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    Commento al Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace, 1° gennaio 2006: “NELLA VERITA', LA PACE”

    18 gennaio 2006 - Enrico Peyretti

    Commento al Messaggio di Benedetto XVI
    per la Giornata della Pace, 1° gennaio 2006: “NELLA VERITA', LA PACE”

    * Vorrei provare a leggere questo documento dal punto di vista non solo dei credenti in Cristo, ma di ogni cercatore di pace aperto alla profonda collaborazione spirituale, nella buona volontà.

    1. Con il tradizionale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace,
    all'inizio del nuovo anno, desidero far giungere un affettuoso augurio a
    tutti gli uomini e a tutte le donne del mondo, particolarmente a coloro che
    soffrono a causa della violenza e dei conflitti armati. E' un augurio carico
    di speranza per un mondo piu' sereno, dove cresca il numero di quanti,
    individualmente o comunitariamente, si impegnano a percorrere le strade
    della giustizia e della pace.
    2. Vorrei subito rendere un sincero tributo di gratitudine ai miei
    predecessori, i grandi pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, illuminati
    operatori di pace. Animati dallo spirito delle Beatitudini, essi hanno
    saputo leggere nei numerosi eventi storici, che hanno segnato i loro
    rispettivi pontificati, il provvidenziale intervento di Dio, mai dimentico
    delle sorti del genere umano. A piu' riprese, quali infaticabili messaggeri
    del Vangelo, essi hanno invitato ogni persona a ripartire da Dio per poter
    promuovere una pacifica convivenza in tutte le regioni della terra. Nella
    scia di questo nobilissimo insegnamento si colloca il mio primo Messaggio
    per la Giornata Mondiale della Pace: con esso desidero ancora una volta
    confermare la ferma volonta' della Santa Sede di continuare a servire la
    causa della pace.
    Il nome stesso di Benedetto, che ho scelto il giorno dell'elezione alla
    cattedra di Pietro, sta ad indicare il mio convinto impegno in favore della
    pace. Ho inteso, infatti, riferirmi sia al santo patrono d'Europa,
    ispiratore di una civilizzazione pacificatrice nell'intero continente, sia
    al papa Benedetto XV, che condanno' la prima guerra mondiale come "inutile
    strage" (1) e si adopero' perche' da tutti venissero riconosciute le
    superiori ragioni della pace.

    * Il Papa «conferma ancora una volta la ferma volontà della Santa Sede di continuare a servire la causa della pace» e spiega la scelta del proprio nome anche con riferimento a Benedetto XV, che condannò la guerra e si impegnò per la pace (n. 2). Egli ripete dieci volte l’espressione, che trovo bella, «verità della pace» (dal Concilio, Gaudium et Spes, n. 77). Il titolo del messaggio, Nella verità, la pace, e il suo tema principale è che la pace si può instaurare se gli uomini attuano l’ordine e la giustizia voluti da Dio per la società umana (ibidem, n. 78). Ma la pace è una verità anche perché corrisponde, come scriveva Giovanni Paolo II, «ad un anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili» (n. 3 e 6). Mi pare di capire che la «verità della pace» non è solo, per Papa Benedetto, quella illuminata dalla rivelazione divina (n. 3), ma è anche quella che godiamo e ammiriamo quando la nostra vita umana si svolge in relazioni buone, giuste, rispettose, solidali, cioè quando la nostra vita insieme è autentica, corrisponde al nostro anelito migliore, dunque è vera. Anche se il Messaggio non cita mai (se non implicitamente al n. 4) - e questo dispiace - l’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, il più alto e avanzato documento ufficiale cattolico sulla pace, si può vedere nell’idea di «verità della pace» la possibile desiderata convergenza dei credenti e di tutti «gli uomini di buona volontà» nel costruire relazioni di pace, che rendono vera, buona, felice il più possibile, la nostra vita.

