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    Il baccano sulla Lobby israeliana

    Dibattito in corso sulla stampa americana riguardante l'esistenza di una Lobby di potere israeliana all'interno del sistema USA.
    24 maggio 2006 - Alexander Cockburn

    Un dibattito, talvolta comico, sta ribollendo sulla stampa americana delle ultime settimane, concentrato sulla questione se esiste una Lobby israeliana e, se cosi' e', su quanto potente sia.

    Mi verrebbe da pensare che chiedere se c'e' una Lobby israeliana qui, e' un po' come chiedere se c'e' una Statua della Liberta' nel porto di New York ed una Casa Bianca situata al 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington DC. Negli ultimi sessant'anni, la Lobby e' stata una parte fissa della scena americana tanto quanto lo sono stati entrambi i due monumenti, ed esercitando, non di rado, tanta, se non anche di piu', influenza sull'avanzata della storia.

    Il defunto Steve Smith, cognato di Teddy Kennedy e, per molti decenni, figura di un certo rilievo nel Partito Democratico, amava raccontare la storia di come un gruppo di quattro uomini d'affari ebrei misero insieme due milioni di dollari in contanti e li diedero a Harry Truman, quando era in disperato bisogno di danaro, nel mezzo della sua campagna elettorale del 1948. Truman ando' avanti per diventare presidente e per esprimere la sua gratitudine ai suoi sostenitori sionisti.

    Da quei giorni, per molto tempo, il Partito Democratico e' stato ospitale nei confronti dei ricchi Sionisti, dai quali e' stato anche sovvenzionato. Nel 2002, per esempio, Haim Saban, l'Israelo-americano che finanzia il Centro Saban al Brooking Institute ed e' un gran sottoscrittore dell'AIPAC, ha dato 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico. Nel 2001, la rivista "Mother Jones" ha elencato, sul suo sito web, i 400 principali sovvenzionatori delle elezioni nazionali del 2000. Sette dei primi dieci erano Ebrei, cosi' come lo erano 12 tra i primi 20, e 125 dei primi 250. Dato cio', tutti i candidati avveduti hanno fatto, in modo sorprendente, ogni sforzo per soddisfare le loro richieste. Ci sono state discussioni famose, come tra il Presidente Jimmy Carter e Menachem Begin, e famose vendette, come quando la Lobby distrusse le carriere politiche del Rappresentante Paul Findley e del Senatore Charles Percy, perche' si riteneva fossero anti-israeliani.

    Niente di questa storia e' particolarmente discutibile, c'e' stata un'abbondanza di relazioni ben documentate sulle attivita' della Lobby israeliana nel corso degli anni - dagli studi di Alfred Lilienthal del 1978 "La Comunita' Sionista", al libro dell'ex Repubblicano Paul Findley (1985) "Osano parlare a voce alta di relazioni pericolose: la storia segreta delle relazioni nascoste Usa-Israele", scritto da mio cognato e mia cognata, Andrew & Leslie Cockburn e pubblicato nel 1991.

    Tre anni fa, il qui presente scrittore e Jeffrey St. Clair pubblicarono una raccolta di 18 saggi, intitolati "La politica dell'antisemitismo", di cui non meno di quattro erano discussioni sarcastiche sulla lobby israeliana. Jeffrey St. Clair descriveva come la Lobby aveva messo a tacere con successo ogni tumulto pubblico, dopo che aerei israeliani attaccarono una nave USA nel Mediterraneo nel 1967, uccidendo molti marinai statunitensi. Kathy e Bill Christison, ex analisti della CIA, hanno riesaminato la questione della doppia lealta', con particolare riferimento al cosiddetto "Neo-Consigliere", che informa alternativamente un primo ministro israeliano ed un presidente americano. Jeffrey Blankfort ha offerto una dettagliata cronologia storica delle occasioni nelle quali la Lobby ha reso vani i piani dei presidenti americani, tra cui Carter, Reagan, Ford e Bush Senior.

