e
nonviolenza. Nel mondo, nelle culture, religioni, tradizioni, ma anche nella
nostra chiesa, manca ancora molto al riconoscimento della parita' di valore
personale e di ruolo sociale tra donne e uomini; le posizioni di potere
pubblico e la pratica di violenza nelle sue varie forme, sono assai piu'
degli uomini che delle donne. Quel che forse e' peggio, ci sono
rivendicazioni di parita' chiaramente distorte, come la presenza di donne
nei luoghi della violenza istituzionale, come gli eserciti e la guerra, dove
invece deve ridursi fino a scomparire ogni presenza umana, anche maschile.
Senza mitizzare una natura umana diversa nelle donne, come se fosse immune
dalla violenza, specie quando le donne arrivano a posizioni di potere,
certamente il necessario riequilibrio dei due volti dell'umanita' nella
gestione delle vicende pubbliche come dei rapporti personali potra' essere
un contributo ad una umanita' meno violenta e piu' giusta. Nell'ambiente dei
cercatori di pace questo avviene piu' naturalmente e tranquillamente che
nella societa' competitiva e individualista, ma e' nostro impegno
costruttivo fecondare tutta la societa' in questo senso.
9) e 11) "Imparare a capire ed apprezzare la 'vita semplice', o 'semplicita'
volontaria', nell'alternanza di lavoro manuale e mentale per una piu' piena
realizzazione di umanita'. Promozione dell'uguaglianza economica, in base
all'assunto che un sistema basato sulla nonviolenza e' impossibile fin
quando una societa' e' divisa in ricchi e poveri, capitale e lavoro". Questi
punti costruttivi di Gandhi possono diventare, per la nostra ricerca di
nonviolenza, vita di sobrieta', alternativa alla quantita' di possessi, di
oggetti, di comodita' sofisticate ed eccessive, non giustificabili con
l'efficienza del lavoro e delle comunicazioni. Ma questo non solo per una
igiene di vita personale, non dominata dalle cose, ma soprattutto perche' la
troppa ricchezza degli uni e' miseria degli altri, ed e' - come diceva padre
Turoldo - "vergogna del Nord e disperazione del Sud del mondo". Dunque,
dobbiamo riconoscere con Gandhi, che "la nonviolenza e' impossibile fin
quando una societa' e' divisa in ricchi e poveri": le grandi disuguaglianze
offensive discriminatrici e separatrici, che selezionano gli esseri umani in
sommersi e salvati, in esuberi e necessari, sono grandi e gravi violenze,
sono una vera guerra all'umanita' anche se nessuna arma sparasse e nessun
bombardiere bombardasse. Dunque, la politica che vogliamo deve privilegiare
la giustizia resa ai deboli e non il mercato, campo dei forti, la cui
liberta' di dominio e' pura violenza. La politica costruttiva che dobbiamo
fare non accetta la liberta' delle "libere volpi fra libere galline", ma
vuole porre museruole alle "volpi" e sostenere coscienza e forza sociale
delle "galline".
*
2. Costruttori di pace
Non solo un movimento cattolico come Pax Christi, ma tutti i cristiani
responsabilmente impegnati per la giustizia che fonda la pace e per la pace
che e' giustizia, devono essere critici delle ingiustizie del mondo, devono
avere la franchezza e la liberta' profetica anche severa e dissacratrice,
civilmente disobbediente quando occorre, ma su tutto devono essere -
dobbiamo essere - secondo la beatitudine che Gesu' ci ha annunciato,
operatori e costruttori di pace positiva: non soltanto l'assenza di violenza
bellica, ma anche di violenza strutturale e culturale.