    3. Il tema di riflessione di quest'anno - "Nella verita', la pace" - esprime
    la convinzione che, dove e quando l'uomo si lascia illuminare dallo
    splendore della verita', intraprende quasi naturalmente il cammino della
    pace. La Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Ecumenico
    Vaticano II, chiusosi 40 anni or sono, afferma che l'umanita' non riuscira'
    a "costruire un mondo veramente piu' umano per tutti gli uomini su tutta la
    terra, se gli uomini non si volgeranno con animo rinnovato alla verita'
    della pace" (2). Ma quali significati intende richiamare l'espressione
    "verita' della pace"? Per rispondere in modo adeguato a tale interrogativo,
    occorre tener ben presente che la pace non puo' essere ridotta a semplice
    assenza di conflitti armati, ma va compresa come "il frutto dell'ordine
    impresso nella societa' umana dal suo divino Fondatore", un ordine "che deve
    essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre piu' perfetta"
    (3). Quale risultato di un ordine disegnato e voluto dall'amore di Dio, la
    pace possiede una sua intrinseca e invincibile verita' e corrisponde "ad un
    anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili" (4).
    4. Delineata in questo modo, la pace si configura come dono celeste e grazia
    divina, che richiede, a tutti i livelli, l'esercizio della responsabilita'
    piu' grande, quella di conformare - nella verita', nella giustizia, nella
    liberta' e nell'amore - la storia umana all'ordine divino. Quando viene a
    mancare l'adesione all'ordine trascendente delle cose, come pure il rispetto
    di quella "grammatica" del dialogo che e' la legge morale universale,
    scritta nel cuore dell'uomo (5), quando viene ostacolato e impedito lo
    sviluppo integrale della persona e la tutela dei suoi diritti fondamentali,
    quando tanti popoli sono costretti a subire ingiustizie e disuguaglianze
    intollerabili, come si puo' sperare nella realizzazione del bene della pace?
    Vengono infatti meno quegli elementi essenziali che danno forma alla verita'
    di tale bene. Sant'Agostino ha descritto la pace come "tranquillitas
    ordinis" (6), la tranquillita' dell'ordine, vale a dire quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell'uomo.

    * Nell’ordine di idee detto, il Papa richiama la definizione agostiniana di pace come “tranquillitas ordinis”, cioè «quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell'uomo» (n. 4). Il fascino tradizionale di questa definizione merita tuttavia di essere completato con la visione contemporanea della realtà, che è più dinamica e meno statica. Così, la cultura di pace odierna vede la pace non soltanto come una situazione raggiunta, o ristabilita, da non turbare, e solo da conservare in tranquillità. La nostra cultura di pace assume in pieno la realtà della differenza, del pluralismo, del mutamento, del conflitto, che è un carattere inevitabile e promotore della storia umana e non è necessariamente violento. Gandhi (che è stato definito anche un “Galileo rinnovatore della scienza del conflitto”) diceva che il conflitto è «un’occasione di verità», di allargamento di visuale e di esperienza. In questa concezione, la pace è essenzialmente la capacità di gestire i conflitti della vita in modo costruttivo invece che distruttivo, violento. Dissociare il significato di conflitto dal significato di guerra e di violenza è un conquista euristica della nostra cultura di pace. L’ordine umano di pace non è mai “tranquillo”, anche nel senso che l’emergere di nuove aspirazioni di giustizia e dignità possono scoprirvi aspetti prima celati di violenza strutturale o culturale, e dunque possono turbarlo per ristabilirlo a livelli più avanzati di giustizia e di verità umana.

    5. E allora, chi e che cosa puo' impedire la realizzazione della pace? A
    questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo libro,
    la Genesi, la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere
    dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come "padre
    della menzogna" (Gv 8, 44). La menzogna e' pure uno dei peccati che ricorda
    la Bibbia nell'ultimo capitolo del suo ultimo libro, l'Apocalisse, per
    segnalare l'esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: "Fuori...
    chiunque ama e pratica la menzogna!" (22, 15). Alla menzogna e' legato il
    dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e
    continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle
    nazioni. Basti pensare a quanto e' successo nel secolo scorso, quando
    aberranti sistemi ideologici e politici hanno mistificato in modo
    programmato la verita' ed hanno condotto allo sfruttamento ed alla
    soppressione di un numero impressionante di uomini e di donne, sterminando
    addirittura intere famiglie e comunita'. Come non restare seriamente
    preoccupati, dopo tali esperienze, di fronte alle menzogne del nostro tempo,
    che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del
    mondo? L'autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che
    il problema della verita' e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna,
    e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta.

    * È molto vero che la menzogna è la prima violenza contro la pace e la giustizia (n. 5). Benedetto XVI ricorda qui gli «aberranti sistemi ideologici e politici» del Novecento, ma anche «le menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del mondo». Sembra chiaro qui un prudente riferimento alla più visibile e vantata delle guerre in corso, quella degli Usa all’Iraq, falsamente giustificata come prevenzione di altri mali, mediante consapevoli e potenti menzogne.