    Nel nostro libro, ha contribuito, piu' vivacemente di tutti, con un saggio selvaggiamente divertente dal titolo "Il nostro Congresso di Vichy", un aiutante di campo del Congresso, che ha scritto sotto pseudonimo con il nome di George Sutherland. Eccone alcuni stralci:

    "Come espressioni di puro e semplice servilismo strisciante nei confronti di una potenza straniera, le dichiarazioni di Laval e Petain impallidiscono in confronto alla devozione retorica con la quale certi membri del Congresso hanno inondato l'Israele di Ariel Sharon. Le esecuzioni degli ordini a disposizione dell'AIPAC [Il Comitato di Affari Pubblici Israelo-americano, un'eminente organizzazione dell'intera lobby israeliana] sono diventate caratteristiche standard nella vita di un funzionario eletto a Washington. Gli stilizzati panegirici, pronunciati al meeting annuale dell'AIPAC, hanno tutti il valore probatorio degli auguri sovietici di compleanno di Dniepropetrovsk a Stalin, in quanto il contenuto effettivo e' irrilevante; cio' che e' cruciale e' che il politico in questione sia visto inginocchiarsi davanti al Comitato dell'AIPAC. Infatti, per rendere le cose più semplici, i discorsi vengono scritti, a volte, da un dipendente dell'AIPAC, con modifiche estetiche inserite nei testi da un membro dello staff personale del Senatore o Membro del Congresso.

    Ci sono, naturalmente, innumerevoli lobby a Washington, dall'ambiente alle telecomunicazioni alla chiroterapia; perche' l'AIPAC e' diversa?
    Tanto per cominciare, e' un comitato di azione politica che esercita espressamente pressioni politiche nell'interesse di una potenza straniera; il fatto che sia esente dall'Atto di Registrazione dei Rappresentanti Stranieri e' ancora un'altra misteriosa "eccezione israeliana". In secondo luogo, non e' proprio la quantita' di denaro che da', ma e' la punizione politica che puo' esigere. Dalla meta' degli anni '80, nessun membro del Congresso aveva mai neanche cercato di accollarsi direttamente la lobby. Cosi' come un membro dello staff del Senato ha riferito allo scrivente, cio' che tiene in riga i politici e' la "raggelante paura" dello sfavore dell'AIPAC.

    Anno dopo anno, il potere della lobby di influenzare il Congresso su qualsiasi questione rilevante per Israele diventa inesorabilmente piu' forte. La strategia di Israele di utilizzare la sua influenza sul sistema politico americano per trasformare l'apparato USA di sicurezza nazionale nel proprio personale cane da attacco - o Golem - ha alienato gli Stati Uniti dalla maggior parte del Terzo Mondo, ha peggiorato i legami degli USA con l'Europa, tra insinuazioni rancorose di anti-semitismo, e fanno degli Stati Uniti un odiato attaccabrighe. Ed escludendo tutte le linee diplomatiche di cedimento - come fece Sharon, quando, pubblicamente, rese il Presidente Bush, leader del mondo libero, simile ad uno stupido impotente - paradossalmente, Israele forza gli Stati Uniti ad avvicinarglisi di piu', perche' non esiste altra alternativa pensabile per i politici americani che quella di continuare ad investire capitali politici in Israele".

    Quindi, non si puo' certo affermare, che qui non si sia parlato affatto della Lobby israeliana, finche' due rispettabili professori John J. Mearsheimer and Stephen M.Walt (il primo dall'Universita' di Chicago ed il secondo da Harvard), hanno offerto la loro analisi a marzo di quest'anno. Il loro documento "La Lobby israeliana e la Politica Estera Americana", pubblicato in forma piu' estesa dalla Kennedy School di Harvard (che lo aveva disconosciuto fino a quel momento) e, dopo che era stato rifiutato dall'Atlantic Monthly (che, all'inizio, l'aveva commissionato), e' stato pubblicato in forma piu' breve dalla London Review of Books.

    Il significato di questo saggio, infatti, si basa soprattutto sulla tempestivita' (che vale 3 anni di agitazione pubblica sul ruolo dei neoconsulenti e di Israele nell'attacco all'Iraq) e sulla provenienza degli autori, da due delle principali istituzioni accademiche degli Stati Uniti. Nessuno di loro ha un'infarinatura di radicalismo.