Questo vuol dire attingere interiormente alla speranza e allo Spirito che ci
preserva dallo sconforto come dalla rassegnazione, che ci salva dall'ira e
dall'amarezza, e ci suggerisce volonta', fantasia, intelligenza, tenacia,
sostegno reciproco, continuita', concretezza per porre pensieri e atti di
pace pur dentro tempi e situazioni di guerra. E se le nostre chiese non sono
abbastanza pronte e decise a sposare la nonviolenza attiva, ma spesso si
limitano a invocare da Dio il miracolo della pace che Dio ci ha insegnato e
incaricato di costruire nel mondo; e se spesso si limitano a esortare i
potenti della terra a non fare la guerra, ma non esortano e non incoraggiano
con rispetto le coscienze personali - dei soldati, dei tanti collaboratori
alla guerra, degli scienziati e tecnici militari, degli informatori e degli
intellettuali - ad opporre personale obiezione di coscienza alla guerra,
percio' disobbedienza personale mite e forte ai comandi di guerra; se le
nostre chiese non fanno questo, che ci sembra necessario loro compito,
perche' non sono agenzie di ragionevole diplomazia, ma comunita' di
coscienze e di forza morale che viene a noi dall'alto, forza alternativa
alle forze negative presenti nel mondo, noi non cadremo nella disperazione
verso le nostre chiese, non ci abbandoneremo alla polemica facile, ma ci
aiuteremo a fare personalmente e insieme quello che i cristiani hanno il
compito di fare.
Allora, anche oltre i recinti ecclesiali, daremo riconoscimento e onore ai
profeti e ai coraggiosi costruttori di pace di ieri e di oggi. Per fare solo
qualche esempio indicativo e non esaustivo, riconosceremo don Primo
Mazzolari, che dovette scrivere sulla pace in modo clandestino, e dovette
pubblicare anonimo nel 1955 quel suo grande libretto, Tu non uccidere, che
fu ritirato d'autorita' dalle librerie cattoliche, e pote' portare la firma
dell'autore solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1959. Tutto cio' perche'
parlare di pace era allora cosa sospetta per la chiesa, la quale, per paura
del comunismo, si identificava completamente con l'Occidente agguerrito
contro la reale minaccia sovietica, nella guerra fredda, senza capacita' di
allentare la pazzesca tensione atomica, ne' di cercare un ponte umano col
nemico politico. Mazzolari fece questo, quasi totalmente da solo, e fu
operatore di pace piu' della sua chiesa, senza giudicare, ma costruendo.
Riconosceremo Franz Jaegerstaetter, contadino austriaco, padre di due
bambine, fervente cattolico, autodidatta, il piu' noto dei pochi obiettori
alla guerra nazista, sostenuto dolorosamente solo dalla moglie Franziska, e
non dalla sua chiesa che gli consigliava obbedienza passiva alla piu'
crudele ingiustizia. Per questo Franz Jaegerstaetter fu ghigliottinato il 9
agosto 1943, come i giovani studenti tedeschi della Rosa Bianca. E
ricordiamo anche la vicenda molto simile di Josef Mayr-Nusser, del vicino
Sud Tirolo, non ancora del tutto riconosciuto dalla sua chiesa. Come mai
cosi' poche coscienze cristiane sentirono il dovere di opporre costosa
disobbedienza al nazismo? Come mai la chiesa non dette testimonianza di
"obbedienza a Dio prima che agli uomini" (Atti 5, 29)? Queste sono domande
gravi e dolorose, che giudicano tutti noi, prima che altri, ma piu' che
soffermarci su di esse, occorre cercare risposte vissute, negli esempi
incoraggianti che abbiamo, perche' anche le nostre vite, nei loro limiti
forse piu' larghi di cio' che supponiamo, diano testimonianza.