    6. La pace e' anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al
    di la' delle specifiche identita' culturali. Proprio per questo ciascuno
    deve sentirsi impegnato al servizio di un bene tanto prezioso, lavorando
    perche' non si insinui nessuna forma di falsita' ad inquinare i rapporti.
    «Tutti gli uomini appartengono ad un'unica e medesima famiglia. L'esaltazione
    esasperata delle proprie differenze contrasta con questa verita' di fondo».
    Occorre ricuperare la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso
    destino, in ultima istanza trascendente, per poter valorizzare al meglio le
    proprie differenze storiche e culturali, senza contrapporsi ma coordinandosi
    con gli appartenenti alle altre culture. Sono queste semplici verita' a
    rendere possibile la pace; esse diventano facilmente comprensibili
    ascoltando il proprio cuore con purezza di intenzioni. La pace appare allora
    in modo nuovo: non come semplice assenza di guerra, ma come convivenza dei
    singoli cittadini in una societa' governata dalla giustizia, nella quale si
    realizza in quanto possibile il bene anche per ognuno di loro. La verita'
    della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a
    ricercare ed a percorrere le strade del perdono e della riconciliazione, ad
    essere trasparenti nelle trattazioni e fedeli alla parola data. In
    particolare, il discepolo di Cristo, che si sente insidiato dal male e per
    questo bisognoso dell'intervento liberante del Maestro divino, a Lui si
    rivolge con fiducia ben sapendo che "Egli non commise peccato e non si
    trovo' inganno sulla sua bocca" (1 Pt 2, 22; cfr Is 53, 9). Gesu' infatti si
    e' definito la Verita' in persona e, parlando in visione al veggente
    dell'Apocalisse, ha dichiarato totale avversione per "chiunque ama e pratica
    la menzogna" (22, 15). E' Lui a svelare la piena verita' dell'uomo e della
    storia. Con la forza della sua grazia e' possibile essere nella verita' e
    vivere di verita', perche' solo Lui e' totalmente sincero e fedele. Gesu' e'
    la verita' che ci da' la pace.

    * «Tutti gli uomini appartengono ad un'unica e medesima famiglia. L'esaltazione
    esasperata delle proprie differenze contrasta con questa verità di fondo» (n. 6). La coscienza del nostro comune destino, storico e trascendente, permette di valorizzare le differenze storiche e culturali, senza contrapporle ma coordinandole. «Sono queste semplici verità a rendere possibile la pace; esse diventano facilmente comprensibili ascoltando il proprio cuore con purezza di intenzioni». Di fronte a nazionalismi, a esclusivismi culturali di vario genere, ad angustie etniche e localistiche, a pretese di superiorità superbe e inique, questa saggia esortazione insegna e aiuta la pace.

    7. La verita' della pace deve valere e far valere il suo benefico riverbero
    di luce anche quando ci si trovi nella tragica situazione della guerra. I
    padri del Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale
    Gaudium et spes, sottolineano che non diventa "tutto lecito tra le parti in
    conflitto quando la guerra e' ormai disgraziatamente scoppiata" (7). La
    comunita' internazionale si e' dotata di un diritto internazionale
    umanitario per limitare al massimo, soprattutto per le popolazioni civili,
    le conseguenze devastanti della guerra. In molteplici circostanze e in
    diverse modalita', la Santa Sede ha espresso il suo sostegno a tale diritto
    umanitario, incoraggiandone il rispetto e la pronta attuazione, convinta che
    esiste, anche nella guerra, la verita' della pace. Il diritto internazionale
    umanitario e' da annoverare tra le espressioni piu' felici ed efficaci delle
    esigenze che promanano dalla verita' della pace. Proprio per questo il
    rispetto di tale diritto si impone come un dovere per tutti i popoli. Ne va
    apprezzato il valore ed occorre garantirne la corretta applicazione,
    aggiornandolo con norme puntuali, capaci di fronteggiare i mutevoli scenari
    degli odierni conflitti armati, nonche' l'utilizzo di sempre nuovi e piu'
    sofisticati armamenti.

