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Staffetta Medica in Palestina: l’esperienza di un “italian doctor”

Ma questo…, e’ un tank (un carroarmato)? - di Filippo Bianchetti

Un racconto della prima esperienza in Palestina di un medico di base italiano, nel 2002
5 gennaio 2019

Ma questo…, e’ un tank (un carroarmato)? - di Filippo Bianchetti

Esperienza in Palestina di Filippo Bianchetti, medico di base italiano

Un racconto della prima esperienza in Palestina di un medico di base italiano, nel 2002. 

PERCHE' PUBBLICARLO DOPO 17 ANNI?

PERCHE' TUTTI ABBIAMO CONTINUATO A GIRARCI DALL' ALTRA PARTE, O A CONSOLARCI CON ILLUSIONI TIPO "PROCESSO DI PACE", PER CUI LA SITUAZIONE DI QUELLA TERRA E DI QUELLE GENTI E' PEGGIORATA ANCORA MOLTO, IN MODO TANTO INSOPPORTABILE QUANTO DIMENTICATO.

 

Staffetta Medica in Palestina: l’esperienza di un “italian doctor”.

 

Sono stato in Palestina da sabato 15 a domenica 30 giugno 2002, come medico volontario partecipante al progetto Staffetta Medica  di Terre Des Hommes -TDH-, una associazione di aiuto umanitario che quest’anno vi ha inviato parecchi medici ed infermieri italiani, per turni quindicinali di assistenza alla popolazione.

Tutti conoscono la situazione attraverso i media, che però dedicano generalmente molto spazio alla cronaca politica o ai fatti più violenti della vicenda.

Un breve soggiorno di lavoro, a diretto contatto con la gente, in città e nei villaggi sparsi, permette invece di farsi un’idea della realtà e della vita quotidiana di tre milioni di persone sotto occupazione militare.

Questo era il motivo pricipale per cui desideravo vivere quei posti, dove in questi anni si annodano le principali problematiche etiche, politiche e religiose del mondo; l’altro era il bisogno che sentivo di portare un minimo di solidarietà in una situazione che percepivo di profonda ingiustizia.

L’esperienza mi ha confermato che avrei potuto benissimo cogliere gli stessi obiettivi anche se mi fossi offerto volontario come comune cittadino; l’essere medico ha aggiunto poco, ma ho sentito che … si cercavano medici, e allora via! , partiamo col camice.

 

PRIMO IMPATTO

Ho avuto un paio di incontri nella sede milanese di TDH, per selezione ed informazione, grazie ai quali ho conosciuto Piera, la responsabile del progetto Staffetta, che mi ha trasmesso molto efficacemente il succo della sua vasta e diretta esperienza di quella realta’. Poche dritte, ma quelle giuste.

Arriva il momento: con Emanuela, una collega di Mondovì, ginecologo,  raggiungo Israele viaggiando dall’Italia a Zurigo, e poi da lì a Tel Aviv.

Sull’aereo  passo 4 ore senza parlare con nessuno; i volti ed i comportamenti dei passeggeri diretti in Israele sono particolari, non ostili, ma indifferenti, o meglio assorbiti in un altro mondo, mi pare.

All’aeroporto Ben Gurion  attraversiamo abbastanza rapidamente una serie di controlli, piuttosto ripetitivi, da parte di personale israeliano femminile, militare.

Ci trattano con gentilezza, ma abbastanza freddamente, e comunque senza metterci in difficoltà.

Sorte diversa toccherà a Claudia ed Ivana, la dottoressa e l’infermiera giunte a darci il cambio, 15 giorni dopo: pur avendo gli stessi documenti, compresa una lettera personale di accredito dell’ Unione Europea, che finanziava il Progetto, e senza alcuna spiegazione, sono state messe in una grande cella dell’aeroporto e sarebbero state rispedite in Italia col primo volo, se non fosse intervenuta (con qualche riluttanza, chissà perché) l’Ambasciata italiana.

Raggiunta Gerusalemme, passiamo una notte al Knights Palace,  confortevole hotel a ridosso delle mura della Città Vecchia, nel quartiere cristiano.

Un pomeriggio di visita ci  permette di vedere questo luogo, centrale per tre grandi religioni, praticamente privo dei pellegrini che da millenni invece lo affollano all’inverosimile; una Gerusalemme popolata e adorata solo dai suoi veri abitanti (uno spettacolo raro, penso).

