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Martedì 17 ottobre si è celebrato in tutto il mondo il giorno internazionale contro la povertà.

Lotta contro la povertà o contro la ricchezza?

Quale strategia dovremmo adottare noi "bianchi europei" per una lotta coerente contro la povertà?
24 ottobre 2006 - Marco Coscione

Martedì 17 ottobre si è celebrato in tutto il mondo il giorno internazionale contro la povertà. Milioni di persone hanno marciato sabato 21: è la società civile mondiale che si ritrova, si organizza, s’informa, si mobilita e si rende conto che le cose non quadrano. Il 15% della popolazione mondiale continua a vivere con l’80% delle risorse di questo pianeta ed il restante 85% è obbligato ad accontentarsi delle briciole che i cosiddetti paesi sviluppati lasciano cadere.
Tuttavia nel 2000, i governi di tutto il mondo pensarono che forse era arrivato il momento di fare qualcosa. Davanti ai loro occhi erano ancora ben visibili le immagini delle manifestazioni di Seattle, ma soprattutto il decennio più scuro dell’economia neoliberale: i bui anni novanta, quando la mano invisibile alzava evidentemente un solo dito.
La Dichiarazione del Millennio stabilì otto mete da raggiungere almeno parzialmente entro il 2015: per il momento pochissimi paesi sono stati capaci di raggiungere almeno qualcuno di questi obiettivi. È per questo che si è creato il movimento “2015 senza scuse”, che chiede ai governi del mondo di rispettare gli impegni presi il più velocemente possibile, soprattutto perché se continuiamo così non ci sarà nessun mondo, neppure un altro possibile. Bisogna agire adesso, perché un altro mondo non è solamente possibile, ma soprattutto urgente, molto urgente. Bambini che muoiono di fame in paesi grandi esportatori di carne e cereali, mentre altri mangiano allegramente aspettando il prossimo Natale, che inevitabilmente porterà l’ultimo modello di cellulare o lettore DVD. Uomini e donne facendo la spesa nei supermercati del “primo mondo”, compiacendosi di aver risparmiato 50 centesimi sull’ultima super offerta di banane. Questi uomini e queste donne non sanno che in Nicaragua, Honduras o Colombia, come in tutta l’America Centrale i bananeros, uomini e donne che spesso non arrivano ai 50 anni, sono obbligati a lavorare per un salario ridicolo, senza diritto a formare un sindacato e mentre gli aerei (per risparmiare tempo e denaro) gli spruzzano addosso qualsiasi tipo di diserbante affinché i consumatori bianchi possano portarsi a casa una banana perfetta, con la forma ed il colore da bollino blu. Ma soprattutto senza il diritto ad avere dei figli, perché questi diserbanti con il tempo li renderanno sterili.
Accetteremmo mai, noi europei, condizioni di lavoro come queste? Certo che no, e perché allora dovrebbero accettarle loro? Perché continuiamo a mantenere un livello di vita che ci permette di possedere più di un auto o un cellulare a persona mentre l’80% della popolazione mondiale non se lo può permettere? Veramente vogliamo lottare contro la povertà in questo modo? Se sei miliardi di persone al mondo vivessero come stiamo vivendo noi abitanti del “primo mondo”, questo pianeta scomparirebbe in un istante.
E quindi, che fare? Che altra soluzione c’è? Forse dovremmo guardare la lotta contro la povertà da un altro punto di vista, quello contrario. Cominciamo a parlare di lotta alla ricchezza. Se è vero che la ricchezza è generata dalle risorse che abbiamo in questo pianeta, in questo mondo può vivere un 15% della popolazione tanto ricca solo perché esiste un 85% della popolazione che vive con il resto. Lo stesso se lo pensiamo al contrario: perché c’è tanta gente così povera al mondo? Semplicemente perché c’è poca gente troppo ricca che sta divorando un piatto che andrebbe bene per mille o più persone. Se esiste tanta povertà è perché esiste anche troppa ricchezza. Sarebbero veramente capaci i nostri governi di iniziare vere politiche di ridistribuzione del PIL? Saremmo veramente capaci noi di cambiare i nostri stili di vita per permettere a chi vive con meno di un dollaro al giorno di cominciare una vita dignitosa? O quando finisce la manifestazione torniamo a casa dove ci attende un soffice sofà e la nostra mano, molto visibile, si avvicinerà al telecomando, che finalmente ci porterà verso quel mondo fantastico che qualcuno creò per tenerci lontani dalle preoccupazioni e dai problemi vicini e lontani. Siamo capaci, o no? A quanto di ciò che possediamo saremmo disposti a rinunciare per diminuire la povertà, diminuendo la nostra ricchezza? Ho appena visto il telegiornale: una bella donna con il suo cartello risponde al giornalista: “Basta, è impensabile che ogni giorno muoiano di fame 35.000 persone!”. Mi colpiscono i suoi occhiali da soli, bellissimi, ultima moda, di sicuro non meno di 100 euro. Forse la lotta contro la ricchezza sarà anche politicamente scorretta ma sarebbe molto meno ipocrita.

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