    Dopo che il saggio e' stato pubblicato in forma ridotta sul "London Review of Books", c'e' stata una breve tregua, interrotta dalle grida del Sionista piu' maniaco d'America, il Professor Alan Dershowitz di Harward, che ha fatto il grande favore, a Mearsheimer e Walt, di introdurre a forza il loro saggio tra i titoli di testa. Dershowitz ha trattato la questione con le sue solite esplosioni di invettiva isterica, rivestendo il saggio con il fascino spaventoso di quel famoso opuscolo antisemita, falsificazione della polizia zarista, "Il Protocollo degli Anziani di Sion". Il Saggio di Mearsheimer - Walt era in stile nazista, strillava Dershowitz, un classico caso di venditore di complotti, nel quale un piccolo gruppo di Sionisti venne accusato di dirigere la Nave dell'Impero sugli scogli.

    Il documento di Mearsheimer - Walt, infatti, e' estremamente noioso. La versione lunga ammonta a ben 81 pagine, delle quali non meno di 40 sono di note. Mi sono messo li' a leggerlo con impaziente aspettativa, ma mi sono trovato subito, fiduciosamente, a non vedere l'ora della fine. Non c'e' nulla nel saggio che qualsiasi studioso della materia, discretamente di vasta cultura, non conoscesse gia' da molto tempo, anche se il saggio ha comunque il merito di affermare piuttosto blandamente alcune verita' sgradevoli, che sono ancora in un qualche modo considerate troppo pericolose da esporre pubblicamente nei rispettabili circoli statunitensi.

    Per esempio, in merito all'argomento richiamato con l'affermazione "l'America e' l'unico alleato democratico nel Medio Oriente", Mearsheimer e Walt hanno questo da dire:

    Il fatto che Israele sia una democrazia alleata, circondata da dittature ostili, non puo' spiegare il livello attuale di assistenza: ci sono molte democrazie in giro per il mondo, ma nessuna riceve lo stesso munifico sostegno. Gli Stati Uniti, in passato, hanno rovesciato governi democratici e sostenuto dittatori, quando si riteneva che questo potesse favorire i suoi interessi, oggi ha buoni rapporti con un certo numero di dittature. Alcuni aspetti della democrazia israeliana non sono in sintonia con i valori essenziali americani. Diversamente dagli Stati Uniti, dove si ritiene che le persone godano di uguali diritti a prescindere da razza, religione o etnia, Israele e' stato fondato esplicitamente come stato ebraico e la cittadinanza si basa sul principio di consanguineita' . Dato cio', non sorprende che i suoi 1,3 milioni di arabi vengano trattati come cittadini di second'ordine, o che una commissione di governo israeliana, istituita di recente, abbia riscontrato che Israele si comporta in modo "noncurante e discriminatorio" nei loro confronti. Il suo status democratico e' indebolito anche dal suo rifiuto di concedere ai palestinesi uno stato autosufficiente e indipendente o pieni diritti politici.

    Dopo quelle di Dershowitz, sono pervenute altre esplosioni di volgarita', come quella da parte di Eliot Cohen sul Washington Post. Questi attacchi ripetevano in sostanza il tema fondamentale di Dershowitz: non esiste nulla di simile ad una lobby israeliana e coloro che asseriscono la sua esistenza sono per definizione antisemiti.

    Questo metodo d'attacco ha almeno il vantaggio di essere comico: (a) perche' esiste ovviamente una Lobby, come e' stato osservato sopra, (b) perche' Mearsheimer e Walt non sono piu' antisemiti dell'altro 99,9 per cento di coloro che riconoscono l'esistenza della Lobby e ne criticano il ruolo.

    In parte come reazione a Dershowitz e Cohen, il Washington Post e il New York Times hanno pubblicato alcuni pezzi che fanno notare, con raffinatezza, che la Lobby israeliana ha esercitato, invece, un effetto raggelante sulla discussione razionale della politica estera USA. La tendenza si sta leggermente invertendo.