Nella basilica del Santo Sepolcro, enorme e fatta a scatole cinesi, sorvegliata da pretoni greco-ortodossi, troviamo la Pietra della Deposizione, le basi delle tre Croci ed il Sepolcro di Cristo: a disposizione di 5-6 visitatori, oltre a noi !

Il secondo giorno Federica, la preziosa  referente locale del Progetto, residente a Gerusalemme, italiana e dottoranda di ricerca in antropologia, ci accompagna nella sede principale del Medical Relief  -MR-, l’organizzazione  sanitaria territoriale palestinese con la quale i medici italiani di Staffetta hanno collaborato.

Qui conosciamo il dr Dahud ed il dr Jihad (se non ricordo male, e se riesco a trascrivere i loro nomi), medici palestinesi che ci indicano i nostri luoghi di destinazione,  ci danno del materiale illustrativo su MR e spiegano il tipo di aiuto che potremo fornire.

Io, che sono un medico generico, vengo indirizzato al  MR di Ramallah, la città “capitale” della Palestina e sede di Arafat, mentre la mia collega  si  recherà  a Qalqilia, dove occorre un ginecologo; ricevuti da TDH dei telefoni cellulari ed una somma in moneta locale per le nostre necessità, ci separiamo.

Ci rivedremo fra due settimane, a Gerusalemme, per poi fare insieme anche il volo di ritorno.

Raggiunta  con breve tragitto Khalandia, località “porta” dei  Territori Occupati della Cisgiordania,  supero il doppio controllo di quel check point, facendo  irritare il soldatone israeliano che mi chiedeva con tono imperioso, sfogliando nervosamente il mio passaporto: “the visa..., where is your visa (significa “visto”, ma io non lo sapevo ancora)?”  con la mia risposta:”I don’t have VISA, I have Bancomat…!”.  Avevo pensato, : “ma guarda che carini, si preoccupano di sapere se ho abbastanza soldi con me, per questo soggiorno...”. Figuraccia, ma così passo subito, almeno.

Mi insedio nel mitico Hotel Ramallah, vicino al centro della città, dove si scopre che il televisore non riceve canali italiani e che i contatti telefonici non sono affatto semplici.

La mattina dopo mi viene a rilevare un’ambulanza del MR di Ramallah, che mi accompagna nella sede principale, in centro, in un condominio piuttosto malconcio.

Qui conosco il dr Iskafi, cui sempre mi riferirò per tutto il soggiorno, e molti dei collaboratori, fissi o volontari, del MR.

Sono subito tutti molto accoglienti, si informano su di me e mi mettono a mio agio, nonostante le difficoltà dovute al mio inglese insufficiente.

Mi viene data una lista dei farmaci disponibili, da cui con un po’ di fatica nei giorni successivi trarrò le necessarie equivalenze col repertorio farmaceutico  acquisito nel mio lavoro in Italia.

I servizi sanitari palestinesi sono organizzati su un modello assicurativo, in gran parte sostenuto coi fondi dell’ANP, credo; non esiste infatti un vero servizio sanitario “nazionale”, soprattutto  perché non c’è uno Stato, ma anche per l’esiguità della “nazione”, la difficoltà e la variabilità delle situazioni fra i vari territori e nel tempo, che devono averne ostacolato la formazione.

Nonostante ciò, quando non vige un regime di occupazione con coprifuoco pressochè continuo come da fine giugno a questa parte, a me e’ parso che la sanità funzioni piuttosto bene.

Gli ospedali sono numerosi, ordinati e ben dotati di mezzi e di personale qualificato, e la popolazione appare ben seguita, almeno nelle esigenze fondamentali.

Altri colleghi, specialisti, andati in localita’ diverse, hanno invece riferito di carenze notevoli.

I medici palestinesi, di cui molti sono giovani, hanno avuto praticamente tutti formazione ed esperienze di lavoro all’estero, e sono –o sarebbero- in grado di mantenere standard di qualità sicuramente elevati.

