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    Limiti

    Di qua e di là, sacro e non sacro

    La balaustra - Chiesa divisa e non divisa
    31 agosto 2010 - Enrico Peyretti


    Di qua e di là, sacro e non sacro
    Pubblicato su Servitium n. 190, luglio-agosto 2010, su “Limiti”, pp. 85-89

    Altri della mia età ricorderanno che la balaustra separava due pezzi del popolo di Dio (che non si chiamava ancora così): di là, nel presbiterio, eravamo ammessi, col prete, solo noi bambini chierichetti, sgambettanti tra sottanelle nere fino ai piedi, con vecchi elastici alla vita, e cotte malridotte dall’uso nei pizzi immancabili. Ci contendevamo la funzione del turibolo, certamente la più divertente. E di qua dalla balaustra tutti, che poi erano quasi completamente donne. Sì, le donne potevano superare quel limite, ogni tanto, per pulire il pavimento della zona più sacra della chiesa. Forse le suore avevano qualche lasciapassare in più.
    La balaustra era un confine interno alla chiesa. Sia la chiesa edificio, sia la Chiesa «edificio spirituale» (1 Pietro 2,5). Eppure questo testo continua: «organismo sacerdotale», mentre, allora, era idea chiara e indiscussa la divisione in «duo genera christianorum»: sacerdoti e non-sacerdoti.
    La balaustra era un po’ come il velo del tempio, ancora ben compatto, nonostante l’evento sconvolgente del Golgota (cfr Matteo 27,51 e Apocalissi 21,22 ). Così, a maggior ragione, nessuno oltre il prete poteva toccare l’ostia consacrata, neppure se fosse caduta in terra, e, ricevutala in bocca, bisognava badare bene di non toccarla con i denti. Per fortuna, era una fogliolina leggera che non dava per nulla l’idea del pane, e si scioglieva presto sulla lingua.
    Al paese dove ero io (ma era uso esteso), gli uomini entravano da una porta della sacrestia alla fine della predica, stazionavano dietro l’altare, dove c’era un ampio coro, e venivano un momento ad inginocchiarsi ai gradini solo una volta all’anno, per la comunione pasquale di precetto. Queste cose bisogna raccontarle ai giovani che oggi vanno in chiesa.
    A parte questa presenza semi-clandestina degli uomini, e l’esclusione speciale delle donne, forse un senso c’era, nella mentalità di allora, per questa separazione. Lo spazio sacro rendeva plasticamente l’idea del “timor di Dio”, della sua differenza. E si sapeva, nel migliore dei casi, che timor di Dio non era terrore di Dio, né solo paura, ma, appunto, “senso del limite”: del nostro limite davanti a lui, della nostra piccolezza, della sua inaccessibilità, oggi diremmo della sua alterità.
    È giusto ed evangelico che, nelle eucaristie di oggi, il popolo stia il più possibile attorno alla mensa, è giusto che lo spazio dell’azione liturgica sia il più possibile unico (impossibile nelle grandi basiliche e nelle liturgie di massa, di piazza, pontificali), ma bisogna anche chiedersi se non abbiamo, insieme a ciò, ridotto o perso quel “senso del limite”, da sentire interiormente più che da imporsi spazialmente. Forse, a volte, la compagnia festosa della celebrazione, o la processione alla comunione (o, peggio, la ressa confusa), non ci suggeriscono la sensibilità per la differenza, insieme alla vicinanza, di Dio che ci chiama, in Cristo, a trasfigurarci interiormente per con-formarci alla sua vita, mediante l’accoglienza del suo Spirito in noi, novità assoluta. Ma queste mie impressioni sono discutibilissime e non dimenticano affatto il maggior valore significativo della liturgia riformata dal Concilio.
    Allora, c’era un senso materializzato nello spazio, troppo materializzato, ma con un suo significato. Cerco di capirlo, quel significato, senza nessunissima nostalgia per la messa tridentina e ancor meno per le messe neo-tridentine oggi rispuntate, a fare confusione e divisione: ecco un’altra divisione, questa volta spirituale, liturgica e culturale, nel corpo della Chiesa.
    Del resto, tutto il mondo, nell’immaginario di allora (ancor più di oggi), era di qua e di là: questa vita e l’aldilà, i poveri e i ricchi, chi comanda e chi lavora, chi parla per insegnare e chi ascolta per imparare ed eseguire.
    Era anche la differenza tra clero e fedeli “laici”. Sappiamo che laico voleva dire né questo né quello, persone senza qualità. C’erano nel calendario liturgico delle sante che erano «né vergini né martiri». Solamente sante… Beh!
    Sono avvenuti grandi cambiamenti. La riduzione quantitativa del “clero”, categorizzato come classe separata, incide – io credo beneficamente – nella realtà profonda della Chiesa. Non vale saltare indietro, impressionati dalle novità. Ma neppure è da prendere tutto senza senso critico.