    Nel frattempo, soprattutto a sinistra, c'e' stato un dibattito completamente diverso, sul peso attuale della Lobby. In questo caso, il piu' noto degli argomentatori e' Noam Chomsky, che ha reiterato una posizione, che ha mantenuto per molti anni, riguardante in generale il fatto che la politica estera statunitense si e' sempre conformata al proprio interesse nazionale e che il potere della Lobby e' assai sovrastimato.

    Il dibattito e' stato ricapitolato in modo piuttosto divertente dallo scrittore israeliano Uri Avnery, un ex membro della Knesset:

    "Penso che entrambe le parti abbiano ragione (e spero di avere ragione anch'io). Le conclusioni dei due professori sono giuste fino all'ultimo dettaglio. Ciascun Senatore e Membro del Congresso sa che criticare il governo israeliano e' un suicidio politico. Se il governo israeliano volesse per domani una legge che annullasse i Dieci Comandamenti, 95 Senatori USA (almeno) firmerebbero immediatamente il disegno di legge".

    "La questione, quindi, non e' se i due professori abbiano ragione nelle loro conclusioni. La questione e': che conclusioni si possono trarre da queste. Prendiamo in considerazione il caso Iraq. Qual e' il cane? Qual e' la coda?
    La lezione dell'affare Iraq e' che la relazione israelo-americana e' piu' forte, quando sembra che gli interessi americani e gli interessi israeliani siano un tutt'uno (a prescindere che questo sia veramente il caso, a lungo termine). Gli Stati Uniti usano Israele per dominare il Medio Oriente, Israele usa gli Stati Uniti per dominare la Palestina".

    Ma nel caso in cui succeda qualcosa di eccezionale, come ad esempio lo scandalo di spionaggio Jonathan Pollard o la vendita di un aereo spia israeliano alla Cina, e si apra un buco tra gli interessi delle due parti, l'America e' abbastanza capace di dare un bello schiaffo ad Israele".

    Continuera' il dibattito risvegliato dal saggio di Mearsheimer e Walt? Penso di si', anche se solo perche', nell'era di George Bush, l'influenza della Lobby israeliana e dei Sionisti Cristiani e' diventata cosi' grossolanamente manifesta."

    E come conclude Avnery, in modo molto piu' colorito di quello dei due professori:

    "Le relazioni israelo-americane sono davvero uniche. Sembra non abbiano precedenti nella storia. E' come se il re Erode avesse dato ordini a Cesare Augusto e nominato i membri del Senato romano."

    Devo dire che non sono d'accordo al 100 per cento con Noam Chomsky su questo punto. La Lobby ha veramente un'influenza molto pesante. Chiedete a Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan e Bush Senior. Nel suo eccellente libro, "La soluzione a Stato-Unico", Virginia Tilley costruisce una tesi persuasiva, in merito al fatto che la strategia e le tattiche USA in Iraq abbiano piu' a che fare con cio' che Israele vuole, piuttosto che con qualsiasi egoistico piano "realista" USA.

    J.K. Galbraith e le Biforcazioni della Strada.
    Galbraith mori' il 29 aprile, alla tarda eta' di 97 anni. Una volta, andai su per il Vermont per intervistarlo nella sua fattoria. Era buio e guidai in modo incerto lungo una strada sterrata e su per una corsia d'accesso al garage. Bussai alla porta e chiesi urlando: "E' questa la casa del Professor Galbraith?", "No" rispose una voce scocciata dall'interno. "Questa e' la casa del Professor Hook" Sidney Hook, il prototipo di neo-consulente, viveva dall'altra parte della collina, rispetto al progressista Keynesiano, Galbraith. Non certo per l'ultima volta, riflettevo come in America sia facile, spesso senza accorgersene, prendere una direzione e finire a 180 gradi da dove pensavi di essere diretto.

    Il mio viaggio in Vermont ebbe luogo a meta' anni '70, quando era ancora possibile, sebbene a malapena, immaginare che ci potessero essere ancora opzioni radicali realizzabili, accessibili proprio lì dietro l'angolo.

