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    Un incontro a Roma 'senza sé e senza ma'

    Appunti dall'assemblea nazionale del 25/11/07

    Proposte: un Patto permanente contro la guerra, una manifestazione naz. per il 26/1 e un gruppo di lavoro
    11 dicembre 2007 - Leopoldo Bruno

    Appunti relativi all’Assemblea nazionale contro la guerra del 25/11/07. Roma, via Marsala 42. Dibattito no-stop di 5 ore, sala piena e 29 interventi.

    L’assemblea prende avvio con la proposta presentata dai gruppi suoi promotori di costituire un ‘Patto permanente contro la guerra’. Con ciò non si intende un nuovo organismo bensì un luogo aperto, dove ci si possa confrontare per: analisi, decisioni, ecc.; quindi di confronto e consultazione di più soggetti concordi nella posizione contro la guerra, contro il governo e contro i partiti di maggioranza. Un collegamento di reti locali e nazionali che condividono totalmente la seguente piattaforma composta da tre punti netti: ritiro dalle missioni di guerra, riduzione delle spese militari, riduzione delle basi militari.
    In Italia ci sono 107 basi militari Usa e, ad esempio, a Colleferro c’è la produzione di claster bomb. Sono state ricordate in particolare le basi di Vicenza, Cameri e Sigonella; quest’ultima si prefigura come la più grande del futuro, dove fra l’altro verranno dislocati gli aerei bombardieri senza pilota.
    Il Patto permanente contro la guerra è un’espressione di autorganizzazione che si riconosce nella parola d’ordine: ‘Contro la guerra senza sé e senza ma’. No, alla politica di riduzione del danno, che comunque ci vedrebbe complici di queste guerre. Formare un gruppo di collegamento per capacità organizzativa e funzioni di servizio allo scopo di costruire un Movimento con iniziative pacifiche e di massa. Si prevedono assemblee periodiche che partano dall’esame della situazione.
    Il Patto permanente pone fine ai contratti a termine dei gruppi, volta per volta; si crea così un’alleanza stabile con la comune visione delle cose senza creare un nuovo organo. Un asse comune contro la guerra e con strutture permanenti. Strutture d’alleanza elastiche e itineranti che si muovono per agevolare la partecipazione. Ci sarà un gruppo di lavoro e di consultazione per mettersi d’accordo senza pestarsi i piedi, con iniziative a volte solo di alcuni e altre di tutti come Patto contro la guerra. Le articolazioni sul territorio ‘fanno mordere’ a livello nazionale; Vicenza non può perdere, Novara si sta organizzando, ecc. Il Patto permanente vuole essere un ragionamento collettivo condiviso per far saltare il meccanismo della guerra; una sperimentazione di alleanza, una sinergia per tenere il punto della situazione. Altrimenti, nessuno da solo può farcela; anche Vicenza, da sola, non ce la fa. Un’assemblea nazionale all’incirca ogni tre mesi per discutere il passato e il futuro; una verifica periodica per decidere e agire politicamente; con anche un gruppo di lavoro per tenere insieme le reti nazionali e locali. Un patto fra realtà diverse e composte per riconoscersi nella diversità e complessità; mettiamo a disposizione le differenze mediante piena cittadinanza alle varie realtà. Dare in primo luogo continuità di dibattito alle assemblee e una strutturazione maggiore al Movimento contro la guerra. Il passo successivo è il coinvolgimento nel dibattito, il confronto nelle scelte anche da sciogliere fra compagni in posizioni diversificate. E’ stato ricordato l’appello di Alex Zanotelli su il manifesto del 21/11/07; una persona autorevole che ha condannato chiaramente la Finanziaria. Unire lo specifico al generale con iniziative come la Campagna nazionale: ‘Ferma la guerra. Firma la legge’. Si tratta della proposta di legge di iniziativa popolare, lanciata di recente, per liberare l’Italia da accordi segreti, basi e servitù militari; la raccolta delle firme è uno strumento di dibattito con la gente. Il Patto permanente è costruire e imparare, con un coordinamento itinerante; grazie al suo lavoro si sarà in grado di elaborare delle precise proposte. Patto come ‘impegno’ permanente e autonomo con le caratteristiche e le possibilità di ognuno. Il Patto indichi dei paletti, altrimenti si fa confusione.
