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    Da Bengasi, testimonianza di un "corriere di pace"

    23 febbraio 2006 - Matteo Scarabelli (http://www.corriere.it/Speciali/Cronache/2005/mediterraneo/chisono.shtml)


    Adesso e' difficile trovare un filo logico o cronologico per annodare i fatti, le parole, i gesti e le tensioni forti di questi ultimi giorni. Non c'e' ordine o successione che potrebbe reggere un simile carico. Quindi mi affido all'onda emotiva che, improvvisamente, mi ha travolto, mi ha allontanato da tutto, mi ha trascinato dentro una pagina triste che non avrei mai voluto scrivere. Scendo dalla bicicletta ad Al Khoms, due passi dalla leggendaria Leptis Magna. Poi mille chilometri di rettilineo, sul jeeppone, in mezzo al deserto. In mezzo a Sirte, citta' moderna e vuota, lustra e disabitata, che dovrebbe diventare la capitale della prossima Unione dei paesi africani, il grande sogno di Gheddafi. In mezzo al Grande fiume costruito dall'uomo, un tubo lungo alcune migliaia di chilometri che sta prosciugando il deserto della sua preziosissima acqua fossile. In mezzo a un'infinta' di posti di blocchi, un traffico serratissimo di mezzi militari che da Tripoli accorrono a Bengasi.

    Io e Hakim, a Bengasi, ci arriviamo intorno alle cinque del pomeriggio. Sembra tutto tranquillo nei pressi del cimitero italiano, periferia occidentale della citta'. Il ragazzo con i capelli pieni di gel che mi vende un po' di frutta sul marciapiede domanda se sono italiano. La richiesta suona male ma il tono e' cordialissimo. Rispondo di si'. Marhaba bik, mi fa lui. Benvenuto. Shukran e un po' di reciproco imbarazzo. Aspettiamo Walid. Mi guardo intorno e osservo che nulla corrisponde a quello che mi aspettavo. E' una rassicurante sensazione di normalita'. Dopo un quarto d'ora arriva Walid, l'ho conosciuto all'universita', non lo vedo da tre anni. Non so neppure che, due mesi fa, si e' sposato. Ci dirigiamo verso casa sua, stiamo per salire su un ponte, davanti allo stadio. Si vede una colonna di fumo nero. Anwar arresta la macchina, fa retromarcia e prende una stradina laterale. E noi dietro. Altre macchine fanno la stessa manovra, alcune vengono giu' in contromano. Si sentono degli spari. Vengono da Sharia Amr Ebn El Aas. Li' c'e' il consolato italiano che, nei giorni scorsi, e' stato preso d'assalto. C'e' tantissima gente stretta ai muri dei palazzi. Tutti che cercano di vedere o capire qualcosa. Hanno volti terrorizzati. Come Walid. Come me. Poco dopo arriviamo a casa, avremmo tantissime cose da raccontarci ma e' impossibile parlare d'altro.

    Walid ripercorre le tappe di quel che e' successo. Ho la sensazione che utilizzi questo racconto anche per fare ordine nella sua testa sottosopra. Evidentemente anche per lui e' difficile trovare un filo logico o cronologico. E anche lui si affida alle emozioni che lo hanno travolto. Una manifestazione (come evento extragovernativo), in Libia, e' gia' un fatto straordinario. Ecco perche' intorno al corteo di venerdi' c'e' stata da subito grande tensione. I propositi, comunque, erano quelli di una protesta non violenta. Cosi' era nata nelle moschee. Poi un ragazzo si e' arrampicato per strappare la bandiera italiana. La polizia ha sparato. Il corpo e' precipitato, l'hanno visto tutti, uno choc collettivo. E da li' non c'e' piu' stato argine allo sconto. La protesta e' diventata aggressione. La polizia ha sparato ancorato. Undici morti, che poi sarebbero diventati quattordici. L'Italia ormai non c'entra piu'. E' una faida. La rabbia di Bengasi probabilmente covava vecchi risentimenti nei confronti di un regime che l'ha esclusa dallo sviluppo e l'ha tenuta lontana dai grandi progetti della Jamahiria.