    * Si sa che nel Concilio Vaticano II una condanna più radicale della guerra – come quella contenuta nella Pacem in terris - e anche della semplice detenzione di armamenti nucleari, fu impedita dal disaccordo dei vescovi statunitensi, mentre il loro paese era impegnato nella guerra del Vietnam. Nel n. 7 del suo messaggio, papa Ratzinger richiama e sostiene il diritto internazionale umanitario come mitigazione delle sofferenze devastanti che la guerra infligge, specialmente ai civili. Qui ci saremmo aspettati dichiarazioni più profetiche, non solo interne alla ragionevolezza possibile nella situazione data. Se il bando della guerra, che è scritto nei patti del diritto internazionale nuovo, non è oggi rispettato, ma sfacciatamente violato, una voce non diplomatica, ma di speranza e impegno profetico, come deve essere la voce cristiana, avrebbe dovuto più fortemente condannare le plateali violazioni in atto, e più caldamente incoraggiare sulla via del ripudio, e non solo della mitigazione, del male della guerra, che è omicidio e strage usati come strumento di potenza.

    8. Il mio grato pensiero va alle organizzazioni internazionali e a quanti
    con diuturno sforzo operano per l'applicazione del diritto internazionale
    umanitario. Come potrei qui dimenticare i tanti soldati impegnati in
    delicate operazioni di composizione dei conflitti e di ripristino delle
    condizioni necessarie alla realizzazione della pace? Anche ad essi desidero
    ricordare le parole del Concilio Vaticano II: "Coloro che, al servizio della
    patria, sono reclutati nell'esercito, si considerino anch'essi ministri
    della sicurezza e della liberta' dei popoli. Se adempiono rettamente a
    questo dovere, concorrono anch'essi veramente a stabilire la pace" (8). Su
    tale esigente fronte si colloca l'azione pastorale degli ordinariati
    militari della Chiesa cattolica: tanto agli ordinari militari quanto ai
    cappellani militari va il mio incoraggiamento a mantenersi, in ogni
    situazione e ambiente, fedeli evangelizzatori della verita' della pace.

    * Il Papa esprime nel n. 8 gratitudine per quanti si impegnano nell’applicazione del diritto internazionale umanitario. Non cita per nulla le tante eroiche iniziative private che, nell’assenza colpevole degli stati, svolgono presenza solidale, intervento mediatore preventivo e successivo, insieme e in mezzo ai popoli vittime delle guerre; iniziative di generosi volontari che con enorme coraggio e rischio operano assolutamente senza armi, con forme nonviolente attive, che gli stati e le politiche non sanno ancora neppure pensare. E invece il Papa cita subito solamente le presenze militari, che si pretendono pacifiche con le armi in mano, e spesso anche le usano crudamente, come abbiamo saputo e visto e udito, anche da parte dei militari italiani in Iraq (video di Rainews 24 sulla battaglia dei ponti a Nassirya). Non si giudicano le intenzioni personali, ma la errata concezione delle politiche (evidentemente rispondenti ad altri fini) che fanno credere di poter costruire la pace coi mezzi della guerra, e intanto se non altro fiancheggiano chi la guerra la promuove cinicamente. Possibile che il Papa non conosca i veri volontari di vera pace – ecco la «verità della pace»! - molti dei quali sono cattolici, che sono attivi, anche a rischio della vita, da alcuni di loro esposta e sacrificata per amore delle vittime, dentro il fuoco della guerra? Possibile?! Male, se non li conosce! Peggio, se ne tace! Male se sceglie consiglieri reticenti o disinformati sulle cose più importanti! E invece ripete un elogio dei soldati, e dei cappellani militari che non mettono in crisi ma confortano le loro coscienze. Possibile che un papa debba sentirsi così legato dentro un sistema così criticabile? Diplomazia o profezia è la sua vocazione? Un riconoscimento alle intenzioni soggettive dei militari (molto pagati, a differenza dei veri volontari di pace) può essere dato senza omettere la critica necessaria dell’uso di mezzi, l’occupazione militare con armi potenti, incompatibili con il fine dichiarato, la pace.