Ho potuto in effetti osservare il caso di un ragazzo con gravi lesioni ossee e vascolo-nervose da prioettili ad una gamba, trattato con metodi progrediti; quello  di un giovane tetraparetico per una mielite molto ben seguito sia dal punto di vista specialistico che riabilitativo a domicilio, e quello di due bimbi operati con successo nei primi giorni di vita per malformazioni all’apparato digerente.

 

VITA “NORMALE”

Nella prima settimana  del mio soggiorno Ramallah non era sotto coprifuoco (come invece nella seconda), per cui il lavoro consisteva nel recarsi in visita nei villaggi di campagna circostanti.

Per raggiungerli bisogna superare i posti di blocco israeliani, sia quelli fissi posti alla periferia della città, che quelli volanti, che si incontrano sulle stradine di campagna palestinesi o sulle superstrade dei coloni.

Queste ultime sono significativamente chiamate “by-pass roads”.

Il territorio palestinese infatti è tutto solcato da queste grandi strade, costruite abusivamente lungo linee rette, con grossolani tagli nelle colline rocciose, per collegare fra loro la miriade di “settlements”, le colonie israeliane altrettanto abusive.

Anche in tempi “normali” solo le unità mobili (“mobile clinic”) o le ambulanze del Medical Relief (o di Red Crescent, la Mezzaluna Rossa) possono uscire dalle città e percorrere  le by-pass roads, che sono vietate ai palestinesi e stanno sempre sotto controllo e tiro di postazioni sulle alture.

I controlli dei soldati israeliani sono molto noiosi, ripetuti e ripetuti sempre uguali: ecco il blindato, stop a 50 metri, scenda l’autista coi documenti, poi spesso giù tutti gli altri, controllo del mezzo e dei borsoni coi farmaci, compresa (ogni volta) la mia borsetta da medico.

“Ah, un medico italiano, l’Italia è uscita dai mondiali di calcio”;

“si, ma i problemi veri sono qui”;

“have a nice day”;

“thank you”.

Tutto sotto il tiro di fucili e mitragliatrici pesanti.

Sono stato, insieme agli autisti di ambulanza Karim e Sameer, ad alcuni giovani volontari/ie, ai medici Omar, Jamil ed Aqel ed all’infermiera “di villaggio” Fahika , a far visite alla popolazione civile dei villaggi rurali di Atara, Rantis, Kuffor-Ain, ecc. (chissà se trascrivo bene questi nomi?).  

La gente del posto attende in massa la visita della “spedizione” del Medical Relief, l’unica forma di assistenza sanitaria organizzata e gratuita che ha, una volta ogni … tanto!

Sembra la festa del paese, con 100-200 persone (tante donne e tantissimi bimbi da una parte, meno uomini –quasi solo anziani- dall’altra) sedute ad aspettare all’ombra degli alberi nel cortile della scuola elementare o della moschea, l’equivalente del nostro oratorio giovanile.

Rapidamente si attrezza un bancone ad uso farmacia e si dispongono i mucchi di farmaci (forniti in gran parte da Medici senza Frontiere) per la distribuzione da parte della locale infermiera, in mezzo ad un affollarsi di persone.

Qui i farmaci sono gratis, e la farmacia dove altrimenti si potrebbero comprare è lontana ore di cammino pericoloso.

Si visita nelle aule, di solito fatiscenti, o nei locali della moschea (nuovi e più ordinati), ma sempre in condizioni di mancanza di riservatezza, attrezzando più “postazioni” nella stessa stanza con cattedre, banchi e seggioline; manca il lettino da visita, ma di solito riesco a costruirmene uno alla bell’e meglio.

I medici palestinesi non visitano quasi mai, e comunque sulla sedia; rapida anamnesi e subito terapia, ma solo farmacologica.

Una medicina tradizionale locale sembra non esistere.

La popolazione è abituata a questo tipo di assistenza, e chiede soprattutto farmaci.

Le persone restano deluse quando cerco di spiegare che in quel caso i farmaci non servono, ma “basta” il riposo, la borsa fredda/calda, la dieta, o simili.

Del resto è quasi impossibile suggerire il ricovero, ed esami o consulenze specialistiche sono lontani e difficili.

Con sorpresa, noto molti occhi azzurri, e resto comunque colpito dalla semplice intensità e bellezza degli sguardi, chiari o scuri che siano.