Cosi' riconosceremo Thomas Merton, statunitense, monaco trappista, che nel
1962 aveva scritto un libro, La pace nell'era postcristiana, che anticipava
la Pacem in terris di papa Giovanni. In quel libro Merton denunciava
profeticamente la fede idolatrica del suo paese nella potenza atomica,
leggeva nel Vangelo che "le misure nonviolente sono piu' forti delle armi",
e vedeva come compito dei cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona
volonta', niente di meno che l'abolizione della guerra dai mezzi della
politica. Il libro non fu pubblicato per la proibizione dei superiori
religiosi di Merton, che ritenevano estraneo al compito di un monaco parlare
di pace sulla terra. Ma Merton lo fece circolare ciclostilato in centinaia
di copie, alcune delle quali arrivarono anche in Concilio. La pace nell'era
postcristiana e' ora finalmente pubblicato nelle edizioni Qiqajon della
Comunita' di Bose.
Noi siamo debitori a questi coraggiosi che, a prezzo di enormi sofferenze
interiori e di costose fedelta' all'essenziale, seppero dire e pagare la
"verita' della pace" - questa bella espressione ripetuta dieci volte nel
messaggio del papa per la prossima Giornata della pace - nonostante divieti
paurosi, misere prudenze, calcoli politici.
Cosi' riconosceremo, nei nostri giorni, Turi Vaccaro, il nonviolento
italiano che, in Olanda, nel giorno anniversario di Nagasaki, ha messo fuori
uso i computer di bordo di due bombardieri atomici, ed e' per questo
condannato a un anno e mezzo di prigione. La sua azione personale, pagata
cara, puo' non essere condivisa da tutti, ma il suo significato - di
distruzione non di "beni", ma di "mali", come Turi ha detto nel processo -
merita il nostro riconoscimento. Con quel gesto, Turi ha posto nuovamente il
problema del disarmo nucleare, dovere di noi tutti, e dei dirigenti degli
stati nuclearisti, tanto vecchi come nuovi, verso il futuro umano possibile,
verso le generazioni future.
E siamo solidali con l'azione legale di quattro cittadini di Pordenone nei
confronti del governo statunitense, presentata il 22 dicembre scorso, per le
armi nucleari dislocate ad Aviano e a Ghedi, su territorio italiano, in
tutto circa novanta, in violazione inaccettabile delle convenzioni
internazionali e delle leggi italiane, oltre che gravemente pericolose per
noi.
E poi riconosceremo anche Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano che, per
avere rivelato ai giornali l'esistenza della bomba atomica del suo paese,
costruita violando le convenzioni internazionali limitatrici di
quell'armamento, fu rapito in Italia e oggi, pur dopo avere gia' scontato
ben diciotto anni di duro carcere, e' di nuovo sottoposto a restrizioni di
liberta' e impedito di comunicare. Chi ama e difende la verita' di tutti
piu' dei segreti militari, l'umanita' intera piu' di quella porzione di
umanita' che e' il suo popolo, e' un vero integrale patriota.
Queste azioni ripropongono il tema abbandonato del disarmo nucleare, che
dobbiamo estendere al disarmo generale delle armi da guerra: anche le armi
leggere, perche' nessun'arma e' leggera. Puo' essere giustificata la
necessita' della polizia, che, se e' corretta, con la forza regolata riduce
la violenza, mentre ogni esercito, con apparati e logiche di guerra,
incrementa sempre la violenza, perche' la guerra la vince il piu' violento,
non chi ha ragione, se non per caso. Sicche' Bobbio ripeteva: "La guerra e'
l'antitesi del diritto".
Certe azioni sembrano negative, ma sono positive. La forma negativa dei
comandamenti di Dio per la vita - non uccidere, non rubare, non mentire... -
e' solo una indicazione che, chiudendo una via, ne apre un'altra, positiva,
di impegno costruttivo, che e' la vera regola di vita giusta, tutta
riassunta nell'amore effettivo. Essere costruttivi non esclude il momento
della resistenza e della disobbedienza civile, richiede anzi la
non-collaborazione al male, ma include tutto in un disegno di amore vivo per
la vita di tutti, anche dell'avversario, anche del violento. Per questo,
cio' che appare sconfitta e distruzione del lottatore pacifico, la sua
condanna e anche la sua morte violenta, a cominciare da quella di Gesu',
sono invece seme di vita e di pace, pietra solida della nuova costruzione di
"convivialita' delle differenze" (la bella definizione che dava della pace
Tonino Bello, vescovo), di pace giusta.