    Al ristorante il cellulare di Walid squilla in continuazione. Amici, parenti, colleghi, vicini di casa. Le notizie si sussegono frenetiche, terribili. Altri scontri nelle strade. L'assalto a due centrali di polizia da cui, pare, siano anche state rubati fucili e pistole. Nessuno ha piu' voglia di mangiare, torniamo a casa sotto una pioggia fitta e finissima, e' una di quelle notti umide che non c'e' modo di non fare appannare i finestrini . La radio trasmette Blowin' in the wind di Bob Dylan. Ancora spari, ancora sirene. Andranno avanti per tutta la notte. Ci sono persone ovunque davanti alle porte delle case e dei garage. Mentre guardiamo la televisione, a casa di Walid, una processione di amici e conoscenti. Comunicare e' divenato difficile: la compagnia telefonica Libyana (quella piu' popolare ed economica) e' stata bloccata. L'altra, quella statale, invia messaggi come questo: "Il profeta Maometto non si difende con la violenza. I violenti sono i migliori alleati di Calderoli".

    La mattina seguente, mentre andiamo verso il centro citta', troviamo una Bengasi militarizzata. Poliziotti, esercito, reparti speciali. Se ci sono quelli con il berretto rosso significa che la situazione e' veramente grave, dice Walid. Incrociamo la Sharia Amr Ebn El Aas, il consolato italiano non esiste piu. Quel che rimane sono muri anneriti, pneumatici bruciati, odore acre e sangue lavato grossolanamente. Ma sono parecchi gli edifici presi d'assalto durate la notte. La porta della chiesa, vicino a quella che un tempo era via Torino, e' stata bruciata. E' surreale vedere la vita quotidana andare avanti in mezzo a tutto questo. Eppure e' cosi'. Accompagno Walid al mercato. E' un mercato come tanti e sembra un giorno come tanti. Ovviamente non passo inosservato. Molti mi guardano, alcuni mi fermano, mi chiedono. La gentilezza e la cortesia e' quella che mi accompagna dal primo giorno in Libia. "Bengasi non e' quella di questi giorni", ripetono tutti. "Anche l'Italia non e' quella che vedete alla televisione", ripeto a tutti. Vicino al parcheggio polveroso di camion in partenza per il Sudan, nel souq tecnlogico di Bengasi, si vendono decoder e centraline elettroniche. Majed ha un negozio di cd. Mi regala un film che in Italia e' censurato (a proposito di liberta'): Anthony Quinn interpreta Omar Mukhtar, il leone del deserto, fiero oppositore cirenaico dell'invasore italiano, impiccato in un campo di concentramento poco lontano da Bengasi.

    Ho fatto leggere a Walid il messaggio di Ciampi e di Marrazzo. Saluti ormai stropicciati che mi porto dietro da quasi 6.000 chilometri e che, proprio qui, proprio in questo momento, assumono un valore emblematico. Walid e' della stessa idea. Dopo parecchie telefonate, un paio di caffe' e molti posti di blocco, incontriamo Mohammed Alubaidi, direttore del Dipartmento del ministero affari esteri a Bengasi. Piu' di tutti i complimenti e i ringraziamenti, i sorrisi e le formalita', le strette di mano, la promessa di estendere questo saluto al sindaco e alle altre autorita' cittadine, vale, per me, la cortesia e la disponibilita' di concedere mezzora a un messaggio italiano di amicizia giunto a Bengasi in bicicletta.

    Note:

    l'autore sta girando in bici lungo tutto il mediterraneo pr testimoniare la comunanza millenaria tra i popoli che si affacciano su questo mare, ponte di civiltà

    http://mediterraneo.corriere.it/?fr=tcol

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