Fino ai trent’anni tutti dimostrano la loro età; oltre  quel limite, invece, paiono almeno 10 anni più vecchi  (gli anziani poi ancor peggio); evidentemente il vivere in una situazione di insicurezza e di violenza perenni determina delle conseguenze.

Il livello culturale, pur in campagna, è elevato: molti giovani parlano inglese e frequentano la scuola secondaria o l’università (quando possono).

Tutte le persone sono vestite in modo tradizionale e piuttosto poco disposte a scoprirsi, ma sempre dignitose ed incredibilmente pulite, nonostante i percorsi a piedi necessari per raggiungere il villaggio per viottoli e sentieri.

Vedo soprattutto donne, di tutte le età, ma in maggior parte anziane con artrosi alle ginocchia o alla colonna lombare, ipertensione, asma, diabete, cardiopatia ischemica. Molti i soggetti obesi o in sovrappeso.

Le donne giovani sono più timide e restie alla visita, e sembra che la contraccezione e gli altri problemi femminili non esistano.

Tante giovani hanno già molti figli.

Pochi gli uomini, per lo più anziani, con le stesse patologie delle donne; qualche giovane si presenta per nevrosi o somatizzazioni, o traumi fisici.

Moltissimi i bimbi, quasi tutti splendidi e ben curati, ed anche ben nutriti, apparentemente; hanno i soliti problemi di tosse, gola, orecchie, diarrea, febbre, cute, ma le statistiche segnalano aumento dei casi di anemia.

Sempre sono  presenti negli “ambulatori” dei volontari locali, molto premurosi, delle specie di bidelli, in genere uomini non giovani, che si prestano ad ogni necessità e continuamente pensano al nostro comfort.

La lingua è sempre il problema principale, in queste visite nei villaggi.

A volte non è disponibile un interprete che sia anche dotato di qualche conoscenza medica, come invece, tipicamente, l’autista dell’ambulanza (personaggio fondamentale, spesso un laureato senza lavoro che passa il tempo come volontario, dotato di speciale abilità nell’evitare, e casomai affrontare con la massima calma, i contatti con l’esercito occupante).

Talora quindi l’interprete è un abitante del villaggio che, pur mancando di glossario medico, ha lavorato in Europa  e se la cava con l’inglese, più o meno come il dottore italiano medio.

Tutto ciò, in un contesto di diagnosi essenzialmente anamnestica,  e con i soli stumenti della borsa, mette abbastanza alla prova, e ti fa sentire un po’ il medico condotto di un secolo fa.

La pazienza dei pazienti  certamente supplisce a molte mie carenze.

Anche l’aura di medico straniero è forse stata d’aiuto, in molte occasioni.

E’ capitato, una volta, di effettuare un trasporto a domicilio, verso un villaggio, di un paziente dimesso da un ospedale di Ramallah: si trattava di un giovane colpito, mesi prima, da una meningoencefalite.

Dopo coma prolungato aveva recuperato piena coscienza, ma rimaneva paraparetico, con assente controllo degli sfinteri e con dolori continui un po’ in tutto il corpo, che lo facevano lamentare ad ogni buca (e non sono poche).

Per fortuna nel suo villaggio vive anche un fisioterapista, che stava facendo un ottimo lavoro su di lui.

Incredibile l’ospitalità dei familiari, in quella casa.

Il giovedì 20 giugno si è verificato un fatto increscioso, mentre eravamo fermi in ambulanza ad un  check point, in uscita da Ramallah: mentre il soldato ci stava controllando i documenti, un furgone civile privo di scritte è transitato, lentamente, in senso opposto, ma senza fermarsi, follemente.

Dopo aver gridato e sparato due volte in aria, il soldato si è inginocchiato ed ha sparato vari colpi di fucile, singoli, sul mezzo ormai distante 70-80 metri.

Non abbiamo saputo se avesse ferito o ucciso qualcuno degli occupanti, ma il mezzo ha proseguito per fermarsi poi all’altro check , 3-400 metri più avanti.

Altro momento altrettanto intenso mi è capitato visitando un’anziana ipertesa in una moschea ai cui muri erano incollati vari manifesti col volto del “solito” giovane martire barbuto, sullo sfondo della cupola dorata (quella di Al Aqsa, la moschea centrale di Gerusalemme, la loro basilica di San Pietro).