*
3. I cristiani e la nonviolenza
Oggi ci sono persone, centri di potere militare, economico, politico, che,
mentre esercitano una pluriforme violenza, che essi stessi definiscono
"infinita", senza termine temporale e spaziale visibile, la giustificano e,
peggio, la consacrano facendone risalire al Dio di Gesu' Cristo il
riferimento, l'ispirazione messianica e la funzione salvatrice. I
"conservatori teologici", teo-cons, tentano di legare Cristo alla loro
violenza.
Ci sono anche altri cristiani, dagli ultimi papi a una quantita' di chiese,
di movimenti e di persone, che sempre piu' chiaramente individuano come
missione evangelica entro le vicende storiche della famiglia umana,
l'annuncio e la pratica della pace e della giustizia nelle relazioni tanto
tra le persone quanto tra i grandi gruppi umani, come profezia della piena
salvezza finale.
Sempre piu' chiaramente molti di questi cristiani si persuadono che la pace
non e' una stagione fortunata, non e' la sola assenza di conflitti,
differenze, tensioni, ma piuttosto la loro gestione costruttiva e positiva
anziche' negativa e distruttiva. E si persuadono che la nonviolenza non e'
solo l'astensione dall'offendere, o l'elusione dei conflitti, o il loro
occultamento per amor di quiete, ma e' lotta per la giustizia con i soli
mezzi della giustizia, proprio la' dove la giustizia e' offesa, dentro i
conflitti, contro le violenze. Nel 2001, le chiese d'Europa, nella Charta
Oecumenica hanno scritto: "Ci impegniamo per l'assoluta eguaglianza di
valore di ogni essere umano (...) e per un ordine pacifico fondato sulla
soluzione nonviolenta dei conflitti" (n. 8). Non c'e' pace ne' nonviolenza
se non c'e' l'accettazione del conflitto, gestito con mezzi giusti per fini
giusti.
La politica e' pace, e' l'arte del convivere nella differenza e nei
conflitti naturali e necessari, condotti come conflitti vitali e mai
mortali, nella giustizia e mai nel dominio. La pace politica, e
cosmopolitica, e' la nonviolenza attiva, positiva, politica, radicata nella
spiritualita' che riconosce in ogni volto umano, anche nell'avversario e nel
nemico, la piu' alta e profonda realta' del mondo, per i credenti una
immagine di Dio, per quanto possa essere deformata, ma rigenerabile. La
politica, anche nelle istituzioni democratiche, che ammette la guerra e le
altre violenze fra i suoi mezzi d'azione, nega il proprio senso umano. Non
basta il pacifismo (non volere la guerra, ma accettarla), occorre la
nonviolenza: ripudio effettivo della guerra, scelta attiva di mezzi giusti,
forza dell'anima e della verita' umana, non mezzi omicidi ne' oppressivi,
nelle lotte giuste.
La nonviolenza non e' un'utopia, una fuga in avanti fuori dalla realta', ma
la risposta alla montata estrema di violenza armata e strutturale del nostro
tempo. La nonviolenza non e' un estremismo in cerca di un semplicismo
soddisfacente. La situazione del mondo e' estrema, e solo chi cerca la
positiva e costruttiva nonviolenza corrisponde al dovere di dare una
possibilita' al futuro. Oggi i nonviolenti sono i veri "estremisti" nella
societa' e nella politica, mentre i ribelli violenti confermano la violenza
sistematica, e i troppo moderati accettano la violenza di cui sono intrise,
nonostante parziali progressi civili, le strutture politiche, statali,
economiche, relazionali.
La nonviolenza e' riconoscibile dai cristiani come la forma laica, storica,
dell'amore dei nemici, che Gesu' ha potuto chiederci e comandarci perche' lo
ha praticato e ce lo ha reso possibile dandoci la forza del suo Spirito.
