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    Riflessione

    Spiritualità nonviolenta

    Non è spiritualismo - Vita spirituale - Le religioni - Nonviolenza
    21 gennaio 2008 - Enrico Peyretti
    Fonte: MIR - Campi estivi 2000

    Spiritualità nonviolenta

    (pubblicato in Mir-Movimento Nonviolento, Vivere la nonviolenza, opuscolo per i campi estivi 2000, pp. 13-18; testo ritoccato 22.1.05)

    Anzitutto, cosa intendiamo per "spiritualità"? Non uno spiritualismo disincarnato. Non un intellettualismo lucido e acuto: ottima qualità l'intelligenza razionale, da difendere e sviluppare, ma la spiritualità è altro, di più.
    Mi pare che per "spiritualità" dobbiamo intendere la dimensione più profonda, interiore, radicale, che è in ogni persona. Radicale, perché è non alla nostra superficie, ma nelle nostre radici prime e ultime, le meno visibili, ma le più importanti e decisive nell'orientare le scelte di fondo della nostra esistenza, tanto le decisioni grandi e determinanti, come i comportamenti quotidiani spiccioli. Questa nostra dimensione sarà più o meno viva e vitale quanto più ce ne occupiamo, la coltiviamo, la nutriamo. Tutti, anche l'essere umano più rozzo, ha uno spirito, ma questo può essere addormentato, sterilizzato, in coma, sotto montagne di chiassose o anche violente vanità e stupidità: basti pensare alla gran parte di ciò che cola dai televisori, o al pettegolezzo pubblico o privato, parlato o stampato, spesso indiscreto, maligno, diffamatorio, oppure all'affanno di molti per correre dietro ai soldi, al successo, al nuovo acquisto, alla competizione sfrenata contro gli altri. Le vite rovesciate all'esterno, nel secondario, sacchi vuoti, sono vite dalla spiritualità atrofizzata, polmoni senz'aria.
    Lo spirito umano va difeso, non meno del cuore, del respiro, della vita fisica. La civiltà in cui siamo ha assai poco di spirituale, perché il suo sviluppo è all'esterno dell'umano, e spesso è anche contrario ad esso. Questa critica non condanna - sia chiaro - il benessere materiale che oggi sappiamo creare (esclusivamente per la minoranza privilegiata dell'umanità, che siamo noi), ma lo squilibrio grave tra questo e il benessere intimo, le relazioni buone tra le persone, la giustizia nei rapporti sociali e internazionali. C’è durezza e violenza dei comportamenti più correnti, sottomissione delle persone alle strutture produttive ed economiche, invece della finalizzazione di queste alle persone.
    Inoltre, lo spirito umano è ambiguo. Il nostro spirito è un campo di battaglia. È sia buono che cattivo, né solo buono, né solo cattivo. L'eterna discussione se la natura umana sia buona o cattiva non ha senso: è l'una e l'altra. Lo spirito è il luogo intimo (questo aggettivo è il superlativo di "interno") nel quale ognuno si decide verso la bontà o la cattiveria, verso l'egoismo o l'altruismo, verso la vita violenta, nociva, oppure nonviolenta, "in-nocua" (è questo il significato di "a-himsa"), non nociva ma semmai di aiuto agli altri. Ognuno di noi, verso gli altri, può essere denti che divorano, o pane che nutre. Naturalmente, tra questi estremi ci sono infinite sfumature. Anzi, noi siamo sempre, nonostante la scelta più convinta e sincera, nel cammino incompiuto, e quindi nella contraddizione: camminiamo in ritardo, avanziamo e indietreggiamo, procediamo e deviamo. Non basta volere, anche nel modo più sincero. Non è vero che "volere è potere", perché non siamo onnipotenti. Socrate, nella sua candida onestà, credeva che chi fa il male lo fa solo per ignoranza del bene. Ma il problema è molto più drammatico. San Paolo, con una onestà più illuminata, scrive ai Romani: «La legge è spirituale, io invece sono di carne (…). Non capisco quello che faccio: non eseguo ciò che voglio, ma faccio quello che odio». Dunque, la contraddizione è in noi, noi siamo contraddizione, anche se abbiamo fatto le scelte più sincere. I santi sanno di essere anche peccatori, e lo sanno meglio di chi è poco santo.