La donna, mentre le misuravo la pressione, guardava con espressione indescrivibile, col suo unico occhio, l’immagine del giovane sul muro alle mie spalle.

Il collega palestinese, una volta soli, mi ha detto che quella era la madre del giovane, ucciso a fucilate dai soldati pochi mesi prima, al check point di Ramallah da cui noi passavamo tutti i giorni; si dice che fosse disarmato, e insistesse per passare.

In effetti i palestinesi sono perennemente presenti, in fila sotto il sole, ai check points, dove vengono fatti attendere a lungo, in piedi, e molti sono dei vecchi;

ho sempre visto che alle loro richieste o rimostranze i militari rispondono con insofferenza ed arroganza.

Questa è una delle tante forme che prende l’evidente intento dell’esercito israeliano di rendere la vita impossibile al popolo palestinese, nel tentativo di scacciarlo, vincendolo per sfinimento.

Ho più volte pensato che i soldati israeliani che hanno il compito di controllare militarmente i territori occupati sono troppo giovani ed inesperti per svolgere le determinanti e spesso vitali funzioni cui sono messi a far fronte.

Inoltre ho avuto varie conferme dirette di quella situazione di soggezione a qualsiasi arbitrio o capriccio che mi era stata prospettata nei rapporti con la forza occupante.

In 15 giorni ho visto un bel po’ di armi: tutte israeliane, tranne un solo fucile mitragliatore palestinese.

Lo teneva, un po’ nascosto dietro le gambe, un ragazzo che con altri due mi ha raggiunto mentre tornavo a piedi al mio albergo, scattando qualche foto alle strade rovinate dai carri.

Credo fosse un Kalashnikov (si scrive così?), ed era letteralmente tenuto insieme da nastro adesivo nero e fil di ferro.

I tre erano di vedetta su qualche palazzo, e lo straniero con fotocamera andava controllato; ma parevano talmente giovani e timidi, ed anche un po’ malconci, che, di fronte alle loro scuse, ho avuto l’impressione di essere ben più armato di loro, con la mia borsa da medico!

 

COPRIFUOCO CONTINUO

Dalla notte fra domenica 23 e lunedi 24 giugno la situazione, e di conseguenza il mio/nostro lavoro, sono cambiati per l’occupazione militare ed il coprifuoco di 24 ore su 24 imposti dall’esercito israeliano a Ramallah (ed in tutti i capoluoghi palestinesi, ad eccezione di Jericho).

Nelle città, in tempi “normali”, si vive in maniera molto diversa che in campagna: traffico, commercio, maggior laicità -segnalata da abiti più occidentali-, minori contatti con la forza occupante e coi coloni e quindi minori limiti alla libertà di ognuno.

Drammatica è però la differenza quando si sta sotto coprifuoco continuo: le strade sono deserte, percorse (anzi letteralmente  tutte solcate, e spesso sventrate) da cingolati, carriarmati o giganteschi bulldozer blindati; ogni tanto un’esplosione o una raffica.

Si incontrano spesso carcasse d’auto schiacciate coi cingoli; basta lasciarla per strada che “loro” si divertono… .

Altrettanto si divertono a passare con un cingolo sulla strada ed uno sul bordo del marciapiede, o dello spartitraffico, con risultati immaginabili.

In giro si vedono solo bimbi, che giocano a palla agli incroci, pronti a scappare in casa al rumore di cingoli, o che tornano a casa con la spesa (mandano loro, perché i cecchini israeliani hanno l’ordine di non sparare a quelli che hanno “meno di 12 anni”, giudicati dal cannocchiale del mirino!).

Solo le ambulanze possono circolare, e i medici sono accompagnati dai volontari del Medical Relief per trasporti di pazienti, visite o consegna di farmaci a domicilio.

Sicuramente questo tipo di pressione sottopone la popolazione ad un intenso stress, e dopo poco cominciano a mancare tante cose, con sicure conseguenze  sullo stato sanitario, fisico e psichico.

Le visite a domicilio sono poche, perché probabilmente i medici locali riescono a fare quelle per i vicini di quartiere, andando rasente ai muri.

La sera, col buio, i soldati di “Tsahal”, l’esercito israeliano ( l’unico al mondo ad avere un nome proprio ?), sono più nervosetti: quando escono dal mezzo corazzato fanno scattare ripetutamente gli otturatori del fucile, si guardano intorno con visori ad infrarossi e stanno attenti a tenersi sempre un po’ defilati.