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    I morti, sono morti per la guerra e non per la pace; e la responsabilità politica è del governo e dei partiti che lo sostengono. L’Italia inoltre aumenta il suo numero di militari in Afghanistan e a breve avrà il comando della città di Kabul. Il centrosinistra intensifica la politica di centrodestra, e in più senza l’opposizione dell’epoca da parte dei gruppi sociali. Giordano, Napolitano, Bertinotti sono d’accordo sul fatto che si può fare la guerra ma non ‘il terrorismo’...Non diamo spazio all’ipocrisia dei leader della guerra che diranno di no alla guerra ma in futuro, che scelgono le ‘strategie future’, ma oggi la votano. L’imperialismo Usa, in crisi, rilancia sul terreno del conflitto; il centrosinistra dentro a questo cerchio di crisi ci sta bene. Sarebbe esatto parlare di aggressioni imperialiste unilaterali più che di guerre. Berlusconi era senza un progetto, solo con la massa; oggi c’è un’ipotesi concreta che dà risposte a una crisi del nostro sistema produttivo che soffre di familismo e nanismo: si lavora per gli interessi di Eni e Finmeccanica per primi, cioè la componente statalista del capitalismo italiano. Napolitano preconizza fondi e coinvolgimento sempre più forte nelle guerre. Il modello economico industriale italiano va ripensato. L’Italia a livello internazionale politico-militare è ormai impersonificata dal Comandante di stato maggiore della difesa, generale Di Paola. In Parlamento bisogna votare contro i crimini di guerra, non basta l’astensione. Lavorare per interventi alternativi e sostitutivi alla guerra; la cooperazione internazionale va sganciata dal sistema militare, altrimenti non è possibile strutturalmente farla. Aggiungere al ‘no a tutte le guerre’ la parola ‘antimilitarismo’. Le crisi economiche si superano con le armi; l’economia di guerra è un settore di quella capitalistica. La guerra pervade la nostra vita. Guerra come ‘O. Sistema’, bloccare la sua attività quotidiana: banche, industrie, ecc. Caserme che operano a pieno ritmo per le guerre esistenti. La campagna patriottica di Napolitano è ancora più dura e canaglia di quella di Ciampi. L’Italia occupata dagli Usa e nel contempo occupante. Si potrebbe assistere in futuro al caso in cui le armi italiane saranno usate contro l’esercito italiano ad esempio i missili in dotazione iraniana. Europa e Usa sono già d’accordo sulle future guerre selettive come quella della Turchia al Kurdistan e all’uso delle minibombe atomiche come contro l’Iran. Mobilitare precari italiani e immigrati, contro il razzismo e lo sfruttamento in casa nostra e contro i bombardamenti e i massacri nei paesi aggrediti. Essere autonomi nella preparazione delle manifestazioni anche dal punto di vista organizzativo; ci sono interlocutori intrattabili che pongono ipoteche sulle iniziative. Attenzione alla questione dei treni che è usata come strumento per far degenerare in rissa le mobilitazioni sociali.
    La Cgil non è più impegnata con la radicalità e l’attenzione passate sul sociale; si sta costruendo una sinistra sindacale.
    Le spese militari sono aumentate del 24%. Abbiamo visto a cosa sono serviti i Mangusta: a bombardare le città afghane; ci vorrebbe un ammutinamento in Parlamento. Esiste un ruolo dell’imperialismo e del capitalismo italiano che è specifico; in Afghanistan, in Iraq, ecc.; nel passaggio da centrodestra a centrosinistra non c’è stata nessuna modifica ma invece un approfondimento degli interessi capitalistici. La Finanziaria 2008 stanzia 23 miliardi per la difesa e 900 milioni per la cooperazione. Ci sono vincoli di mercato che appoggiano le guerre. Il sistema punta alla distruzione e va contro le nuove generazioni. C’è chi sostiene che il radicalismo rompe l’unità del governo, quando invece la piattaforma politica è sempre la stessa di prima. Gli altri sono andati via, ma i nuovi gruppi dirigenti continuano con la stessa logica anche se ormai sono soli. E’ il principio della competitività che ci governa. Chi non vota contro la guerra e a favore della moratoria, faccia il piacere di non venire alle manifestazioni.
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    I 150 deputati della sinistra radicale adesso non sono nemmeno più disposti a presentare la moratoria in merito alla costruzione della base di Vicenza così come invece si erano impegnati a fare. Vicenza è fondamentale sia per la manifestazione del 15/12 nell’ambito della tre giorni europea, sia perché dovranno passare sui nostri corpi: perdere a Vicenza non sarebbe ‘una’ sconfitta ma ‘la’ sconfitta.