    "Spiritualità" è vivere l'esperienza profonda di questa continua scelta drammatica, mai facile, sempre nuova. È l'esperienza di vivere davvero l'autentica avventura umana, non di essere trascinati come sugheri sull'acqua da mode, ordini, conformismi, interessi mediocri, voracità, istinti inconsapevoli, meccanismi biologici o sociali. Vivere in una dimensione di spiritualità è vivere con un senso, per quanto faticosamente, mentre "essere vissuti" da altro, da fuori, toglie valore all'esistenza, che in un momento di tragica lucidità può per questo motivo anche venire rifiutata col suicidio.
    Come si difende e si sviluppa la vita spirituale? Direi, anzitutto, stando con se stessi. Che non è separarsi dagli altri, ma prepararsi ad essere con gli altri in modo più sostanzioso. Il silenzio, la solitudine, sono momenti preziosi, da non fuggire, da non temere, da non riempire di fracasso, in cui incontrare noi stessi, lavorare su noi stessi. Quando siamo nati e abbiamo dato il primo vagito, i nostri polmoni si sono dilatati anche con dolore, e la vita autonoma, all'aria aperta, è cominciata. Così è dello spirito, che resta un pneumatico ("pneuma" in greco vuol dire spirito) vuoto e secco, se non respira, anche con sforzo e dolore, se non riceve dall'atmosfera umana e dal cielo il nutrimento spirituale. Il vento, invisibile ma reale e potente, portatore di novità e di vita, è un altro simbolo antico di questo apporto vitale alla nostra vita profonda, da lontano e dall'alto. Oltre ai momenti personali di vita interiore, lo spirito si nutre e cresce di colloqui intimi con i grandi spiriti dell'umanità: leggere e meditare i grandi sapienti, i poeti e narratori dalla vista più acuta, le grandi anime religiose, i vari testi sacri che hanno sostenuto e guidato tante generazioni umane; ma anche incontrare e frequentare le persone umili e sapienti, gli amici più saggi che possiamo interrogare e ascoltare; o ricordare gli ammaestramenti e gli esempi vivi dei nostri vecchi scomparsi. Ognuno di questi colloqui è pane vivo per lo spirito, ricchezza impagabile, che vale più di tutto il denaro, e che nessun denaro può comprare. Una vita spirituale sviluppata non dipende dal nostro carattere e temperamento: un introverso può essere superficiale mentre un estroverso e gioviale può essere davvero spirituale.
    Ciò che il nostro spirito può cogliere del senso della vita non è un'evidenza intellettuale, dimostrabile come un teorema. Lo spirito tocca, sente, vive, incontra, con una "intelligenza" (parola che significa "leggere dentro") reale ma più che intellettuale, profonda, globale, di tutta la persona, non del solo intelletto. Questa forma di intelligenza cresce insieme a tutte le persone che nell'umanità vivono e hanno vissuto questa ricerca profonda di autenticità umana. C'è, infatti, una comunicazione invisibile ma reale tra tutti gli spiriti umani, tanto nel bene quanto nel male, purtroppo. Quindi, di nuovo e sempre, si tratta di "discernere gli spiriti", acquisire criteri essenziali per distinguere gli apporti positivi dai negativi. E come trovare questi criteri?
    Il lettore avrà notato che finora non ho legato la spiritualità alla religione.

