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    La povertà? Mettiamola nel museo

    «Il capitalismo è una storia raccontata a metà». Stralci dalla lectio magistralis nell’università di Roma Tre di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace. La ricetta del microcredito spiegata dal «banchiere dei poveri»Oggi Grameen Bank dà prestiti a 6 milioni di poveri, per il 97% donne. Li rimborsano al 99%La teoria del capitalismo assume l’imprenditore come un essere umano a una sola dimensione
    20 marzo 2007 - Muhammad Yunus
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Ho cominciato a occuparmi della povertà non come politico né come ricercatore. Ho cominciato a occuparmi della povertà perché era attorno a me, e non potevo girarmi dall’altra parte.
    Nel 1974, trovai che era difficile insegnare eleganti teorie economiche nelle aule universitarie, sullo sfondo di una terribile carestia in Bangladesh. Improvvisamente, sentii l’inutilità di queste teorie di fronte alla fame e alla povertà schiaccianti. Volevo fare qualcosa subito per aiutare la gente intorno a me, anche solo un singolo essere umano, ad affrontare il giorno dopo con un po’ di agio in più. Questo mi ha portato a contatto con la lotta quotidiana dei poveri per procurarsi quei pochi soldi necessari a sostenere i loro sforzi per sbarcare il lunario. Fui scioccato quando scoprii che una donna del villaggio aveva preso in prestito meno di un dollaro da un usuraio, a condizione che lui avrebbe avuto l’esclusivo diritto di comprare tutto quel che lei produceva, al prezzo che lui avrebbe deciso. Questa era per me una forma di schiavitù.
    Decisi di fare una lista delle vittime degli usurai nel villaggio vicino al nostro campus universitario. Quando la mia lista fu completata, c’erano i nomi di 42 vittime per un ammontare totale dei prestiti di 27 dollari. Ero scioccato. Offrii 27 dollari dalle mie tasche per togliere le vittime dalle grinfie degli usurai. L’entusiasmo che si diffuse tra la gente in seguito a questa piccola azione mi incoraggiò ad andare avanti. Se potevo far felice tanta gente con così poco denaro, perché non fare di più?
    Questo è quel che ho provato a fare da allora in poi. Per prima cosa, provai a persuadere la banca che era nel campus a prestare soldi ai poveri. Non funzionò. Non erano d’accordo. La banca disse che i poveri non erano affidabili. Molti mesi dopo, essendo falliti tutti i miei tentativi, mi offrii come garante dei prestiti ai poveri. Fui stordito dai risultati. I poveri ripagarono tutte le rate dei prestiti, puntuali, ogni volta! Tuttavia continuavo ad avere difficoltà ad espandere il programma attraverso le banche esistenti. Fu allora che decisi di creare una banca a sé per i prestiti ai poveri, cosa che riuscii poi a fare nel 1983. La chiamai Grameen Bank o Banca del Villaggio.
    Oggi, Grameen Bank dà prestiti a quasi 7 milioni di poveri, il 97% dei quali sono donne, in 73.000 villaggi del Bangladesh. Grameen Bank dà alle famiglie povere, senza garanzie collaterali, prestiti per generare redditi, mutui per la casa, prestiti per studenti e prestiti per micro-imprese e offre ai suoi membri un gran numero di programmi per risparmi, fondi pensione e assicurazioni. Da quando sono stati introdotti nel 1984, i mutui sono stati usati per costruire 640.000 case. La proprietà di queste case appartiene alle stesse donne. Ci siamo concentrati sulle donne perché abbiamo visto che prestare soldi alle donne porta sempre maggiori benefici alle famiglie.
    Il totale cumulato dei prestiti dati finora dalla banca ammonta a 6 miliardi di dollari. Il tasso di rimborso è del 99%. Grameen Bank fa profitti normali. Finanziariamente, è autosufficiente e non ha più preso denaro dai donatori dal 1995. I depositi e le risorse proprie della Grameen Bank adesso ammontano al 143% di tutti i prestiti. Secondo le ricerche interne della Grameen Bank, il 58% dei nostri debitori ha superato la soglia della povertà. (...)
    Seconda generazione
    Abbiamo cominciato 30 anni fa. Da un po’ guardiamo ai figli dei nostri debitori, per vedere qual è stato l’impatto del nostro lavoro sulle loro vite. Le nostre debitrici mettono sempre i figli in cima alle loro priorità. Una delle decisioni sviluppate e seguite è stata quella di mandare i figli a scuola. La Banca le ha incoraggiate, e in breve tempo tutti i ragazzi sono andati a scuola, molti con risultati eccellenti. Abbiamo voluto celebrare questo risultato, introducendo borse di studio per studenti di talento. Adesso Grameen Bank dà 30.000 borse di studio all’anno.
    Molti di questi ragazzi hanno proseguito verso l’istruzione superiore, diventando medici, ingegneri, insegnanti. Abbiamo introdotto altri prestiti per gli studenti universitari, molti di loro adesso hanno il PhD. Attualmente i presiti agli studenti sono 13.000, e ogni anno se ne aggiungono 7.000. Abbiamo creato una generazione completamente nuova che sarà ben equipaggiata a tenere la propria famiglia fuori dalla povertà. Vogliamo rompere la continuità storica della povertà.
    L’economia di mercato
