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    “Ho bevuto al vostro pozzo”

    Scompariva un anno fa, il 29 agosto, Ettore Frisotti, un giovane missionario che ha giocato la sua vocazione, senza mezze misure, nel dialogo umano, culturale, interreligioso con gli afrobrasiliani. Facendo teologia in presa diretta con la vita dei poveri. E con un approccio alle religioni tradizionali che nella stessa Africa è ancora merce rara.
    29 agosto 1999 - Pier Maria Mazzola
    Fonte: Nigrizia Settembre 1999
    Ettore in un acquerello di Claudio Bighignoli "È il dolore, il dolore che ci cambierà... vedi, io credo che è l'amore che ci salverà", cantava Lucio Dalla in una delle cassette (Henna) che Ettore, nelle ultime settimane di vita a Verona, riascoltava più volentieri. Gliele avevano procurate gli amici di sempre, che dagli anni dell'adolescenza non lo avevano lasciato più, col cuore almeno. Per loro Ettore, come per quanti hanno poi avuto la grazia di entrare in rapporto con lui, non era uno dei tanti pur cari amici che la vita ti offre. Aveva il dono di imporsi - lui così "riservato e discreto", che "arrivava senza far rumore" - come punto di riferimento, con la sua "sorridente radicalità" (sono tutte espressioni di chi l'ha conosciuto, di qua o di là dall'Atlantico). Un consiglio, una conversazione, uno scambio rapido di battute, con lui non era mai cosa banale. Alle opprimenti dava un tocco di levità, ai dettagli sapeva rendere la serietà che meritavano.

    Perché anche questi, così come le contraddizioni, fanno parte della vita. Ed è questa che conta, che è sacra, che è la rivelatrice di Dio. Infinitamente più delle istituzioni, anche ecclesiastiche, anche "sacre". Soprattutto se la vita in gioco è quella dei più poveri, dei deboli, degli umiliati dalla storia e offesi dai poteri, ufficiali e occulti.

    "Dare la vita" è una parola passepartout del clero. Ma Ettore ha consumato, letteralmente, la vita nella causa della negritudine" - assicurava un gesuita brasiliano di Bahia, Alfredo Dorea, durante il 1° Congresso delle entità nere cattoliche a Limeira, svoltosi giusto una settimana dopo la scomparsa di Ettore. "Ha affrontato un contesto ecclesiastico ostile. Dovette soffrire per interpretazioni malevoli, come quando tre suore che scoprirono l'importanza degli orixás lasciarono la vita religiosa per entrare in un terreiro del candomblé. Venne accusato di averle mal consigliate. Senza volerne fare un martire a tutti i costi, credo che i suoi problemi di fegato (un cancro epatico l'ha condotto alla morte, ndr) abbiano molto a che vedere con i rospi che ha dovuto mandar giù".

    Le convinzioni nelle quali esprimeva la sua fede; il suo approccio alle realtà nuove e lo stile nel gestire le relazioni; l'acutezza intellettuale, evidente fin dai primi anni di scuola e poi temperata dal calore umano, liberatosi più tardi e poi in crescendo; il modo in cui egli ha messo quotidianamente in gioco tutto ciò giorno per giorno, lo hanno reso una figura di missionario al tempo stesso singolare ed esemplare: malgrado le sue "fragilità", che egli stesso andava denunciando sempre più spesso; malgrado la giovane età, 45 anni, alla quale sorella morte gli è andata incontro; malgrado il suo essere sempre un po' troppo avanti o alternativo; malgrado... o proprio grazie a tutto questo.

    E gliene rendono testimonianza coloro per i quali ha consacrato la vita: i neri del Brasile, in particolare di Salvador di Bahia dove è vissuto quindici anni. Una testimonianza per tutte, quella di Albérico Ferreira, della confraternita del "Rosario dei giovani neri": ""Heitor" non diceva mai: io so. Cercava. Si faceva amico. Chiedeva a tutti, non solo agli istruiti ma anche alla gente senza diploma. Diceva sempre che l'esperienza di vita è una cosa di Dio. Gli piaceva osservare come il popolo ha fede. Non pretendeva considerazione perché sacerdote, cattolico, studioso o bianco straniero".

    L'esperienza di Nigrizia

    il santino che Ettore si fece per l'ordinazione sacerdotale Heitor amava sottolineare quanto la sua fede e visione delle cose siano cambiate in Brasile, a partire dal contatto con i poveri, le comunità di base, i fedeli del candomblé. A questa rivoluzione si era comunque preparato.

