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    CORNO D'AFRICA

    Eritrea, giovani in fuga da uno Stato-prigione

    24 agosto 2009 - Paolo M.Alfieri
    Fonte: Avvenire

    Se sei giovane, sei sveglio, hai stu­diato e vuoi farti valere nel tuo Paese e nel mondo nascere in E­ritrea potrebbe precluderti, e di mol­to, qualsiasi sogno di gloria. Il tuo futuro, all’Asmara come a Teseney, a Ke­ren come a Massaua, è nelle mani di qualcun altro. Appena maggiorenne sarai mandato a vivere con altri 400mi­la poveracci in tende soffocanti e sen­za luce, uomini e donne insieme nei campi al confine con l’Etiopia.

    Dieci, quindici, vent’anni, i migliori della tua vita a guardare il deserto. A difendere pietraie e sterpaglie in attesa di una guerra che forse nemmeno ritornerà. Ostaggio di un uomo, il presidente, che né tu né tuo padre avete mai votato ed eletto. Centri educativo-militari, li chiamano. Di fatto una deportazione di massa. Prigionieri in casa loro, gli eritrei. La carta d’identità non basta nemmeno per spostarsi all’interno del Paese. O­vunque serve un permesso di viaggio da mostrare ai posti di blocco: il go­verno vuole sapere dove ti trovi.

    Per andare all’estero bisogna avere alme­no 50 anni (40 per le donne). I giova­ni tutti dentro, coscritti dal servizio ci­vile o militare, sia mai riprendesse u­na scaramuccia con Addis Abeba. E l’i­dea del conflitto permanente giustifi­ca anche il presidente Issaias Afeworki dalla mancata approvazione della Co­stituzione, pronta dal 1997 e mai pro­mulgata. Il dissenso interno, manco a dirlo, non esiste. I media non pervenuti. La stam­pa privata è abolita dal 2001, restano gli agit prop di Stato: un quotidiano in tigrino, un settimanale in inglese, una stazione radio e due canali Tv. Tra­smettono in lingue diverse, ma il con­tenuto è identico, partorito dall’Agen­zia eritrea di notizie di proprietà del governo. Negozi, magazzini e botteghe sono spesso vuoti. Le forti limitazioni alla proprietà privata non hanno avuto e­siti felici. In ogni caso, se vuoi aprir bottega, devi entrare nella Corpora­zione del Mar Rosso, la sezione eco­nomica del partito. L’unico che c’è, na­turalmente. Fronte Popolare per la De­mocrazia e Giustizia. Ma democrazia, qui, non ce n’è.

    E la giustizia è fatta di torture e lavori forzati, di incarcerazioni dettate da motivazioni politiche o religiose, di arresti che quasi masi sfociano in processo. Finiscono in carcere anche i genitori di quei figli che, per disperazione o pazzia, fuggono all’estero. Prima, però, c’è da pagare una multa di 2.500 dol­lari. Una fortuna. Lo stipendio medio, per chi si aggiudica un posto nell’in­tricata e asfissiante burocrazia di Sta­to, è di 30 dollari al mese. Agli altri spes­so non resta altro che tentare di cava­re qualcosa da terreni sempre più im­produttivi. I più fortunati campano grazie alle rimesse dei parenti all’e­stero. Il più fortunato di tutti è lo Sta­to, che dalle tasse su quelle rimesse trae linfa vitale per i suoi investimen­ti in armi (oltre il 20% del Pil).

    Dal 2002 anche le religione è nel miri­no del regime. Hanno diritto di esiste­re solo ortodossi, musulmani sunniti, cattolici e membri della chiesa evan­gelica di Eritrea. Da un paio d’anni, però, Ong occidentali e religiosi cri­stiani sono sempre meno benvenuti: una dozzina di suore e sacerdoti – metà dei quali italiani – è già stata e­spulsa dal Paese. Un tributo – sosten­gono gli oppositori – che il regime sta pagando per gli aiuti succhiati dagli Stati islamici del Golfo, Arabia Saudi­ta in testa. Il tutto mentre è sempre più solido il legame del governo con la guerriglia fondamentalista somala. Anche a rischio della vita se sei giova­ne e vuoi respirare un po’ di libertà da questo Stato-prigione prima o poi cer­chi di scappare. Dell’Europa, forse, hai sentito parlare a scuola. Dell’Italia, di un’Italia che non c’è più, dai racconti di tuo nonno. La fuga è il primo pas­so. Le guardie, le spie di regime, i traf­ficanti non ti fanno paura se la realtà quotidiana è un abisso senza fine.

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