    Il Presidio è in una fase nuova: dal dissenso al blocco dei lavori. Al momento è stata impedita la bonifica dei terreni; occupati gli edifici della Ditta di Firenze alla quale erano stati assegnati i lavori. Dalla costruzione del consenso alla lotta e al blocco effettivo. Blocchi con azioni dirette a Firenze, a Napoli, a Roma. Vicenza non fa testimonianza, vuol vincere! E si vince se si sa costruire un conflitto che coinvolge anche le altre realtà. E’ un passaggio che allude a una battaglia che oggi si può vincere costruendo una forte e larga partecipazione. Per la manifestazione del 15 dicembre vanno garantiti i treni; tutti noi a Vicenza siamo convinti di poter vincere. La natura ordinante della guerra è a Vicenza, dove precipita sui corpi e la democrazia soccombe; dove i cittadini non possono decidere su loro stessi. Le comunità territoriali hanno il diritto di resistenza; vincono oltre il concetto di violenza e nonviolenza facendo cose concrete. Le caserme devono diventare spazi sociali gestiti dalle comunità. Verso le questioni sociali vere c’è incapacità delle forze politiche. Essere pronti a supportare Vicenza su tutto il territorio nazionale in una situazione di precipitazione.
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    Il Forum Sociale Mondiale di Nairobi ha indetto per il 26/01/08 una giornata di iniziativa mondiale contro la guerra e il liberismo, con ogni territorio che individua un tema chiave a livello nazionale. Al primo punto è il no alla guerra con la proposta delle Associazioni (organizzatrici della manifestazione anti Bush e Prodi del 9/6/07) di indire per quel giorno una manifestazione nazionale innanzitutto contro il Decreto del Parlamento italiano per il rinnovo dei finanziamenti delle missioni di guerra, la cui discussione comincerà proprio a fine gennaio. No al trittico guerra-basi-spese.
    A Novara, si fa l’assemblamento degli F35 costruiti in 12 regioni e più di 40 siti. All’inizio c’era chi era disponibile a costruire i Provider e non gli F35; si deve essere chiari nella lotta contro la guerra.
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    La questione palestinese è la grande assente nella politica d’oggi. Il Governo italiano è responsabile della scelta avventata di inviare le truppe in Libano che adesso sono lì a sostegno di un Governo illegale. La sinistra radicale non dice nulla su questo e sull’embargo dell’Impero occidentale a danno della striscia di Gaza, dove si muore di fame e malattie. In Palestina dapprima sono state imposte le elezioni e poi il loro esito non è rispettato perché non sono state vinte da chi doveva. Abu Mazen riceve armi e carri armati da Israele per usarli contro i palestinesi. Non solo il nostro Governo finanzia direttamente la collaborazione militare con Israele, ma c’è anche il paradosso che le singole Regioni italiane destinano soldi alla sanità israeliana per guarire i bambini palestinesi vittime fra l’altro dell’embargo e dei raid aerei. La produzione dei primi F35 avrà come destinazione Israele. Il 2008 è stato dichiarato anno della Palestina; sono previste una serie di iniziative a partire dal 2 febbraio dedicato alla memoria di Stefano Chiarini e dal 29 marzo, con manifestazione nazionale a Roma, dedicato alle terre espropriate. No alla pubblicità dei parlamentari alle manifestazioni. Il 2 dicembre il Governo israeliano ridurrà i rifornimenti energetici a Gaza e dopo Annapolis si accingerà a completarne il genocidio.
    Anche il Kosovo chiede nuovi battaglioni; noi dobbiamo scardinare le truppe all’estero. Si va in guerra prima di accorgercene; esiste un sistema di automatismi che scatta per la guerra. Problema dello Stato, se la sinistra si fa Stato questo si paga pesantemente. Come negli anni ’70-80, il Pci si fece Stato, non si rovesciano tavoli ma si continua la politica estera di sempre.
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    Questi appunti – ovviamente - non sono esaustivi del dibattito; rappresentano una mera elencazione personale dei temi e delle opinioni ricorrenti.
    29/11/7 – Leopoldo BRUNO

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