L'amore dei nemici e' forse il piu' grande segno della presenza di Dio nella
storia umana, della vita che risorge contro le forze della morte.
*
Eppure, sulla nonviolenza i cristiani sono divisi, nel passato e nel
presente, almeno su tre posizioni:
1) Quelli (ministri nella loro chiesa, oppure laici) che leggono nei testi
sacri e nella tradizione l'immagine di un Dio giustiziere e punitore,
violento, di cui pretendono e presumono di attuare il giudizio nella storia,
individuando e sradicando la zizzania, l'errore e il male con ogni mezzo:
l'autorita' dottrinale, il potere politico e giudiziario, la diplomazia che
impone accordi diseguali, la pressione economica, la propaganda e, se
occorre, anche mediante una violenza bellica che ritengono, per questo
motivo, "giustificata" e anche meritoria, e osano addirittura rivestire di
valore messianico. Lo abbiamo visto ai nostri giorni, e non solo nel
passato. Ma scrive Jean-Marie Muller: "Quando la religione ha benedetto la
violenza, la violenza non e' diventata sacra, ma la religione e' diventata
sacrilega" (6).
2) Quelli che sentono nell'appello evangelico e nello Spirito di Cristo la
chiamata all'amore universale, da realizzare nella storia, con la gestione
positiva e costruttiva dei conflitti, consapevoli della presenza del male,
ma impegnati a contrapporvisi non con mezzi uguali o simili, ma con spirito,
mezzi e fini profondamente alternativi e creativi.
3) Quelli che rimangono incerti, e sono la massima parte dei cristiani: da
una parte non approvano la violenza, la condannano in linea di principio;
approvano e sostengono l'azione mite e giusta; ma, dall'altra parte,
poiche', per la loro sensibilita' religiosa e morale, hanno una
consapevolezza dolorosa del male del mondo e lo condannano, si rassegnano ad
accettare che, nei conflitti acuti, mezzi violenti siano da opporre ad
azioni violente, e che cio' possa e debba essere tristemente giustificato, a
causa dell'imperfezione del mondo, come inevitabile e necessario. Forse e'
qui il maggiore problema nel rapporto tra cristiani e nonviolenza. A me pare
di vedervi una debolezza di giudizio e di azione, causata dal turbamento del
male, affrontato con una tiepidezza di spirito, ne' caldo (appassionato,
innovatore) ne' freddo (cinico, disperato) (7). In realta', davanti allo
scandalo doloroso del male, la reazione forte e positiva e' proprio quella
che troviamo nei maestri della nonviolenza attiva, Gandhi, King, Capitini:
ne' ottimismo ingenuo, ne', tanto meno, rassegnazione, e neppure imitazione
dei mezzi per opporvisi, ma costruttiva indignazione sofferta, che, come e'
stato detto del grande spirito di Etty Hillesum, "trasforma il dolore in
forza" (8). Scrive una giovane studiosa: "La nonviolenza non e' in Capitini
uno sguardo che forza la realta' ad essere buona, ma e' la forza con cui il
dolore del mondo viene attraversato senza essere razionalizzato, per
scoprire che proprio l'impossibilita' di spiegarlo ci dice che altrove sono
le parole con cui rintracciare la nostra origine" (9).
I cristiani del secondo tipo (se vale questo schema), cioe' i cristiani
persuasi e impegnati nella nonviolenza attiva, che scelgono i metodi di
lotta politica nonviolenta, fanno questa scelta per ragioni razionali e
morali, per una piu' effettiva e reale giustizia nei rapporti umani, per non
collaborare ma ridurre la mole di sofferenza che i metodi violenti scaricano
addosso all'umanita' piu' povera. Ma fanno questa scelta anche per ragioni
precisamente cristiane, derivanti dalla fede cristiana. E' stato detto bene
da Enzo Bianchi: "Oggi piu' che mai la chiesa gioca la sua fedelta' al
Signore e misura la capacita' di testimoniare l'Evangelo e di rispondere ai
drammi della storia nella compagnia degli uomini, proprio sulla dottrina e
sulla prassi della pace. Questo significa che la pace e' dono di Dio e
compito profetico dei cristiani nello stesso tempo" (10). Se e' compito
profetico, e' qualcosa di piu' del buon senso diplomatico, che finisce per
giustificare la guerra se provocata da altri.