    Da Saigon, il 29 aprile 1975, poco prima di mezzanotte, il Capo della base CIA Tom Polgar aveva appena mandato il suo ultimo fiducioso comunicato al quartier generale Langley, dicendo:

    "Ci metteremo circa venti minuti per distruggere l'equipaggiamento. E' stato un lungo conflitto e abbiamo perso. Questa esperienza, unica nella storia degli Stati Uniti, non segnala necessariamente la fine degli Stati Uniti come potenza mondiale. La gravita' della sconfitta e le circostanze di questa, comunque, sembrerebbero richiedere una revisione delle politiche delle misere mezze misure, che hanno caratterizzato molta della nostra partecipazione qui, nonostante il coinvolgimento di potenziale umano e di risorse che sono state di certo generose. Coloro che non imparano dalla storia sono costretti a ripeterla. Speriamo di non avere un'altra esperienza come quella del Vietnam e che abbiamo imparato la nostra lezione."

    Ci fu un discorso riguardante un "dividendo di pace". Gli spiriti ottimisti scrissero di uno spostamento nelle priorita' budgetarie dal complesso industriale militare a quello sociale, con danaro versato in alloggi a basso reddito e in mezzi pubblici di trasporto di massa. A questo punto, in seguito alle rivelazioni del Watergate sui fondi neri amministrati da 500 societa' di capitali, il settore societario si trovo' allo steso basso livello di considerazione pubblica della CIA. Il settore dell'energia ed anche la Federal Reserve sembravano maturi per offerte serie per il controllo pubblico.

    L'utilita' di parlare con Galbraith era che la sua stessa carriera conferiva una prospettiva ammonitiva rispetto a tali speranze. Nessun rispettabile economista agrario (cosi' come era stato Galbraith) durante la Depressione avrebbe nient'altro che aspettative radicali, come quella di ostacolare il rapace impulso societario. Furono uomini come Henry Wallace, della zona agricola, che misero in evidenza il fatto che il New Deal avesse effettivamente un qualche profilo di sinistra.

    Ma dal 1938 il New Deal aveva esaurito l'energia, la ripresa deluse e cio' che effettivamente tiro' fuori dai guai l'America fu il profilarsi e quindi il realizzarsi della Seconda Guerra Mondiale. Galbraith, ancora trentenne, divenne amministratore delegato con la supervisione del controllo dei prezzi per l'ufficio dell'Amministrazione dei Prezzi.

    Risalendo fino dal documento tedesco del 1914, la pianificazione di guerra era stata soprattutto la spina dorsale pragmatica del programma socialista ed era facile immaginare che una particolareggiata supervisione dell'economia post Pearl Harbor potesse fiorire in piani economici a larga scala conseguenti alla guerra. Intanto, la realta' era che i costi extra del dieci per cento stavano facendo guadagnare sui contratti di guerra e dietro l'angolo c'era il contrattacco societario degli anni postbellici che distrusse l'Atto Wagner con Taft Hartley.

    In testa stavano le visioni accademiche delle "elites plurali" sul benessere degli anni cinquanta, o il "potere di compensazione" resistenza tra business e lavoro esposto da Galbraith, gia' contraddetto dall'accettazione postbellica del AFL-CIO, del suo ruolo come partner junior d'affari alla mangiatoia di un boom postbellico puntellato dall'economia permanente di guerra, annunciato da Harry Truman. Questa era il "timore di guerra" del 1948, padre di tutti quei timori di successive gonfiature di budget, come quella del "deficit dei missili" di JFK, o il primo moto popolare dei neo-consiglieri introdotto da Paul Nitze alla fine degli anni '70, che mise fine alla visione post-Vietnam di un bonus di pace.

    Ai tempi in cui ero ad Oxford nel 1960, le persone avevano sui loro banchi il trattato del 1958 di Galbraith, "La Societa' del Benessere", accanto alle opere di altri tali critici morali del consumismo capitalista, quali Leavis, Hoggart e Williams. Come schernivamo la pinna caudale tracciata per prima nel Chrysler studio da Cliff Voss nel 1954, come emblema del "guardare avanti" dell'azienda lanciato nel 1956.