A sera inoltrata si fa il giro, con l’ambulanza piena, per riportare a casa i volontari; in una di queste occasioni e’ capitato di esser fermati dalla “solita coppia” formata da carro + blindato, e di esser tenuti quasi un ora lì seduti sul marciapiede mentre il nostro mezzo veniva perquisito minuziosamente.

I volontari, ragazzi e ragazze fra i 18 ed i 23-24 anni, scherzavano, ridevano, rispondevano ai molti e vari squilli dei telefonini, per tranquillizzare morosi/e e genitori; si vedeva che il soldato che ci faceva la guardia, dietro il fucile e la divisa, aveva voglia di chiacchierare coi suoi coetanei.

Quello che perquisiva e andava su e giù con piglio militaresco era invece insofferente, fino a gridare, a un certo punto: “be quiet !, be quiet !”.

Va bè, zitti; e a stomaco vuoto…; fortuna che l’aria era tiepida.

C’era invece molto caldo, nelle ore centrali di quel giorno in cui, molto cautamente, ci siamo avvicinati ad un check point posto sulla strada per la vicina Gerusalemme; dovevamo andare a prendere Federica di TDH, che veniva per raccogliere documentazione clinica di due bimbi malati da inviare in Italia per cure particolari. I militari le hanno vietato il passaggio, e lei ha dovuto rinunciare.

La faccenda è durata un po’, e nel frattempo ho visitato due pazienti che aspettavano di entrare in Ramallah, su un’ altra ambulanza, tenuta ferma sotto il sole.

La prima, una donna giovane, portava in grembo un feto di sei mesi, morto da 3-4 settimane, e doveva ricoverarsi per un cesareo; stava incredibilmente bene, ma le ho ugualmente somministrato una prima dose di antibiotico i.m., a scanso di ulteriori problemi.

Il secondo era un uomo di 30-35 anni, che da una settimana aveva febbre alta e tosse, e doveva esser ricoverato per una molto probabile polmonite; lui stava malissimo per un evidente stato tossinfettivo, per cui ho potuto solo praticargli un antipiretico i.m. e raccomandare l’idratazione, prima di scoprire che i militari non avrebbero lasciato passare nemmeno questi due pazienti.

Mentre loro tornavano di là, e noi di qua, mi è stato spiegato il motivo di quel tentativo fallito: la loro assicurazione rimborsava le spese solo negli ospedali di Ramallah, per cui, costretti a tornare a Gerusalemme, quei due poveracci avrebbero dovuto pagarsi per intero le cure negli ospedali israeliani.

Riesce difficile capire come fanno, i palestinesi, ad adattarsi ad una vita così; più volte ho pensato che devono proprio avere una gran pazienza.

Per me l’invasione è stata, paradossalmente, anche una fortuna, perché mi ha portato a lasciare l’albergo, dove vivevo un po’ solo, per andare a vivere e dormire nella sede principale del MR; loro avevano bisogno della presenza continua degli “internazionali” per sentirsi più protetti, sia per la sede e le attrezzature che per le proprie persone, mentre io non avevo più bisogno di essere trasferito in ambulanza da e per l’albergo.

Al MR la sistemazione era un po’ di fortuna, ma con uso di cucina e di

Internet … , e poi stavo sempre con loro, e con i  volontari internazionali che lì trovavano sempre un porto, scambiando l’ospitalità palestinese con la propria presenza solidale.

Così ho conosciuto, giunti dopo di me, alcuni amici italiani:

Liborio, fotografo free-lance, napoletano e “scafato”, mio coetaneo, con cui cucinavamo spaghetti per tutti (ottima marca a suo dire, pura partenopea, nel vicino supermarket);

Alfredo ed Andrea, pensionati piemontesi d’eccezione, in giro da soli con la loro esperienza pluriennale ed un cuore grosso così;

Roberto, un po’ più giovane, modenese ed anche lui fotografo, riservato e sensibile.

Con tutti ci si sente e ci si vede ancora spesso, perché è rimasto qualcosa di importante, da quei pochi giorni.