    Studente all'Istituto tecnico per geometri, a Foggia dov'era nato il 5 aprile - sabato santo - del '53, ancora adolescente era riuscito a dare vita a un gruppo missionario, nonostante le obiezioni del parroco. E a 17 anni, come ricorda la sorella Maria Antonietta, "durante la Supplica della Madonna del Rosario sentì il bisogno di allontanarsi dalla folla che pregava in chiesa e cercò un luogo tranquillo su nella cantoria. Lì ebbe la vocazione, accompagnata da uno strano senso di paura". La mamma Giuseppina, donna di solida fede e devozioni, non si opponeva di certo a una simile ispirazione del figlio (il papà era mancato una decina d'anni prima). Ma circostanze familiari lo inducono a rinviare l'entrata tra i comboniani. Ci fu così anche spazio per un primo anno di ingegneria. Che prese sul serio, come al solito, anche se non era quello l'indirizzo prescelto, superando brillantemente un paio d'esami.

    Iniziato l'iter formativo comboniano a Firenze, pronuncia la prima professione religiosa nel noviziato di Venegono Superiore (Va) nel giugno '76. Il triennio di studi a Granada, in Spagna, gli dà l'occasione di aprirsi al mondo latinoamericano, di scoprire la teologia della liberazione e di stringere amicizie che si riveleranno preziose anche a distanza di anni. Prete novello (22 settembre '79), viene destinato alla redazione di Nigrizia. Il suo contributo alla vita della rivista è decisivo per molti aspetti, contenutistici come organizzativi e tecnici. A lui il periodo giornalistico gioverà particolarmente per l'opportunità di affinare l'attenzione alla spiritualità della liberazione e alla pastorale dei neri in America Latina. Limitiamoci a citare l'articolo "Pregare così" (7/81) e la versione italiana, da lui curata ("Nell'alto Quilombo dei cieli", 4/82), della "messa dell'afrobrasiliano", presieduta da dom Hélder Câmara con dom José Maria Pires (testi di dom Pedro Casaldáliga e Pedro Tierra, musica di Milton Nascimento) - sulla quale cadrà poi l'interdetto romano. Alex Zanotelli, allora direttore, ha scritto alla famiglia Frisotti in lutto: "Non dimenticherò mai quanto Ettore mi ha dato a Nigrizia. Se Nigrizia è quello che è, è merito suo". Frasi non di circostanza.

    "Opzione di vita"

    Ettore giunge in Brasile nel febbraio dell'83, dopo aver visitato insediamenti afro del Centroamerica e della Colombia. Qualche tempo dopo l'arrivo a Salvador, nella "Bahia di tutti i santi", scrive a casa che "comincia un po' a pesarmi quest'attesa... vorrei cominciare subito... poi penso che è bene fare le cose con calma e mi faccio coraggio, e torno a studiare qualche libro di storia o sulle loro religioni che sanno ancora tanto d'Africa". Anche se più tardi ricorderà di aver attribuito, "nei primi tempi", scarsa importanza al candomblé, comincia presto, in realtà, la sua immersione nell'universo religioso degli orixás, gli "spiriti" venuti dall'Africa con le deportazioni schiaviste.

    Non tarda a rendersi conto di trovarsi agli avamposti della pratica e della riflessione "macroecumenica" in relazione alle religioni afrobrasiliane. Basti pensare che al citato incontro di Limeira i gruppi ecclesiali neri più antichi celebravano appena il quindicesimo anno di esistenza. Nel 1989, mentre esitava a decidersi per un tempo di formazione universitaria specifica, annoterà: "Vorrei lavorare ecumenicamente la questione delle religioni afro, la rivelazione e la mediazione cristologica. Mi hanno detto che in America Latina la questione della teologia delle religioni (soprattutto delle afro) è una questione nuova e prematura e che non c'è nessuno che la conosca bene; ma vorrei tentare lo stesso".

    Per un altro verso, soggiunge disincantato, "non so se vale la pena fondamentare teologicamente un'esperienza di incontro, mia e di altri, e se questo sforzo risulterà in un dare le perle ai porci. E non varrebbe di più rinunciare agli studi e coinvolgermi ancor più col candomblé (provocando ancora di più reazioni ed emarginazione)?".

    Il fatto è che Heitor sentiva, tra l'altro, la sfida di essere l'umile ma unico erede di François de l'Espinay, un prete francese che, nella Bahia dal '74 sino alla morte nell'85, si era coinvolto con il candomblé al punto da venire iniziato come mogbá, ministro dell'orixá Xangô. "Mi sento motivato da una passione - scrive Heitor alla stessa epoca - nei due significati del termine: è un soffrire-con ed è una passione che mi prende il cuore. Se non fosse stato per questo, ancor oggi rischierei di essere un passeggero del Brasile: uno che sale sull'autobus, viaggia per un po', scende e ha visto e sentito le cose comodamente seduto, dal finestrino".

