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    La ragazza che salvò l’uomo dal tatuaggio nazista

    Nel 1996, un'adolescente di colore protesse un uomo da una folla inferocita che pensava fosse un membro del gruppo razzista Ku Klux Klan. Fu un atto di coraggio e gentilezza straordinario che anche oggi ispira le persone.
    25 novembre 2013 - Catherine Wynne
    Fonte: BBC News - 29 ottobre 2013

    Keshia Thomas mentre protegge un uomo da una folla inferocita che pensava fosse un membro del gruppo razzista Ku Klux Klan

    Keshia Thomas aveva 18 anni quando il Ku Klux Klan, l'organizzazione che propugnava la supremazia e la superiorità bianca, tenne un comizio nella sua città natia nel Michigan.

    Liberale, progressista e multiculturale, Ann Arbor, era un luogo piuttosto insolito da scegliere per il KKK, e centinaia di persone si riunirono lì per mostrare che la loro presenza e il loro comizio non erano affatto graditi.

    L'atmosfera era tesa, tuttavia controllata. La polizia in assetto anti-sommossa e munita di lacrimogeni proteggeva il piccolo gruppo di uomini del Klu Klux Klan vestiti di bianco e con cappucci a forma di cono. Thomas faceva parte del gruppo di manifestanti anti-KKK, posizionati sull'altro lato del recinto, un recinto appositamente eretto in tale circostanza.

    Successivamente una donna tramite un megafono gridò: “C'è un uomo del Klu Klux Klan in mezzo alla folla.”

    Si voltarono e videro un bianco, un uomo di mezza età che indossava una maglietta su cui era stampata una bandiera degli Stai Confederati. L’uomo in questione tentò di allontanarsi dal gruppo, ma i manifestanti, tra cui vi era anche Thomas, lo inseguirono, “solo per cacciarlo”.

    Non fu chiaro se l'uomo era un sostenitore del Ku Klux Klan, ma per i manifestanti anti-KKK, i suoi vestiti e i suoi tatuaggi rappresentavano esattamente ciò a cui si opponevano, ed il motivo per cui si trovavano lì ad opporre resistenza. La bandiera degli stati confederati sulla maglietta per loro era un simbolo di odio e di razzismo, mentre, ancora peggio, il tatuaggio delle SS sul braccio, indicava chiaramente l’ideologia, la ferma credenza, nella superiorità della razza bianca.

    Ci furono grida del tipo “Uccidete il nazista”; l'uomo cominciò a correre – ma fù spintonato e buttato a terra. Si ritrovò circondato da un gruppo che lo prendeva a calci e lo colpiva con i bastoni di legno dei loro cartelli.

    La mentalità della massa aveva preso il sopravvento. “Tutto questo sta diventando barbaro”, disse Thomas.

    “Quando le persone si trovano in mezzo alla folla, sono più propensi a fare cose che non farebbero mai, in quanto singolo individuo. Qualcuno doveva fare sentire una voce fuori dal coro e dire: “Questo è profondamente ingiusto.”

    Così l'adolescente, all’epoca dei fatti ancora al liceo, si gettò sull’uomo che non conosceva, tentando di ripararlo dai colpi.

    “Quando lo fecero cadere a terra, ebbi la sensazione che due angeli avessero sollevato il mio corpo e mi deposero.”

    Per Mark Brunner, lo studente fotografo che ha assistito all'episodio, l’uomo aggredito è stato salvato dall’azione fondamentale che ha compiuto Thomas.

    “Thomas mise a rischio la sua salvaguardia fisica per proteggere qualcuno che, a mio parere, non avrebbe fatto lo stesso per lei”, afferma Brunner. “Chi lo avrebbe fatto in questo mondo?”

    Quindi, la spinta che ha portato Thomas ad aiutare un uomo che si presentava in quel modo era così diversa dal suo impulso? Le sue credenze religiose hanno giocato un ruolo non indifferente. Ma la sua esperienza personale di violenza è stato anche un fattore da non trascurare.

    “Sapevo cosa significasse essere ferita,” dice. “Le molte volte che mi è successo, avrei voluto che qualcuno si fosse alzato in piedi per me.”

    Le circostanze – che Thomas non vuole descrivere – erano diverse. “Ma la violenza è violenza – nessuno merita di essere ferito, specialmente se per un'idea.”

    Thomas non seppe più nulla dell’uomo che aveva salvato, ma una volta incontrò un membro della sua famiglia. Mesi dopo, qualcuno si avvicinò a lei in un caffè e le disse grazie. “Per che cosa?” chiese lei. “Era mio padre”, rispose il giovane.

    Per Thomas, il fatto che l'uomo avesse un figlio conferì un significato più grande alla sua azione – in questo modo – aveva potenzialmente impedito il ripercuotersi di altre violenze.

    “La maggior parte delle persone che fanno male... hanno subito del male, provengono da esso stesso. Si tratta di una sorta di ciclo. Poniamo il caso che l’avessero ucciso o ferito davvero gravemente. Come si sarebbe sentito il figlio? Sarebbe andato avanti con la violenza?”

    Teri Gunderson, che al momento stava crescendo le sue due figlie adottate, di razza mista, in Iowa, è stata così toccata dalla storia di Thomas che aveva una copia della sua foto – e la guarda ancora – dopo 17 anni. Gunderson pensa che l’ha resa una persona migliore.

    “C’è una voce nella mia testa ed è come se dicesse, “Se poteva proteggere un uomo del genere, posso mostrare gentilezza verso questa persona.” E con questo monito di incoraggiamento, posso agire con più gentilezza. Io non la conosco, ma da allora io sono più gentile.”

     Si domanda anche se poteva essere coraggiosa come Thomas. Che cosa succede se una delle persone che fa del male, che abusava e si approfittava della razza delle sue ragazze fosse stato in pericolo, si chiede. “Dovrei salvarlo, oppure stare lì e dire: “Tu lo meritavi, eri un coglione.” Io non conosco la risposta a questa domanda, ancora. Forse è per questo che sono rimasta così colpita da lei.”

    Brunner e Gunderson pensano spesso a quello che gli succedeva quando erano adolescenti. Ma Thomas, che adesso ha trent’anni e vive a Houston, in Texas, non lo fa. Lei preferisce concentrarsi su quello che può fare di più in futuro, piuttosto che pensare a ciò che ha realizzato in passato.

    “Io non voglio pensare che questo è il meglio che ho potuto mai essere. Nella vita ci si deve sempre battere per cercare di fare di meglio.”

    Thomas dice che lei cerca di fare qualcosa ogni giorno per abbattere gli stereotipi razziali. Non si tratta di grandi gesti – lei pensa che i piccoli – ma costanti gesti di gentilezza siano più importanti.

    “La cosa più importante che puoi fare è solo essere gentile con un altro essere umano. Si può scendere a contatto con gli occhi, o un con sorriso. Non si tratta di gesti epici o monumentali ma semplici gesti”

    Guardando le foto di Thomas, che quel giorno di un giugno del 1996 spingeva indietro la folla, Brunner dice: “Tutti noi vorremmo essere un po’ come Keshia, non dovremmo? Keshia non pensava a se stessa ma aveva solo fatto la cosa giusta.”

    Tradotto da Francesca Grassia per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
    N.d.T.: Titolo originale: "The teenager who saved a man with an SS tattoo"
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