    9. Al giorno d'oggi, la verita' della pace continua ad essere compromessa e
    negata, in modo drammatico, dal terrorismo che, con le sue minacce ed i suoi
    atti criminali, e' in grado di tenere il mondo in stato di ansia e di
    insicurezza. I miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II sono
    intervenuti piu' volte per denunciare la tremenda responsabilita' dei
    terroristi e per condannare l'insensatezza dei loro disegni di morte. Tali
    disegni, infatti, risultano ispirati da un nichilismo tragico e
    sconvolgente, che il papa Giovanni Paolo II descriveva con queste parole:
    "Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso
    l'umanita', manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro:
    tutto, in questa prospettiva, puo' essere odiato e distrutto" (9). Non solo
    il nichilismo, ma anche il fanatismo religioso, oggi spesso denominato
    fondamentalismo, puo' ispirare e alimentare propositi e gesti terroristici.
    Intuendo fin dall'inizio il dirompente pericolo che il fondamentalismo
    fanatico rappresenta, Giovanni Paolo II lo stigmatizzo' duramente, mettendo
    in guardia dalla pretesa di imporre con la violenza, anziche' di proporre
    alla libera accettazione degli altri la propria convinzione circa la
    verita'. Scriveva: "Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella
    che si ritiene essere la verita', significa violare la dignita' dell'essere
    umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli e' immagine "
    10. A ben vedere, il nichilismo e il fondamentalismo fanatico si rapportano
    in modo errato alla verita': i nichilisti negano l'esistenza di qualsiasi
    verita', i fondamentalisti accampano la pretesa di poterla imporre con la
    forza. Pur avendo origini differenti e pur essendo manifestazioni che si
    inscrivono in contesti culturali diversi, il nichilismo e il fondamentalismo
    si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e per la sua vit
    a e, in ultima analisi, per Dio stesso. Infatti, alla base di tale comune
    tragico esito sta, in definitiva, lo stravolgimento della piena verita' di
    Dio: il nichilismo ne nega l'esistenza e la provvidente presenza nella
    storia; il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso,
    sostituendo a Lui idoli fatti a propria immagine. Nell'analizzare le cause
    del fenomeno contemporaneo del terrorismo e' auspicabile che, oltre alle
    ragioni di carattere politico e sociale, si tengano presenti anche le piu'
    profonde motivazioni culturali, religiose ed ideologiche.

    * La denuncia e l’analisi del terrorismo, nei nn. 9 e 10 del Messaggio, ci sembra giusta e precisa. Rimane da chiedersi se la «disperazione nei confronti della vita e del futuro», indicata tra le cause di tanta violenza, è solo un peccato personale contro la verità e l’umanità, o non è anche l’effetto nefasto di lunghe sistematiche violenze storiche e strutturali esercitate su popoli e culture con il colonialismo, con l’imperialismo, con il dominio economico e culturale – fenomeni nei quali bisogna vedere anche le responsabilità delle religioni dei popoli dominanti - che hanno umiliato la dignità e impedito progetti di vita in molti popoli e persone. Non è solo la miseria materiale che può spingere alla disperazione violenta, ma l’impedimento a progettare liberamente un proprio futuro. Riconoscere queste cause lontane e profonde non è affatto un disconoscere o diminuire le responsabilità personali e collettive nella scelta ingiustificabile della violenza, ma è un contributo più giusto e completo al lavoro profondo per superare la violenza anche nelle cause materiali e interiori che la favoriscono.

    11. Dinanzi ai rischi che l'umanita' vive in questa nostra epoca, e' compito
    di tutti i cattolici intensificare, in ogni parte del mondo, l'annuncio e la
    testimonianza del "Vangelo della pace", proclamando che il riconoscimento
    della piena verita' di Dio e' condizione previa e indispensabile per il
    consolidamento della verita' della pace. Dio e' Amore che salva, Padre
    amorevole che desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra loro come
    fratelli, responsabilmente protesi a mettere i differenti talenti a servizio
    del bene comune della famiglia umana. Dio e' inesauribile sorgente della
    speranza che da' senso alla vita personale e collettiva. Dio, solo Dio,
    rende efficace ogni opera di bene e di pace. La storia ha ampiamente
    dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta
    l'umanita', impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro. Cio'
    deve spronare i credenti in Cristo a farsi testimoni convincenti del Dio che
    e' inseparabilmente verita' e amore, mettendosi al servizio della pace, in
    un'ampia collaborazione ecumenica e con le altre religioni, come pure con
    tutti gli uomini di buona volonta'.

