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    Le porte aperte del monastero

    Nel dialogo con il candomblé, il monaco benedettino Timóteo ha fatto del rispetto una regola costante. «Ormai potrei vivere solo a Bahia».
    5 gennaio 1997 - Ettore Frisotti
    Fonte: Nigrizia Gennaio 1997
    Ettore in un acquerello di Claudio Bighignoli Lo incontrai per la prima volta ad un convegno organizzato dalla Commissione Giustizia e pace di Salvador, sul tema del razzismo e della discriminazione di cui erano vittima le religioni afrobrasiliane. Timóteo Amoroso Anastácio - per tutti "dom Timóteo" - vi era stato invitato per una relazione sull'apertura della chiesa cattolica al dialogo interreligioso e all'impegno per la giustizia. Mi piaceva parlare con lui e chiedergli consiglio circa i passi da fare nel dialogo con le comunità di candomblé in Bahia.

    Originario dello stato di Minas Gerais, aveva fatto fatica ad adattarsi alla Bahia, specialmente negli orari. Riconosceva candidamente: "Tanto la gente del Minas come la gente di Bahia non sa essere puntuale. La differenza è che i mineiros arrivano un'ora prima, e i baianos un'ora dopo". In realtà, dom Timóteo non è mai arrivato fuori orario. Come tutti i santi, ha saputo testimoniare l'amore di Dio per i poveri e gli emarginati di Bahia al momento giusto. Con lui, il monastero è divenuto una chiesa aperta, tanto per i gruppi che lottavano contro la dittatura militare come per le autorità del candomblé. Grazie a lui, tra l'altro, furno mossi i primi passi del dialogo.

    Nel 1965, dopo essere stato nominato abate del monastero di Sao Bento, Timóteo ricevette da Eugênio Salles, allora arcivescovo di Salvador, il compito di pensare una liturgia più vicina alla cultura nera.

    Seppe avvicinarsi alle comunità del candomblé con occhi e cuore nuovi. E nacque la "Messa do morro" (della collina) - con l'uso di strumenti tradizionali come atabaques, berimbaus e agogôs - frutto dello sforzo di Timóteo e del suo collega Dominique. Le critiche degli habitué del monastero provocarono una visita del nunzio apostolico. L'iniziativa, comunque, sopravvisse per qualche tempo. Anche perché al vescovo la messa era piaciuta. "Il concilio Vaticano II si era concluso da poco e c'era un clima molto favorevole di apertura", ricorderà più tardi lo stesso Timóteo.

    Per lui, nel dialogo con il candomblé non dovevano esserci preoccupazioni di tipo dottrinale. Perché il candomblé non è tanto questione di dottrina. "È un modo di vita ancestrale, un atteggiamento, una cultura ancestrale che si esprime religiosamente. È quello che ha salvato l'identità del nero, qui. Per questo ritengo che il dialogo con il candomblé debba avvenire a livello di relazioni interpersonali, nel massimo rispetto".

    Esile, riservato, Timóteo era l'incarnazione del detto brasiliano "la corpulenza non è un documento". Chi lo incontrava avvertiva subito di trovarsi di fronte ad un uomo di grande statura morale. Emanava pace e luce. Non incuteva timore. Tranne quel giorno che...

    Difensore della giustizia

    Fu durante la dittatura militare, dopo una manifestazione studentesca degenerata in tafferuglio. Per sfuggire ai poliziotti, gli studenti cercarono rifugio nel monastero. Senza perder tempo prezioso, Timóteo chiede ai confratelli di poterli accogliere, quindi corre alla porta della chiesa per rivendicare in favore dei giovani, secondo l'antica usanza benedettina, il diritto d'asilo. Poi, sotto la pressione della polizia, arretra verso la chiesa, ma lentamente, per permettere a tutti di nascondersi. Quando gli animi sono già più calmi e le armi abbassate, all'improvviso si ode uno sparo nel chiostro: probabilmente un agente infiltratosi fin lì. Tutto un gruppo di ragazzi e ragazze era comunque già in salvo.