    Il sacro oggi cosa è? Si è perduto il senso del limite, dell’altro da noi, del non maneggiabile né manipolabile? Forse non c’è una risposta unica.
    «Patologia grave e diffusa è oggi la sostituzione del servizio con la potenza, l’assolutizzazione di ciò che è relativo, l’oblio del senso del limite» (Roberto Mancini, Sperare con tutti, Qiqaion 2010, p. 19). Quell’accostarsi di Dio a noi «in un soffio di silenzio» (cfr 1 Re 19,12) indica «non una scontata presenza divina in spazi raccolti, ma la grande libertà dell’incontro con l’Altro al di là di ogni confine che gli uomini stabiliscono» (Mancini, cit., p.43). Quindi, senso del limite perduto, ma confine felicemente attraversato dalla Presenza che ci viene incontro.
    L’etica più profondamente pensata ci dice che «C’è un “principio comunità” al fondamento del vivere umano», e che «Non possiamo fissare a priori il confine della responsabilità», limitandolo ai “vicini” e lasciandone fuori il “terzo”, cioè potenzialmente ogni altro (cfr Mancini, cit., p. 124 e 140)
    D’altra parte, più nulla è sacro, nulla è intoccabile, si può vedere tutto: il nudo, la tortura, la protervia degli epuloni, l’eloquenza degli stupidi, e il morire e l’uccidere. Ho presente un libro di Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso (Einaudi 2006), che documenta, con tredici agghiaccianti fotografie di guerra inserite nel volume, l’esibita allegra profanazione del corpo del nemico fatto morire, e di teste tagliate, lungo tutto il Novecento, dovunque. Ho presente un video militare segreto, messo su you tube da un soldato americano disobbediente, che mostra per 39 minuti l’azione di un elicottero Usa in Iraq, nel 2007, col colloquio registrato, da cui si spara un missile per uccidere dieci uomini in città (tra i quali un fotografo della Reuters), poi si vede un ferito contorcersi sul marciapiedi, poi arriva un furgone per soccorrerlo, sull’elicottero si discute se sparare ancora, si decide e si spara, si fa saltare il furgone col ferito, e dopo si vede che, nella cabina di quel mezzo, c’erano anche due bambini. Si vede tutto. Si guarda l’«osceno», ciò che è e dovrebbe essere “fuori scena”, sia per troppa bruttezza, sia per troppa delicatezza e necessario rispetto. Un altro punto di questo fascicolo, se non sbaglio, tratta della “invasione mediatica” come violazione e violenza su limiti che proteggono le vite e la loro dignità, il loro spazio di intoccabile intimità.
    Ma ci sono degli intoccabili, forse la vera e sola “casta sacra” nel mondo che abbiamo. La crisi economica rispetta i grandi ricchi, non li fa soffrire. E magari (non me ne intendo, lo fiuto, ma anche alcuni tecnici lo dicono) sono proprio loro che hanno provocato le grandi crisi, con spregiudicata avidità e pirateria monetaria, passando addosso alle vittime schiacciate sulle loro autostrade finanziarie mondiali, a velocità istantanea. Le ristrutturazioni e i prezzi per riparare errori o difficoltà (Grecia, Spagna, al momento in cui scrivo) sono pagati dagli ultimi tra i salariati e dagli esclusi: precari, disoccupati, popoli poveri e impoveriti e abbandonati. C’è una differenza invalicabile tra intoccabili e violabili. Però ci si scandalizza delle ancora presenti caste indiane (che Gandhi combatteva più del colonialismo inglese), e delle discriminazioni di genere in altre società più che nella nostra.
    Tornando all’inizio di queste sgangherate riflessioni, cioè alla balaustra (piccolo muro) intra-ecclesiale, penso al grande muro che avevamo costruito attorno, a dividere il dentro dal fuori, gli imbarcati nella barca di Pietro (cioè noi) dai naufraghi e perduti. Certo, la teologia si poneva il problema della salvezza dei non battezzati. Ma il dentro-fuori era bello chiaro. Ricordo un prete (oggi con orrore, ma già un po’ allora) che a me ragazzo diceva: «Chi non è battezzato è come un cane». Del resto, alla nascita di un bimbo, sentii dire da una brava signora: «Fin quando non è battezzato, è come una bestiolina».
    Allora, devo citare ancora una volta sorella Maria di Campello. Lei scriveva a Gandhi nel 1928 e nel 1932: «Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità». «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la chiesa del mio cuore è l’invisibile chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità». Gandhi, per lei è «pietra miliare verso la vastità del Regno» (Frammenti di un’amicizia senza confini. Gandhi e sorella Maria, Eremo di Campello, 1991).
    C’era anche allora, come sempre, e c’è oggi, una Chiesa non divisa. Fino alle stelle, senza confini.

    Enrico Peyretti

     

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