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    Globalizzazione e diritti

    Soldi selvaggi

    6 aprile 2007 - Enrico Peyretti

    Soldi selvaggi
    mercoledì 4 aprile 2007

    Qualche corporation statunitense-messicana comprerebbe Telecom, che già è di un privato, il quale ha la sua bella convenienza a venderla. Dilemmi si aprono: patriottismo, cioè protezionismo, o globalizzazione, cioè liberismo? Mercato o politica? Non si sente quasi la domanda: che ne sarà di chi vi lavora? Tante altre fusioni, o acquisti da parte di padroni lontani e anonimi, sono state regolarmente pagate da lavoratori diventati improvvisamente esuberi, inutili, licenziati. Un’azienda di servizio pubblico, come è la Telecom, deve rendere profitto a chi la possiede, o rendere un servizio alla cittadinanza tutta?
    Non è detto che siamo davanti a dilemmi assoluti, ma a scelte che devono essere chiare. Kant diceva che noi umani viviamo una «insocievole socievolezza»: abbiamo bisogno di essere liberi dagli altri per pensare a noi, e abbiamo il dovere di pensare agli altri perché abbiamo bisogno di loro. Né solo questo né solo quello. Sia questo, sia quello. Va bene, ma in quale misura e proporzione? Probabilmente non c’è una misura fissa: dipende dai momenti e dalle situazioni personali e oggettive. Ma non c’è alcuna indicazione di massima? Forse c’è.
    Se prevale l’insocievolezza – ognuno per sé – chi è forte, chi non ha bisogno degli altri, se la cava anche bene. Non ha bisogno di servizi pubblici. Non ha bisogno dello Stato, che anzi gli dà fastidio, perché gli chiede qualcosa per gli altri. Ma chi è debole rimane solo e schiacciato. Dite ai bambini, ai vecchi, ai malati che si arrangino, e poi chiedetevi qual è la vostra umanità. Oggi, nel costume e nell’economia, prevale l’insocievolezza. Qual è la nostra umanità?
    Io credo che la socievolezza debba prevalere sulla insocievolezza, senza per nulla disconoscere gli spazi e le libertà personali: la regola del primato della socievolezza non è un collettivismo forzato fino alla violenza. Se questo è il rischio della socievolezza, il rischio opposto, della insocievolezza individuale, è l’abbandono di chi ha bisogno degli altri. Affermare la prevalente importanza del sociale sull’individuale non è un’affermazione assoluta ed esclusiva, anche perché concepisce il sociale a servizio delle persone, e non viceversa.
    Ora, il mercato è il potere di chi ha su chi non ha. È anche il servizio di chi mette ciò che ha, dietro giusto compenso, a disposizione di chi non lo ha. Il mercato giusto crea rapporti sociali umani. Ma se il mercato è la regola suprema, come è oggi, sottratto ad ogni altra regola, diventa un potere assoluto, insocievole, oppressivo: la dittatura della ricchezza sulla vita, dei possidenti sui bisognosi. Nulla è più contrario all’umanità.
    Perciò la politica deve regolare il mercato, l’economia pubblica deve regolare l’economia privata. Questo perché la politica, in democrazia, è sotto il controllo di tutti, deve rispondere a tutti del suo scopo, che è servire l’interesse generale quanto meglio è possibile. Invece, l’economia privata risponde a interessi particolari, privati, e se non si autoregola per virtù personale dei suoi gestori (auspicabile, ma non garantita), arriva a far prevalere l’egoismo sulla socialità, l’insocievolezza sulla socievolezza, il distacco di chi può da chi non può. Le regole democratiche, autocorrettive, hanno qualche probabilità di più delle virtù personali di assicurare il bene comune. Ma le virtù personali sono necessarie alla democrazia.
    Il prevalere, nelle idee e nei fatti, del potere economico particolare indebolisce e deforma, inquinandola, la stessa democrazia. La quale consiste nella virtù della socievolezza, mentre la democrazia svuotata dall’economia privata cede il campo all’egoismo antipolitico. Abbiamo in Italia il berlusconismo come emblema di questo cancro del potere politico, comprato e usato a fini privati Questo cricolo vizioso schiaccia i deboli, i quali, nell’ideale democratico, devono valere quanto i forti.
    La mitologia liberista arriva all’aberrazione antropologica di affermare il diritto dei forti superiore a quello dei deboli, e questa è la sostanza del nazismo (vedi Pontara, L’Antibarbarie, Ega 2006). Per quella mitologia, chi non è capace di farsi valere è giustamente punito dai meccanismi sacri della competizione. Al massimo, sarà oggetto di qualche provvidenza da parte del “capitalismo compassionevole”. Non è la sorte solo di qualche poveretto, ma di interi continenti umani, verso i quali il saccheggio mediante “patti leonini” di commercio supera sempre la misera elemosina. Comunque finisca, questa vicenda Telecom è indicativa. Siamo dominati dai soldi selvaggi. Questa che difendiamo con le guerre preventive non è civiltà. E noi, stiamo a guardare? Cosa pensiamo e cosa vogliamo dalla democrazia?
    Enrico Peyretti

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