    Più tardi, Timóteo si vedrà costretto a giustificarsi davanti a un gruppo di suoi stessi monaci. Quando mai si erano viste ragazze ospitate in un monastero? Al termine di una lunga discussione, l'ultima parola dell'abate è quella evangelica: "La legge è stata fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge".

    Timóteo non nascondeva che la Bahia gli aveva fatto scoprire la dimensione dell'allegria, del corpo, della danza, del piacere sensibile. "L'incontro, per esempio, con i sacerdoti e sacerdotesse del candomblé... che bello! Persone, tra l'altro, di grandi virtù cristiane, accoglienti, piene di umiltà, di pazienza, di gentilezza e anche di rispetto. Mai hanno tentato di farmi lasciare la religione cattolica perché diventassi un fedele del candomblé". La Bahia aveva rappresentato per lui uno shock culturale tremendo. "Uno sconvolgimento che però non mi ha chiuso nelle mie ideologie, anzi mi ha aperto, ha rotto la scorza".

    A Bahia dom Timóteo ha trovato la gioia di vivere, qui si sentiva felice. Pensava di non poter più vivere altrove. "Quando ho lasciato l'incarico di abate, non ho voluto saperne di nient'altro. È qui che voglio rimanere, vivere e morire, in grazia di Dio e nelle braccia della chiesa mia madre. Qui, a Bahia". Questo suo ultimo desiderio si è avverato il 3 agosto del 1994. Quel giorno, c'era una folla di baianos in preghiera a dirgli addio.


    CHI NON SOFFRE NON CAPISCE

    "Come bianco, ho la possibilità di ascoltare racconti sulla discriminazione e sul razzismo, di analizzare statistiche e raccogliere testimonianze, ma non saprò mai che cosa vuol dire vivere da discriminato una vita intera e aprire gli occhi sulla coscienza nera e sulla dignità umana solo a vent'anni, o forse a sessanta.

    Come uomo, posso rendermi conto delle discriminazioni sessuali, del potere e della violenza del maschilismo, ma difficilmente potrò sapere che cosa sono l'umiliazione, l'inferiorizzazione e la sottomissione imposte e sofferte nella carne delle donne.

    Come cristiano, difficilmente mi accorgerò di come la mia esperienza di fede - così pregna di salvezza e liberatrice nelle intenzioni - possa costituire, per altri, un'oppressione e una negazione di sé.

    Solo chi è discriminato perché nero, perché donna, perché non cristiano, sa che cosa questo significhi, sa che cos'è vivere escluso in questo paese, sa quanto è ingiusta questa società.

    La conversione è possibile. Si tratta di cambiare di luogo politico, sociale, culturale, anche affettivo: è necessario cominciare a capire la realtà muovendo dalla sofferenza di neri, donne e non cristiani. Il dolore diventa così uno dei principi ermeneutici fondamentali, al punto che possiamo affermare che chi non soffre non capisce. Il soffrire insieme, la compassione, è la maniera migliore di avvicinarsi alla verità in una società attraversata da conflitti.

    Ci possono illuminare gli esempi biblici: Pilato era impedito di conoscere la verità su Gesù e sul popolo, poiché incarnava e difendeva la dominazione e il potere istituzionalizzati; Mosè era incapace di conoscere il Dio della vita fintantoché risedesse nel palazzo del faraone; dovette uscire dal sapere dominante e ritrovarsi nel deserto, non più protetto dal potere, dalla religione e dalla cultura ufficiale dell'Egitto, perché un roveto ardente gli potesse rivelare il dolore e la forza di Dio. Gesù dovette trovarsi di fronte la sofferenza di una donna siro-fenicia, vittima di maledizione - in quanto esclusa dalla benedizione di Dio perché straniera, "idolatra" e donna -, per poter annunciare la Buona Notizia della compassione solidale di un Dio che si avvicina ai discriminati e scavalca le barriere".

    (da: Heitor Frisotti, "Passos no diálogo. Igreja católica e religioes afro-brasileiras", Paulus, São Paulo, 1996, pp 143).

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