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In carcere

Ogni voto nelle urne è un voto per la Repubblica islamica dell’Iran: è lo slogan più accreditato dai direttori dell’orchestra del Regime, cioè tutti gli apparati, civili, militari e clericali.
Del resto perfettamente in sintonia con i mercenari, gli ingenui, gli integralisti, una parte della popolazione rimasta estranea dall’intricata battaglia per le candidature ed infine una minoranza dell’opposizione, in particolare all’estero.
Questa è la decima legislatura per la presidenza del regime giureconsulto.
Nella preparazione delle liste elettorali, oltre 475 candidati, con il veto di 12 membri del consiglio dei guardiani, capeggiato da Ayatollah Khamenei, sono rimasti però esclusi: una adeguata censura preventiva.
I candidati attualmente in competizione sono 4: oltre al presidente uscente Mahmud Ahmadinejad, compare Mohsen Rezai (capo dell’esercito di Passdaran) Mehdi Karubi ( presidente del Parlamento) e Mirhossein Mussavi. Quest’ultimo candidato, che vorrebbe ricoprire un ruolo pseudo riformista, era primo Ministro durante la guerra Iran Iraq, dove rimasero uccisi un milione di cittadini iraniani e l’uccisione di oltre 5000 prigionieri politici, con la Fatwa dell’Ayatollah Khomeini.
Gli ultimi due candidati si ostinano a sostenere che nel caso di vittoria non ci saranno più prigionieri politici. Si può obiettare che nessuno di loro abbia mai preso una minima posizione, concretamente parlando, suggerendo al regime di liberare i prigionieri politici. Alcuni candidati, mentre continuano a prendere la posizione contro le posizioni repressive nei confronti delle donne, dichiarano la necessità di condizioni di pari opportunità e stipendi uguali per ambo i sessi.
Ahamdinejad, per contro, in modo da non perdere la competizione elettorale, ha cominciato a distribuire aiuti economici e materiali, come voto di scambio, cercando di screditare i suoi avversari politici.
Certo, gli aiuti materiali, sia pure del tutto simili ad un’azione di carità, possano sembrare per le masse impoverite non meno allettanti delle promesse elettorali.
Tuttavia non modificheranno la loro condizione e la questione politica centrale, per gli oppositori democratici, rimane la costruzione dell’unità. Senza lo sforzo e l’obiettivo di organizzare le classi e le fasce sociali per la rivendicazione dei loro naturali diritti, la battaglia politica non costruisce basi durature.
Da quando questo regime è al potere noi difensori dei diritti umani, assieme alle organizzazioni umanitarie (ONU, Amnesty International ed altre), denunciamo le condizioni terribili dei diritti umani in Iran.
La pagella di tre decenni del regime dimostra, in modo evidente, che il potere dello Stato teocratico con le leggi che rasentano la Sharia, non ha mai potuto tollerare neanche la voce di dissenso all’interno dell’apparto civile, militare, religioso e dei servizi segreti ( centinaia le esecuzioni capitali, altrettanti prigionieri e fuoriusciti all’estero come esuli), dimostra che la sovrapposizione della religione sulla vita politica produce solo disastri nella società.
Paradossalmente questa decima legislatura comincia proprio con denunce da parte dei candidati su effetti provocati proprio dal regime: dalla condizione femminile salariale, allo stato patrimoniale dei coniugi, dalla denuncia (autodenuncia) contro il codice penale e il codice civile e la prigionia politica al riconoscimento delle organizzazioni di categoria.

Le libere elezioni in Iran saranno possibili solo con il passaggio dal regime della Repubblica Islamica ad una società priva dei tre feroci pilastri contro la popolazione: la costituzione, il codice penale e il codice civile islamico.
Le elezioni del 12 e 13.06.2009 si svolgono in un momento in cui la presenza, e la penetrazione, delle forze armate e di sicurezza è molto forte nella struttura del potere politico ed economico.
La classe politica Iraniana fonda la legittimazione del proprio potere sul giureconsulto ( un fenomeno assai rara nel mondo civile ). Questo tipo di gestione della politica ha già prodotto il razzismo sessuale, religioso, tribale e culturale.
Questo razzismo con grande frequenza e facilità considera la maggior parte dei propri cittadini come degli stranieri, cioè cittadini di serie B.
La battaglia politica, in questa occasione elettorale, non verte sul come superere le grandi difficoltà della società iraniana. Tutti e quattro i candidati sono in competizione, ma solamente per garantire la sopravvivenza del regime. Sopravvivenza senza discontinuità traumatiche: elemento fondamentale per la continuazione del giureconsulto!
L’unica libertà che viene offerta al popolo iraniano, in queste elezioni, è quella di scegliere uno dei 4 candidati già selezionati dall’ ayatollah Khamenei, il quale rappresenta per il regime la saggezza assoluta nella gerarchia islamica al potere.
La continuazione dell’ attuale potere in Iran, sarà fonte di tensioni del medio, vicino Oriente e internazionali.

I popoli dell’Iran dopo tre rivoluzioni pacifiche (1906, 1953 e 1979), meritano un regime che rispetti la democrazia, la scelta dei loro candidati, la giustizia, sia indipendente e pacifico.

Per uscire dalla situazione attuale di stallo politico, sociale e culturale, occorre il boicottaggio delle elezioni e l’organizzazione delle masse attualmente ricattate e schiacciate attraverso la disoccupazione, la censura, la disuguaglianza, la repressione, la prigionia, la torture, la pena di morte, la lapidazione, l’imposizione religiosa in tutti i settori della vita privata.

LA PARTECIPAZIONE ALLE ELEZIONI IN IRAN E’ OFFENSIVA PER LA COSCIENZA UMANA.
L’ ESERCIZIO DELLA DEMOCRAZIA NECESSITA DI UN ‘APPLICAZIONE CONTINUA, NON UNA VOLTA OGNI 4 ANNI, IMPONENDO I CANDIDATI DEL GIURECONSULTO ALLA POPOLAZIONE!
LE ELEZIONI DEMOCRATICHE NON SONO UN’ORA D’ARIA OGNI QUATTRO ANNI DI PRIGIONE!!!

Mohsen Hamzehian (Unione per Democrazia in Iran – Italia)
updi@libero.it
Membro della rete internazione dei diritti umani in Europa e in America del Nord

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