    "Passeggero", in ogni caso, non avrebbe potuto più esserlo per lo meno a partire dal giorno dell'assassinio di padre "Lele" Ramin (24 luglio '85), suo compagno di postulato e noviziato, caduto in un'imboscata, nello stesso Brasile, per uno dei tanti conflitti riguardanti la terra. "François era molto ammalato, già grave. Durante alcuni giorni di ritiro che mi ero preso avvertii che il mio impegno con gli afrobrasiliani doveva essere "per sempre": un'opzione di vita, non di lavoro. E, naturalmente, a partire dai poveri. Pochi giorni dopo seppi della morte di Ezechiele. Questo ha sigillato la mia opzione di vita per sempre".

    Un'opzione dunque di testa e di cuore. E di anima. "Iniziavo a percepire il dialogo religioso come convivenza e contemplazione, non solo come raffronto; come vocazione nella chiesa e nel mondo, e soprattutto come ascolto di Dio che parla a tutti attraverso la fede di persone di un'altra religione. Mi riuscì allora più facile scrivere un articolo su François per Nigrizia (11/86), nel quale riassumevo la mia comprensione della sua esperienza mistica".

    Ma ancora più importante è quello che gli altri dicono di lui su questo punto. Padre Toninho Aparecido da Silva, leader del gruppo "Atabaque - Cultura negra e teologia", di cui Heitor faceva parte fin dalla fondazione nel '90 quando era a São Paulo per gli studi che aveva finalmente scelto di fare: "Inculturazione è esattamente quello che Heitor ha fatto. Si è messo in mezzo alla comunità povera, nera, di Salvador, e a partire da lì faceva la lettura del Vangelo, alimentava la sua spiritualità, faceva una lettura teologica".

    Dom Gílio Felício, vescovo ausiliare (nero) di Salvador: "Heitor lascia come testimonianza luminosa per neri e bianchi questa audace valorizzazione delle cose della popolazione afro-discendente. Invece di usare i dogmi, la Bibbia, per condannare i terreiros del candomblé, ha cercato di tenere vivo un dialogo fruttuoso. Spesso, in incontri come quelli tra preti e vescovi neri, aveva una presenza attenta ma silenziosa. Quando toccava a lui parlare, diceva: io ho scoperto il valore del mio sacerdozio, l'importanza della mia stessa vita, nei terreiros".

    Maledetto potere

    Eppure Ettore era, a tratti, anche amaro, cloridrico. Una cosa che non sopportava erano i rapporti di dominazione, l'istituzione che schiaccia la persona. È plastico il ricordo che ne ha il benedettino Marcelo Barros, abate del monastero dell'Annunciazione, il "santuario macroecumenico del Brasile": "All'8° Incontro interecclesiale delle comunità di base, nel 1992 a Santa Maria, quando condividemmo la stessa vergogna di vedere il vescovo cattolico rifiutarsi di presentare le mães-de-santo presenti, cercai Heitor per vedere assieme cosa si poteva fare. Era così shockato che fu impossibile parlare.

    Avevo come l'impressione che il suo amore per la causa dei neri fosse tale da renderlo geloso o da ispirargli uno zelo che lo rendeva mezzo aggressivo. Poi ci siamo avvicinati e ho scoperto un Heitor compagno tranquillo e fiducioso. Mi appariva come una di quelle persone totali in tutto quello che fanno. Adesso, in cielo, penso che darà molto lavoro a Dio a favore di tutti i neri e nere che sono là...". Chissà se dom Marcelo, quando scriveva questa e-mail, aveva già saputo che tra le ultime parole di Ettore aveva vibrato il desiderio che si facesse, subito, una festa per i neri: "perché anche loro hanno diritto...".

    Allo stesso "incidente" del 1992 si riferisce Sílvia Regina da Lima, che ha molto condiviso del cammino di Heitor. "Aveva sempre una scusa, quando si parlava male di qualcuno, per difenderlo. Per questo lo chiamavamo "madre dell'umanità". Ma in certe situazioni era duro, esigente e critico. Lo laceravano le contraddizioni che viviamo come chiesa, specialmente la discriminazione dei più poveri, della comunità nera. Come quella volta a Santa Maria. A tavola, con tutto quello che era successo la mattina, un vescovo insisteva nel dire che nelle comunità di base non c'era razzismo, i vescovi presenti stavano dalla parte delle comunità, dunque non erano razzisti. Heitor gli diede del bugiardo, in faccia. E aggiunse che era molto brutto ingannare così il popolo.