*
La politica, per essere politica, costruzione e non distruzione del vivere
insieme, deve ripudiare la guerra sistematicamente, in linea di principio e
nelle conseguenze legislative, pratiche, operative, strumentali. Anche la
guerra di difesa deve essere superata (lo prospetta implicitamente anche
l'art. 11 della Costituzione): la difesa armata di armi omicide e' uno
stadio barbaro e feroce dell'azione che rivendica il diritto aggredito. E'
vero che difende e non aggredisce, ma uccide come uccide chi aggredisce.
Uccidere puo' essere una tragica necessita', se non si e' predisposto altro
mezzo di difesa, ma non e' mai un dovere, mai un diritto, mai un successo
(11). La difesa armata omicida e' ancora piu' vendetta che difesa, piu'
ritorsione che riparo. La difesa civile, sociale, non armata - in Italia
denominata meglio Difesa Popolare Nonviolenta - e' possibile, se c'e' la
volonta' di conoscere e attuare un modello umano, non omicida, di difesa che
resiste, frustra e respinge la violenza; e' programmabile, se se ne
volessero conoscere le esperienze storiche (12) e le molte tecniche
sperimentate. Gli apparati statali in generale dicono impraticabile quello
che non hanno mai neppure tentato di conoscere davvero e non hanno mai
minimamente organizzato, finanziato, strutturato in una misura almeno
centesimale rispetto a cio' che profondono in spese e risorse umane e
materiali nella struttura militare omicida: "Una cosa e' dire: bisogna
ricorrere alla violenza il meno possibile; altra cosa e' dire: bisogna
ricorrere alla nonviolenza il piu' possibile" (13).
Gli stati si comportano cosi' male perche' sono tradizionalmente e
strutturalmente legati all'apparato militar-industriale (14), spesso anche
con vincoli di interessi personali di dirigenti statali nella grande
industria militare, attivamente interessata a provocare guerre utili ad
aggiornare e a consumare con profitto cruento i suoi strumenti omicidi, le
armi.
Il fatto che noi non possiamo ancora, oggi, adottare come regola assoluta la
nonviolenza nei conflitti su vasta scala sociale, come la adottiamo nei
rapporti interpersonali, dove l'omicidio non e' mai ammesso ma sempre punito
(15), non dipende da un limite del principio del non uccidere, ma dipende,
per un verso, dalla complessita' non tutta prevedibile delle situazioni che
possono verificarsi e dal conflitto di doveri opposti, e, per un altro verso
piu' determinante ancora, dalla debolezza dell'opzione morale e culturale di
ripudio della violenza nella politica. Come e' finora prevalentemente
concepita, vincolata alla ristretta antropologia machiavellica e hobbesiana,
la politica e' intrisa fino al midollo, anche nelle democrazie formali, di
un uso cinico del potere degli uni sugli altri. La concezione che abbiamo di
noi stessi e delle nostre possibilita' di convivere costruttivamente, e'
cosi' bassa e disperata, cosi' succube delle vicende negative, cosi' priva
di fede incoraggiante e stimolante del miglioramento umano, cosi' ignara
delle possibilita' di quello che Ernesto Balducci, sulla scorta di Ernst
Bloch, chiamava "l'uomo inedito" (16), dentro l'uomo edito che noi siamo,
quella concezione - dicevo - e' tale che ci fa credere necessario, per non
ucciderci tra noi, che il potere statale abbia su di noi un minaccioso
diritto, che e' in realta' un diritto di vita e di morte, anche dove non
c'e' la pena capitale, ma c'e' la possibilita' della guerra (17). Questo
falso diritto bisogna arrivare a negare. Noi siamo nella preistoria della
politica umana. Noi dobbiamo umanizzare questa nostra storia. Sappiamo
inventare mille trovate tecnologiche e non sappiamo ancora inventare forme
politiche del tutto libere dall'uccidere. La democrazia e' un parziale
inizio di nonviolenza (contare le teste invece di tagliarle), ma
assolutamente insufficiente, perche' non abolisce la guerra, non e'
determinata a realizzare universalmente il diritto alla vita che vuole
affermare all'interno, perche' usa ancora pene violente e vendicative: far
soffrire chi ha fatto soffrire. I cristiani hanno un compito primario, in
questo. All'inizio degli anni ottanta, nel tempo del terrificante
dispiegamento bilaterale dei missili nucleari, ricordo che Norberto Bobbio
diceva: "I cristiani hanno il 'non uccidere', ma temo che non saranno
all'altezza della loro responsabilita'".