    Molti dei problemi del mondo oggi, povertà inclusa, persistono a causa di un’interpretazione troppo stretta del capitalismo. Il capitalismo si incentra sul libero mercato. Si proclama che più libero è il mercato, migliore è il risultato del capitalismo nel risolvere le questioni del cosa, come e per chi. Si dice anche che la ricerca individuale del profitto porta al risultato collettivo ottimale.
    La teoria del capitalismo assume l’imprenditore come un essere umano a una sola dimensione, che è dedicato a una sola missione nella sua vita e nel suo business – massimizzare il profitto. Questa interpretazione del capitalismo isola l’imprenditore da tutte le altre dimensioni della vita: quelle politiche, emotive, sociali, spirituali, ambientali. Molti dei problemi del mondo derivano da questa restrizione imposta agli attori del libero mercato.
    Siamo rimasti così colpiti dal successo del libero mercato che non abbiamo mai osato esprimere alcun dubbio su quell’assunto di base. Abbiamo lavorato sodo per trasformare noi stessi, il più possibile, negli essere umani a una sola dimensione concettualizzati nella teoria, per permettere che tutto scorresse liscio nel funzionamento del capitalismo.
    Il capitalismo è una storia raccontata a metà. Definendo l’«imprenditore» in un senso più largo possiamo cambiare radicalmente il carattere del capitalismo, e risolvere molti dei problemi economici e sociali non risolti all’interno del libero mercato. Supponiamo per un momento che un imprenditore, invece di avere una sola motivazione (cioè, massimizzare il profitto) abbia due fonti di motivazione, che sono mutualmente esclusive ma entrambe cogenti: a) massimizzare il profitto; b) fare del bene alla gente e al mondo.
    Ciascun tipo di motivazione porterà a un differente tipo di economia. Possiamo chiamare il primo tipo l’economia che massimizza il profitto, la seconda economia sociale. Quest’ultima sarà un nuovo tipo di economia, introdotta nel mercato con l’obiettivo di rendere il mondo differente. Gli investitori nell’impresa sociale potranno avere indietro il denaro investito, ma non prenderanno alcun dividendo dalle società. I profitti saranno reinvestiti nella compagnia per espandere il suo campo d’azione e migliorare la qualità del suo prodotto o servizio. Un business sociale darà vita a società senza perdite e senza dividendi.
    Una volta riconosciuta per legge l’economia sociale, molte compagnie esistenti proporranno di creare business sociali che andranno ad aggiungersi alle loro attività fondative. Anche molti attivisti del settore no profit troveranno attraente questa prospettiva. Al contrario del settore no profit, nel quale c’è bisogno di raccogliere donazioni per mandare avanti le attività, un business sociale si potrà auto-sostenere e creare surplus per espandersi, giacché è un’impresa non in perdita. Il business sociale dovrà avere un nuovo tipo di borsa, un suo mercato dei capitali per finanziarsi. (...)
    Non possiamo affrontare il problema della povertà all’interno dell’ortodossia del capitalismo venerata e praticata finora. Con il fallimento di tanti governi del Terzo mondo nel mandare avanti affari, sanità, istruzione e welfare, da ogni parte arriva la raccomandazione: «fatelo fare ai privati». Sottoscrivo di tutto cuore questa raccomandazione. Ma ho una domanda in proposito: di quale settore privato stiamo parlando? Il settore privato basato sul profitto ha la sua propria agenda, chiarissima. Che entra in serio conflitto con l’agenda pro-poveri, pro-donne, pro-ambiente. La teoria economica non ci ha dato alcuna alternativa a questo settore privato ben conosciuto. Io penso che possiamo creare una potente alternativa – un settore privato socialmente consapevole, creato da imprenditori sociali. (...)

    Note:

    La lezione italiana del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus
    Gran pienone, applausi continui, standing ovation finale. La lectio magistralis a Roma Tre di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, ha avuto un’accoglienza che di solito si riserva più alle pop star che agli economisti. E del resto non capita spesso che l’economista dichiari che il suo obiettivo è «creare un mondo in cui il solo posto in cui si vede la povertà è il museo». Yunus ha raccontato la sua storia e quella della Grameen Bank, i primi passi del suo microcredito e i progetti attuali: i pellegrinaggi da banca a banca, le facce incredule dei funzionari di fronte a quel matto che voleva prestare i soldi a chi non li aveva (ma perché prestare i soldi a chi già li ha? è la contro-domanda disarmante di Yunus), la resistenza iniziale delle stesse donne alle quali erano indirizzati i programmi del microcredito, i caposaldi della sua teoria e della sua pratica, basate sulle «garanzie sociali». Per poi dare risposte a raffica a domande a raffica (i tempi strettissimi essendo imposti dai vari impegni dell’itinerante Nobel, ricevuto ieri mattina anche da Napolitano). Confermando quel che aveva detto presentandolo Pasquale De Muro: «E’ dal Sud che adesso vengono le idee nuove per l’economia. Il vento di speranza viene dal Sud».

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