    * Nel n. 11 il Papa esorta i cattolici ad annunciare e testimoniare il "Vangelo della pace" (espressione che ricorre due volte, tratta da Efesini 6, 15, non citata), «proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace». Sono convinto che credere e confidare in Dio consolida la verità della pace, sospinge e sostiene una persona nell’impegno per la pace. Se l’espressione citata venisse intesa nel senso che credere in Dio è condizione previa e indispensabile per sentire e seguire l’impegno morale umano a costruire la pace, questa sarebbe una interpretazione che non mi sentirei di condividere, secondo il pensiero di buoni teologi che mi persuadono. Infatti, tanti che non credono in Dio sentono e seguono questo impegno, mentre tanti che credono in Dio rimettono del tutto a lui, invece di impegnarvisi, l’opera della pace, o addirittura si affidano a logiche di guerra, persino giustificandole nel nome di Dio. Il senso morale è nativo e costitutivo della persona umana, vive e cresce se viene coltivato, e non deriva soltanto dalla fede esplicita. Credo che questa lo orienta e lo rafforza, ma non ne è l’unico fondamento. «Dio, solo Dio, rende efficace ogni opera di bene e di pace», è fecondando e non mai sostituendo la libertà di ciascuno; non la condivido però nel senso che, senza la fede esplicita in Dio, l’opera di bene e di pace non sarebbe efficace. Un chiarimento come questo mi sembra importante per la collaborazione sincera di credenti e non credenti nella costruzione della pace. La successiva affermazione del messaggio, che «la storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l'umanità, impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro», credo possa essere condivisa anche da chi non è credente, se significa che una civiltà che comprima e sopprima l’anelito al bene e al vero – ciò che il credente riconosce nel Dio vivente, ma che ogni uomo onesto e sincero cerca – comprime e opprime l’umanità di noi tutti. La «guerra a Dio» può essere guerra al vero e al bene, perciò all’umanità, ma a volte è guerra a chi rappresenta e vive male, scandalosamente, la credenza in Dio. L’attacco alle false immagini di Dio ha prodotto nella storia anche possibilità di cercare sue immagini più fedeli.un’affermazione che io, come credente, condivido davvero, ma nel senso che in tutti, anche in chi non lo conosce, Dio opera

    12. Guardando all'attuale contesto mondiale, possiamo registrare con piacere
    alcuni promettenti segnali nel cammino della costruzione della pace. Penso,
    ad esempio, al calo numerico dei conflitti armati. Si tratta di passi
    certamente ancora assai timidi sul sentiero della pace, ma gia' in grado di
    prospettare un futuro di maggiore serenita', in particolare per le
    popolazioni martoriate della Palestina, la Terra di Gesu', e per gli
    abitanti di talune regioni dell'Africa e dell'Asia, che da anni attendono il
    positivo concludersi degli avviati percorsi di pacificazione e di
    riconciliazione. Sono segnali consolanti, che chiedono di essere confermati
    e consolidati attraverso una concorde ed infaticabile azione, soprattutto da
    parte della comunita' internazionale e dei suoi organi, preposti a prevenire
    i conflitti e a dare soluzione pacifica a quelli in atto.
    13. Tutto cio' non deve indurre pero' ad un ingenuo ottimismo. Non si puo'
    infatti dimenticare che, purtroppo, proseguono ancora sanguinosi conflitti
    fratricidi e guerre devastanti che seminano in vaste zone della terra
    lacrime e morte. Ci sono situazioni in cui il conflitto, che cova come fuoco
    sotto la cenere, puo' nuovamente divampare causando distruzioni di
    imprevedibile vastita'. Le autorita' che, invece di porre in atto quanto e'
    in loro potere per promuovere efficacemente la pace, fomentano nei cittadini
    sentimenti di ostilita' verso altre nazioni, si caricano di una gravissima
    responsabilita': mettono a repentaglio, in regioni particolarmente a
    rischio, i delicati equilibri raggiunti a prezzo di faticosi negoziati,
    contribuendo a rendere cosi' piu' insicuro e nebuloso il futuro
    dell'umanita'. Che dire poi dei governi che contano sulle armi nucleari per
    garantire la sicurezza dei loro Paesi? Insieme ad innumerevoli persone di
    buona volonta', si puo' affermare che tale prospettiva, oltre che essere
    funesta, e' del tutto fallace. In una guerra nucleare non vi sarebbero,
    infatti, dei vincitori, ma solo delle vittime. La verita' della pace
    richiede che tutti - sia i governi che in modo dichiarato o occulto
    possiedono armi nucleari, sia quelli che intendono procurarsele -, invertano
    congiuntamente la rotta con scelte chiare e ferme, orientandosi verso un
    progressivo e concordato disarmo nucleare. Le risorse in tal modo
    risparmiate potranno essere impiegate in progetti di sviluppo a vantaggio di
    tutti gli abitanti e, in primo luogo, dei piu' poveri.
    14. A questo proposito, non si possono non registrare con rammarico i dati
    di un aumento preoccupante delle spese militari e del sempre prospero
    commercio delle armi, mentre ristagna nella palude di una quasi generale
    indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla comunita'
    internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo. Quale avvenire di pace
    sara' mai possibile, se si continua a investire nella produzione di armi e
    nella ricerca applicata a svilupparne di nuove? L'auspicio che sale dal
    profondo del cuore e' che la comunita' internazionale sappia ritrovare il
    coraggio e la saggezza di rilanciare in maniera convinta e congiunta il
    disarmo, dando concreta applicazione al diritto alla pace, che e' di ogni
    uomo e di ogni popolo. Impegnandosi a salvaguardare il bene della pace, i
    vari organismi della comunita' internazionale potranno ritrovare
    quell'autorevolezza che e' indispensabile per rendere credibili ed incisive
    le loro iniziative.