    Le religioni, nei loro aspetti più preziosi, appartengono alla spiritualità, ne sono una forma molto alta. Le loro forme rituali, esterne, al limite folkloristiche, possono sostenere gli spiriti, ma rischiano anche di irrigidirsi e soffocarli. Ci sono delle spiritualità religiose, e ci sono delle vere spiritualità non religiose (ma non insensibili, né offensivamente irreligiose). Ognuna di queste vie, tutte preziose, è una ricerca per "discernere gli spiriti", per distinguere il bene dal male, ciò che fa vivere da ciò che fa morire l'essenza umana in noi. Ogni persona sulla sua via, quella in cui è stata educata, o quella che ha trovato dopo ricerche e fatiche personali, cerca di separare dentro di sé il negativo dal positivo, facendo crescere il positivo ancor meglio che combattendo il negativo. Chi crede in Dio sa che il suo spirito viene a guarire ed arricchire il nostro, come prometteva il profeta ebraico Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo. Toglierò il cuore di pietra dal vostro corpo e vi metterò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di voi». I cristiani sanno che nell'uomo Gesù, perfetto figlio di Dio, questa promessa si è compiuta per ogni persona dal cuore sincero. Ogni religione consiste nella fiducia che una luce e una capacità di bene è offerta al cuore umano. Ogni coscienza umana seria cerca la giustizia, la spera possibile, e si impegna in questa speranza attiva.
    Ma non dovevo parlare dello spiritualità nonviolenta? Infatti. Ma mi sembra di aver già detto alcune cose sul tema datomi, pur senza quasi nominare la nonviolenza. Chi cerca una vita profonda, cerca anche la nonviolenza. E chi ha cominciato a cercare di essere nonviolento, si accorge che deve lavorare dentro di sé, nelle radici del suo spirito. Là troverà anche istinti violenti, di sopraffazione; troverà anche che l'indignazione contro il male e la violenza altrui può farsi a sua volta violenta, in quella catena che appunto la nonviolenza vuole spezzare dentro di noi. Io ripeto fino alla noia che sono (cerco di diventare) nonviolento perché sono (ho in me qualcosa di) violento.
    L'impegno interiore, intimo, di non nuocere, non offendere, non uccidere, neppure quando siamo provocati dall'offesa e dalla violenza, è il lato negativo del lavoro nonviolento: infatti, c'è sempre molto da togliere, da ripulire, quasi con un lavoro chirurgico, in noi stessi, nelle abitudini, anche nel linguaggio a cui apparteniamo. Il lato positivo sta nel costruire cultura, metodi, strategie personali e politiche, che consentano di arrivare ad una civiltà nonviolenta, una civiltà cioè nella quale i conflitti naturali dell'esistenza non si risolvano con l'eliminazione (fisica, mentale, affettiva, giuridica) dell'avversario, ma con un nuovo incontro costruttivo con lui, ad un livello di superiori interessi umani comuni, concordando onesti compromessi sulle divergenze inferiori. La vita spirituale è quella che rende capaci di vedere gli orizzonti umani universali, dove gli esseri umani sono tutti accomunati da una vocazione alla verità e al bene, e da un valore insopprimibile anche nel malvagio (valore che non permette di offendere, far soffrire, uccidere nessuno). Questa visione, questa luce interiore, ridimensiona drasticamente gli oggetti delle contese abituali, sempre relativi e secondari rispetto ai maggiori valori umani, e permette di scorgere intelligentemente le soluzioni possibili, illuminando le buone volontà verso soluzioni pacifiche e costruttive dei conflitti. E se l’avversario violento sembra insensibile, si tratterà di forzarlo a desistere con la propria resistenza forte, la capacità di soffrire, che gli renda la violenza più costosa dell’accordo. Anche questa costrizione nonviolenta è un atto di fiducia senza arroganza né umiliazione, è un’azione di pace e un’occasione di liberazione proposta all’avversario ostinato.
    Spiritualità e azione non sono affatto lontane. Il nonviolento non si limita a non fare violenza: egli vuole attivamente togliere, almeno ridurre al minimo possibile, la violenza presente nelle strutture e nelle culture, come nei comportamenti personali. Vuole togliere la violenza non con una violenza-anti-violenza, ma con la proposta positiva della propria vita impegnata, dei grandi maestri, delle esperienze di lotte giuste nonviolente, della continua educazione reciproca ed autoeducazione a vincere in sé la violenza per vincerla nel mondo.
    Chi non abbraccia la nonviolenza magari non fa male a nessuno, ma non agisce per ridurre la violenza. Buddha chiede non solo di non uccidere, ma di «non lasciare uccidere», che per noi vuol dire non rassegnarsi all'esistenza di strutture ingiuste e omicide. Gesù non chiede solo di non fare agli altri quel che non ci piacerebbe che fosse fatto a noi, ma fare loro il bene che attendiamo, e ci chiama ad amarci come lui ci ha amato, fino a perdonare sempre, fino a dare senza attendere restituzione, fino ad amare i nemici, fino a dare la vita per gli altri, perché non c'è amore più grande di questo. La vita nonviolenta e la costruzione attiva di strutture mentali e sociali libere dalla violenza, è un'opera immane, di generazioni, un cambio di orientamento della storia, un'azione che ha bisogno di vita spirituale, di interiorità profondissime, proprio come una grande torre, o una pianta possente, una quercia o un cedro, hanno bisogno di fondamenta e di radici che vanno giù nel cuore della terra e là stabiliscono la forza di salire tanto in alto.
    Molte sono le qualità personali che il nonviolento deve educare nel proprio spirito, ma quella che mi pare tutte raccoglierle e unificarle, direi che è la bontà. Questa parola che può suonare molle o dolciastra (ma tutte le parole vanno precisate perché sono ambigue: non lo sono forse anche amore, giustizia, libertà, e la stessa nonviolenza?), che per alcuni è sinonimo di scemenza, che oggi è derisa o fraintesa sotto il nome di "buonismo", può essere invece una forte idea contestatrice e costruttiva. Essere buoni significa fare bene, agire bene, dare bene, preferiti allo "stare bene". Questo stare bene è l'idolo del mondo attuale, in caccia di un benessere materiale, possessivo e rapace fino alla rapina sistematica. Come ogni idolo esige sacrifici umani. La bontà invece si scomoda, si "impegna", si sente "data in pegno" agli altri, non li sacrifica, ma li rispetta e li serve. Certamente, la bontà ha bisogno dell'intelligenza e dell'analisi concreta della realtà e dell’ascolto, perché sapere qual è il bene reale e richiesto del nostro prossimo è importante come volerlo. Ma l'intelligenza da sola non è buona: oggi è una (presunta) qualità persino delle bombe omicide. È la bontà che guida l'intelligenza, la civiltà, la storia a fare il bene vero dell'umanità. E dove nasce e cresce la bontà se non nel profondo del cuore? È là che arrivano a noi i doni spirituali, là noi li coltiviamo per farne autentiche esperienze personali, e nuovo dono reciproco tra noi, in un cammino grande e degno, per il quale merita vivere e faticare.

    Enrico Peyretti

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