    Mi resi conto in quel momento del posto che Heitor occupava nell'organizzazione della comunità nera. Essendo bianco, e con la sua coscienza e impegno, le sue prese di posizione creavano un forte impatto proprio perché lui non era nero; noi neri, al posto suo, saremmo stati bollati come razzisti o complessati".

    La testimonianza di Sílvia ci lascia intravedere qualcosa dell'autocomprensione di Ettore. "Credo che capisse molto bene qual era il suo posto. Non ha mai accettato di rappresentare la comunità nera, in nessuna circostanza, per quanto semplice fosse l'evento. Nei gruppi di teologia nera diceva serenamente: "Io non sono un teologo nero, la teologia nera è un lavoro che spetta a voi". Con questo, sinceramente credo sia stata la persona che più ha contribuito al sorgere e all'approfondirsi della teologia nera in Brasile - o, per lo meno, uno di quelli che più ha contribuito.

    E poi ci aiutava ad essere tolleranti e uniti all'interno del gruppo, per lottare insieme contro la società razzista. Ha assunto sempre una posizione riconciliatrice nel gruppo degli Apn, gli Agenti di pastorale neri. La sua partecipazione è stata costante, e soffriva quando c'erano divisioni. E se i conflitti si trasformavano in problemi regionali, tra uno stato e l'altro, la sofferenza era ancora più grande. Di cuore era "nordestino-baiano", ma cercava sempre il riavvicinamento tra tutti".

    "Popolare, etnico-culturale, "affettivo"": così Heitor descriveva l'ecumenismo nel '94 in un prezioso opuscolo pubblicato dal Centro Cultural Afroecuatoriano di Quito - e così lo viveva in prima persona. Un ecumenismo a tutto campo, insomma. Che soltanto non ce la faceva a includere - e si capisce perché - quanti si avvicinano all'altro da una posizione di potere (politico, militare, economico, culturale... di qualsiasi tipo). È solo nell'ideologia di questi ultimi che si pone l'alternativa dialogo-o-missione. Ma lasciamoglielo dire con le sue stesse parole, quelle che usò a margine dell'ultimo capitolo generale dei comboniani, al quale prendeva parte come delegato: "Le religioni afroamericane non hanno nessun problema con Gesù Cristo, il loro problema è con la chiesa, o meglio con una certa chiesa. Ma se tu vai a evangelizzare nella solidarietà, sei benvenuto. Ciò che dà fastidio alle persone non è l'annuncio di Gesù Cristo, ma il potere".

    E come sia faticoso il cammino verso un approccio più fraterno della chiesa con le altre religioni e in particolare il candomblé, lo possiamo leggere nel suo lavoro più compiuto, edito quest'anno in italiano (è il quaderno n. 17 di Sètte e Religioni; tel. 051 331583). Si è dovuto aspettare il 1992, ad esempio, per vedere le religioni afroamericane, insieme con quelle indigene, finalmente trattate da vere e proprie "religioni" in un documento ufficiale, le Conclusioni dell'assemblea dell'episcopato latinoamericano a Santo Domingo.

    Nel Quilombo dei cieli

    "Ho paura del dolore - ripeteva Ettore tra sé e sé. Spero che quello dei poveri e dei neri mi appaia sempre più grande e più esigente del mio". Preghiera esaudita. Se qualcuno, anche nelle ultime settimane, tentava di affrontare il discorso della sofferenza e del suo senso, lui non lo applicava mai al proprio caso, il suo pensiero volava subito al soffrire degli altri, dei poveri, di Bahia...

    Prolungava nella sua viva carne quanto aveva creduto per quindici anni, e che aveva depositato nell'ultima pagina del suo libro: "Due realtà consideriamo principi ermeneutici, riferimenti fondamentali per poter riconoscere espressioni di fede e creare nuove prospettive teologiche nell'incontro tra comunità cristiane e fedeli del terreiro: il dolore e la solidarietà".

    Ormai pacificato, paradossalmente, nel (dal?) dolore, è dalla mano del suo arcivescovo, Lucas Moreira Neves da poco a Roma alla testa del dicastero per i vescovi e col quale non erano mancati, a Salvador, i contrasti, che Heitor riceve l'unzione degli infermi. Un gesto per il quale esprime, ormai solo con lo sguardo, gioia e gratitudine. Pochi giorni dopo se ne va, prima dell'alba, verso "l'alto Quilombo dei cieli". Vestito di bianco come sempre vestiva: in omaggio al suo battesimo, in omaggio al candomblé e alle sue sacerdotesse.

    Milton Nascimento, il nero menestrello di Minas Gerais, a chi gli domandava da dove viene l'arte: "È la sintesi di tutto ciò che è nell'aria. Nasce dall'amore... dal dolore".

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