    * Dato un rapido sguardo, nei nn. 12 e 13, alla situazione mondiale, con alcuni segni positivi e altri negativi (nel quale quadro notiamo l’assenza di un cenno a novità positive di giustizia in America Latina), il Messaggio si sofferma sulla denuncia della «funesta e del tutto fallace» fiducia nelle armi nucleari. «La verità della pace richiede che tutti - sia i governi che in modo dichiarato o occulto possiedono armi nucleari, sia quelli che intendono procurarsele - invertano congiuntamente la rotta con scelte chiare e ferme, orientandosi verso un progressivo e concordato disarmo nucleare». Rispetto ai discorsi politici correnti, il Papa dichiara con franchezza l’uguale responsabilità degli stati nuclearisti, sia vecchi che nuovi, contro l’abituale atteggiamento dei primi di voler detenere il monopolio del ricatto atomico sul mondo, anche minacciando gravemente stati che vogliano entrare nella loro stessa nefasta logica. Ci chiediamo tuttavia se la libera parola profetica non potrebbe chiedere ai responsabili qualcosa di più coraggioso e più giusto del disarmo concordato e bilanciato, che, come si sa, si impantana e si arresta nella reciproca con la prima guerra del Golfo). Una Chiesa libera e profetica potrebbe esortare lodare e sostenere simili iniziative, ben più che prudenze troppo calcolate. diffidenza. Abbiamo avuto, sul finire della Guerra Fredda, iniziative autonome di parziale disarmo da parte di Gorbaciov, che, anticipando coraggiosamente l’antagonista, lo sfidavano a procedere in gara sulla via della pace, invertendo davvero la via della distruzione (processo poi sciaguratamente interrotto

    * Nel n. 14, il Papa registra con preoccupazione e rammarico l’aumento delle spese militari e del commercio delle armi, e insiste molto opportunamente sul disarmo, tema oggi tragicamente assente dal dibattito politico, e vede che gli organismi internazionali riguadagnerebbero in questo impegno «quell'autorevolezza che e' indispensabile per rendere credibili ed incisive le loro iniziative». Si vede con soddisfazione che qui non si tratta più solamente del disarmo nucleare, ma del disarmo in generale. Speriamo tutti noi cercatori della pace che la Chiesa cattolica, insieme a tutti i cristiani e a tutte le tradizioni religiose e morali, sollevi sempre più forte nell’umanità la «vergogna per aver costruito le armi» (come diceva Ernesto Balducci) e il coraggio sapiente delle relazioni disarmate, nella gestione dei conflitti con “libertà dalla violenza” (Gewaltfreiheit), con la sola «forza della verità» - il Satyagraha gandhiano – che costruisce giustizia con i mezzi della giustizia e pace con i mezzi della pace, cioè davvero in modo vero ed efficace. Perché devono dire queste cose i cercatori di nonviolenza, considerati utopisti dai realisti tristi, e non lo dicono sempre più chiaramente le religioni, che sono nel mondo per annunciarvi e introdurvi novità salvifiche, rendendosi più libere dal rispetto dei potenti?