I credenti in Dio creatore, che ha dato senso buono al mondo e alla vita,
hanno il compito di realizzare il "non uccidere" servendo la vita,
costruendo la vita insieme. Dice ancora Gandhi a tutti, e anche ai
cristiani: "Coloro che affermano che la religione non ha nulla a che fare
con la politica non sanno che cosa significa religione" (18). Egli parla
evidentemente non di istituzioni religiose dotate di peso sociale, ma dello
spirito religioso interiore. Senza rivendicare esclusivismi o primati,
perche' lo Spirito di Dio e' diffuso e soffia dove vuole, i cristiani, noi
cristiani, abbiamo soprattutto un compito costruttivo: essere canali chiari,
testimoni liberi, critici e propositivi, nel quotidiano privato e politico,
attraverso i quali il Bene vivente possa fermentare di giustizia e pace le
relazioni umane.
Contro le apparenze, tra il bene e il male, le forze di vita e le forze di
morte, e' il bene il piu' forte. Col perdono, l'amore toglie il male. Il
male non toglie l'amore con l'odio. Bene e male sono in lotta, ma non si
equivalgono. Il bene resta sempre, piu' persistente del male. Il bene puo'
fare del male un bene. Il male non puo' fare del bene un male.
E' vero che non sappiamo definire sempre, in tutto, cio' che e' bene e cio'
che e' male. Ma sentiamo, in modo quasi infallibile, dove si collocano, nel
nostro agire, i due poli opposti: dove c'e' ingiustizia e offesa, dove c'e'
giustizia e amore; dove ci si allontana dall'ingiustizia, dove ci si
avvicina all'amore.
*
Concludo con una confessione personale: lavorare per la pace piu' con fede e
amore che con spirito di condanna della violenza e dei violenti, non mi e'
facile, non ne sono sempre capace. Un giorno ho ricevuto una parola amica,
bruciante come solo la parola amica puo' essere: "Ma tu ami di piu' i poveri
o odii di piu' i ricchi?". Questa domanda mi esamina. So che devo amare i
poveri e non odiare i ricchi, so che un poco lo faccio, ma so anche che
spesso e' la collera per le violenze dei violenti che mi anima. Un giorno ho
detto ad Arturo Paoli: "Io sento in me odio per i grandi prepotenti e
violenti. Io non voglio odiare nessuno, neppure i grandi violenti. Che cosa
posso fare?". Mi ha risposto: "Trasforma la tua collera in impegno costante,
in energia e volonta' e lavoro costruttivo". Sono qui che cerco di farlo.
Puo' darsi che ci riusciamo se ci aiutiamo tutti l'un l'altro. Puo' darsi
che ci riusciamo se guarderemo soprattutto all'esempio coraggioso di chi con
maggiore fede e amore ha costruito pace. Gandhi dice: "Sii tu il cambiamento
che vuoi nel mondo". Si combatte il male moltiplicando il bene. Non e' il
male che ci chiama a distruggerlo, ma il bene su cui si fonda il dono
dell'essere e della vita, che ci chiama a difenderlo affermandolo e
vivendolo.