    I consumatori avevano ragione. Il lavoro non avrebbe mai fatto alcun acquisto sui vertici di comando dell'economia ne' alcuna supervisione putativa, da parte del Congresso, dell'allocazione del credito e dell'investimento sociale, cosi' essi, piuttosto, compravano buffe auto barocche a pagamenti rateali, come disposto, con preoccupazione, decenni prima da Alfred Sloan.

    Anche se, come il suo eroe Veblen, la sua stramberia poteva diventare fastidiosa, Galbraith aveva la virtu' dell'irriverenza, benche' entro i vincoli soffocanti delle buone maniere. Amava turbare la rispettabile opinione sull'economia, applaudendo, per esempio, gli effetti stimolanti dell'inflazione endemica del Brasile. All'interno della tradizione keynesiana - me lo ricordo parlare rabbiosamente, con astio indecoroso, di Marx - era bravo - come in uno dei suoi libri migliori, "Il Grande Crac: 1929" - nel mettere in evidenza che il cosiddetto sistema di libera impresa, non aveva mai funzionato molto bene, allo stesso modo come aveva stabilito, con la valutazione postbellica del bombardamento, che saturare la Germania con alto esplosivo non inflisse mai un'ammaccatura nello sforzo bellico della Germania.

    Ma il sistema americano di libera impresa, non scoraggiato dalla critica dei cittadini, ando' avanti piu' profondamente nell'errore, prendendo sempre il bivio sbagliato. Messa di fronte ad una critica razionale empirica dell'efficacia del bombardamento, l'America offriva in risposta il Comando Aereo Strategico (SAC) di Curt Lemay ed il vanto trionfale di LeMay a JFK all'epoca della crisi dei missili di Cuba e, cioe', che il SAC poteva "ridurre l'Unione Sovietica a fumanti, irradiate rovine in sole tre ore".

    Nei primi anni sessanta, arrivo' la prima identificazione ufficiale, da parte di una task force riunita da Bobby Kennedy, di "tasche di poverta'" che rattristavano il paesaggio americano. A maggio del 1964, Galbraith stava scrivendo il discorso lancio di LBJ per la Grande Societa'. Il costo era una spietata escalation della guerra in Vietnam. Dal 1961 al 1963, Galbraith presto' servizio come ambasciatore USA a New Delhi. Con Nehru andava bene e consigliava il governo indiano sulla politica economica. Ma in India, un bivio decisivo era gia' stato oltrepassato. La CIA aveva dato segretamente dei fondi al Partito del Congresso per contrastare la rivoluzione comunista a Kerala, comincio' nel 1957 incarnando molti degli ideali sociali ed economici di Galbraith.

    La persona che ha rivelato l'esistenza di quel finanziamento segreto, nelle sue memorie - "Un Posto Pericoloso" - fu ambasciatore in India, dopo Galbraith, Daniel Patrick Moynihan. Alla fine degli anni '50 Galbraith presento' la sua critica dello squallore pubblico del capitalismo e alla fine degli anni '60 arrivo' la risposta di Moynihan: i neri si sono soltanto assunti la loro responsabilita'. Perseverando in una "negligenza benigna". Quella fu un grande bivio, dal quale l'America non e' mai tornata indietro.

    Almeno Galbraith, dai suoi novant'anni, ha potuto guardarsi indietro al tempo, in cui un riformatore poteva non soltanto rappresentare una visione sociale, ma identificare provvisoriamente gli enti in cui quella visione poteva essere messa in pratica. Da quanto ho letto nel recente numero speciale del "Nation", in merito alla riforma dell’assetto dell’economica mondiale, con contributi intelligenti di Stiglitz, d'Arista, del figlio di Galbraith James ed altri, la questione dell'ente non e’ mai stata sollevata, nemmeno una volta, in tutti i saggi, ne’ il Partito Democratico vi ha mai alluso. Se ci sara' un bivio sulla strada in avanti, la questione dell'ente sara’ meglio che sia in agenda. Galbraith sicuramente comprese questo, nonostante lui sottovalutasse elegantemente proprio quanto bruscamente il capitalismo potrebbe giocare per vincere.

    Note:

    Traduzione di Antonella Serio per www.peacelink.it

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