    15. I primi a trarre vantaggio da una decisa scelta per il disarmo saranno i
    Paesi poveri, che reclamano giustamente, dopo tante promesse, l'attuazione
    concreta del diritto allo sviluppo. Un tale diritto e' stato solennemente
    riaffermato anche nella recente Assemblea Generale dell'Organizzazione delle
    Nazioni Unite, che ha celebrato quest'anno il LX anniversario della sua
    fondazione. La Chiesa cattolica, nel confermare la propria fiducia in questa
    organizzazione internazionale, ne auspica un rinnovamento istituzionale ed
    operativo che la metta in grado di rispondere alle mutate esigenze
    dell'epoca odierna, segnata dal vasto fenomeno della globalizzazione.
    L'Organizzazione delle Nazioni Unite deve divenire uno strumento sempre piu'
    efficiente nel promuovere nel mondo i valori della giustizia, della
    solidarieta' e della pace. Da parte sua la Chiesa, fedele alla missione
    ricevuta dal suo Fondatore, non si stanca di proclamare dappertutto il
    "Vangelo della pace". Animata com'e' dalla salda consapevolezza di rendere
    un indispensabile servizio a quanti si dedicano a promuovere la pace, essa
    ricorda a tutti che, per essere autentica e duratura, la pace deve essere
    costruita sulla roccia della verita' di Dio e della verita' dell'uomo. Solo
    questa verita' puo' sensibilizzare gli animi alla giustizia, aprirli
    all'amore e alla solidarieta', incoraggiare tutti ad operare per un'umanita'
    realmente libera e solidale. Si', solo sulla verita' di Dio e dell'uomo
    poggiano le fondamenta di un'autentica pace.

    * Nel n. 15 il Papa indica la giustizia, anelata dai popoli poveri, come frutto della auspicata civiltà del disarmo, e rinnova la fiducia e l’incoraggiamento all’Onu a rinnovarsi in direzione di questi scopi. Quindi impegna la Chiesa a proclamare dappertutto il “Vangelo della pace”, a servizio di quanti si dedicano a questo fine. Le affermazioni finali di questo n. 15 ci riportano alle considerazioni proposte a proposito del n. 11.

    16. A conclusione di questo messaggio, vorrei ora rivolgermi particolarmente
    ai credenti in Cristo, per rinnovare loro l'invito a farsi attenti e
    disponibili discepoli del Signore. Ascoltando il Vangelo, cari fratelli e
    sorelle, impariamo a fondare la pace sulla verita' di un'esistenza
    quotidiana ispirata al comandamento dell'amore. E' necessario che ogni
    comunita' si impegni in un'intensa e capillare opera di educazione e di
    testimonianza che faccia crescere in ciascuno la consapevolezza dell'urgenza
    di scoprire sempre piu' a fondo la verita' della pace. Chiedo al tempo
    stesso che si intensifichi la preghiera, perche' la pace e' anzitutto dono
    di Dio da implorare incessantemente. Grazie all'aiuto divino, risultera' di
    certo piu' convincente e illuminante l'annuncio e la testimonianza della
    verita' della pace. Volgiamo con fiducia e filiale abbandono lo sguardo
    verso Maria, la Madre del Principe della Pace. All'inizio di questo nuovo
    anno Le chiediamo di aiutare l'intero popolo di Dio ad essere in ogni
    situazione operatore di pace, lasciandosi illuminare dalla Verita' che rende
    liberi (cfr Gv 8, 32). Per sua intercessione possa l'umanita' crescere
    nell'apprezzamento di questo fondamentale bene ed impegnarsi a consolidarne
    la presenza nel mondo, per consegnare un avvenire piu' sereno e piu' sicuro
    alle generazioni che verranno.

    * Dell’esortazione finale, mi piace sottolineare l’invito ai credenti a «fondare la pace sulla verità di un'esistenza quotidiana ispirata al comandamento dell'amore». Se è vero che non basta, a istituire la pace, neppure la generalità di comportamenti personali buoni e giusti nelle relazioni interpersonali quotidiane, perché esistono e funzionano culture, meccanismi collettivi e sistemi di guerra che ci coinvolgono e che vanno smontati, è però ben vero che base indispensabile di ogni politica di pace e di una storia umana di pace è la volontà pacifica e la scelta nonviolenta, sincera e continuamente rianimata, invocata dall’alto e dal profondo, nel cuore delle persone.

    Enrico Peyretti (20 dicembre 2005)

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    Note
    1. Appello ai capi dei popoli belligeranti (I agosto 1917): AAS 9 (1917)
    423.
    2. n. 77.
    3. Ibid. 78.
    4. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2004, 9.
    5. Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla L Assemblea Generale delle Nazioni
    Unite (5 ottobre 1995), 3.
    6. De civitate Dei, XIX, 13.
    7. n. 79.
    8. Ibid.
    9. Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2002, 6.
    10. Ibid.

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