*
Note
1. Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino
1996, pp. 49-52, e Pontara, Il pensiero etico-politico di Gandhi, ivi, pp.
LXXVI-LXXVIII. Il tutto ripreso in Enrico Peyretti, Esperimenti con la
verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio 2005, pp.
69-71.
2. Mohandas K. Gandhi, citato da Dhawan, The Political Philosophy of Mahatma
Gandhi, Navaijivan, Ahmedabad 1957, p. 191, citato da Pontara ne Il pensiero
etico-politico di Gandhi, cit., vedi nota 1, p. CXVI.
3. Ivi, pp. CXVI-CXVII.
4. Giuliano Pontara, Il pensiero etico-politico di Gandhi, cit. nota 1, p.
LXXVII-LXXVIII.
5. Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, cit. nota 1, p.
206.
6. Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace,
Plus - Pisa University Press, Pisa 2004, p. 170.
7. Cfr Apocalisse 3, 15-16.
8. Nadia Neri, Un'estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del
lager, Edizioni Bruno Mondadori, Milano 1999, pp. 5, 124, 142 e passim.
9. Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004, pp. 9-10.
10. Enzo Bianchi, in AA. VV. La pace, dono e profezia, Edizioni Qiqaion,
Magnano 1991, p. 5.
11. Mentre per Gandhi uccidere puo' essere addirittura, in certe
circostanze, un dovere, un imperativo della nonviolenza (Teoria e pratica
della nonviolenza, citato, pp. 69 e ss, ma anche pp. 22 e 344), per
Jean-Marie Muller "la giustificazione della violenza con la necessita' e' la
prova che la violenza non ha una giustificazione umana" (op. cit., p. 69), e
"la necessita' di uccidere non sopprime affatto il comandamento di non
uccidere" (ivi, p. 78); lo stato di necessita' non permette di rendere
dovere o diritto la violenza dell'uccidere (v. ancora la pp. 80, 275, 289,
292).
12. Vedi l'ampia bibliografia che ho raccolto, Difesa senza guerra, che
documenta molti casi storici, non utopie future, di lotte giuste senza uso
di armi omicide: http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti
13. Jean-Marie Muller, op. cit., p. 296; vedi anche p. 209.
14. Giuliano Pontara lo definisce piu' completamente "complesso
militare-industriale-accademico-burocratico", in Guerre, disobbedienza
civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996, p. 10.
15. Il principio della legittima difesa personale, che puo' scusare
penalmente anche chi uccide per non essere ucciso, si basa sul giudizio
insostituibile, entro la situazione immediata, della coscienza personale
dell'aggredito. Ma nessuno puo' ordinare ad un altro di uccidere. Ogni
esercito, invece, e' basato su questo comando, rafforzato da dura disciplina
spersonalizzante. Non si puo' dunque evitare una considerazione che sembra
condurre a negare ogni possibilita' morale di un esercito.
16. Vedi principalmente Ernesto Balducci, La terra del tramonto. Saggio
sulla transizione, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1992, passim e, in
particolare, p. 12 e pp. 49 e ss.
17. Anche Norberto Bobbio nel libro Il terzo assente. Saggi e discorsi sulla
pace e la guerra (Edizioni Sonda, Torino 1989), paga il suo tributo all'idea
che la pace puo' soltanto venire imposta, e che, pur necessaria, non e'
possibile perche' manca il "terzo" piu' potente degli antagonisti. Bobbio,
tuttavia, dopo la fine della guerra fredda senza guerra calda, ammise in una
corrispondenza epistolare inedita che la saggia paura della "mutua
distruzione assicurata" aveva funzionato da "terzo".
18. Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino
1996, p. 31.

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