L’attesa invasione una certa notte è arrivata: “130 tank sono transitati, a 100 metri dal MR”, mi ha detto Shadi, il giovane volontario con incarico di archivista-informatico, col viso stanco per la notte d’ansia e di veglia, nello svegliarmi  al mattino  (me beato) .
Questi ragazzi sono stati la miglior scoperta, per me: corrispondono ai nostri volontari della Croce Rossa, e sono tutti estremamente gentili, per nulla viziati o presuntuosi anche se mediamente molto intelligenti, semplici e diretti anche nel rivolgersi al medico straniero cinquantenne,  nonostante parlino l’inglese molto meglio di lui (mi sono stupito di sentirli passare dall’arabo all’inglese, e viceversa, chiacchierando in fretta fra di loro).

Sono tutti studenti universitari, e non vedono l’ora di poter viaggiare, e di venire in Italia, per esempio.

Una gioventù bellissima, nonostante tutto, con una gran voglia di ridere, di vivere e di costruire, anche se spesso pensierosa per la consapevolezza del male.

Il pensiero principale è proprio per loro, bambini e ragazzi, che crescono in mezzo alla paura, alla mancanza di libertà e di mezzi, alla violenza e anche alla morte.

Per far capire bene questa realtà basta un aneddoto:

uno degli ultimi giorni, verso sera, eravamo fermi con l’ambulanza su una salita, io ed il mio collega Iskafi, l’anima instancabile del MR di Ramallah.

Lui stava stanco seduto al volante, e guardava amorevolmente giù dal finestrino i bimbi accorsi come al solito, curiosi.

Ad un tratto si mette a ridere, un po’ amaro, e mi dice:

“lo sai cos’ha chiesto quel piccolino lì, che avrà tre anni?”

“No, cosa?”

“Facendo cenno alla nostra ambulanza ha detto:

“ MA QUESTO … , E’ UN TANK (un carroarmato) ?!?”

 

COMMIATO

Ho fatto fatica a salutare tutti e a venir via, quella mattina.

Io col magone, e loro, che lo capivano, a ringraziarmi e a dire che gli sarei mancato, ma senza esagerare, per non suscitarmi troppa emotività.

Mi sono sentito un vigliacco nel lasciarli là con tutti quei guai, per tornarmene alla mia vita comoda, libera e ricca, di cui così spesso sto a lamentarmi.

La stessa sensazione riferitami dall’amico e collega Gianni, ora soprannominato “Gianni Nablus”, dal nome della città dove ha lavorato nel suo turno, dopo di me.

In ogni caso, parto: taxi collettivo (un altro capitolo divertente da raccontare, un’altra volta); ultimo check point; poi ancora un giorno a Gerusalemme antica, meravigliosa, concluso con cena sul terrazzo di un ristorante, al tramonto, mentre i bimbi del padrone giocano con l’aquilone (ma quello, dietro al Muro del Pianto e alla cupola dorata di Al Aqsa, si direbbe il Colle degli Olivi? Si, lo è…) ; gita al Mar Morto, traversando il deserto di Galilea, un posto incredibilmente suggestivo, e scorgendo infine in lontananza Jericho, la leggendaria “prima città del mondo”, nel punto più basso e caldo della Terra, in vista di quella strisciolina verde di fronde laggiù, … il Giordano, con la sua acqua dolce!

Il mare, azzurro ma con l’acqua densa per il sale, che ti si incolla come petrolio, ed i monti della Giordania dall’altra parte, nella caligine.

Ancora taxi, verso Tel Aviv e l’aereo: si traversa la parte ovest della Gerusalemme moderna, quella israeliana.

E’un altro mondo, una specie di Svizzera con qualche nota orientale, popolata da ricchi e colti occidentali,  freddi e distanti nell’aspetto; uniche note “di colore”, consolanti in quanto segno di spiritualità e di contraddizione, anche se per me repulsive per eccesso di dimostrazione, le figure dei vari tipi di ebrei ultraortodossi, con le barbone, i lunghi boccoli ritorti, i cappelloni, le catenelle ed i giacconi coi panciotti.

Bei problemi anche per loro, gli israeliani:

uno stato fondato sulla religione (noi abbiamo avuto per fortuna la breccia di Porta Pia, 135 anni fa) ; e che religione, quanto sentita!

Un avamposto di un certo occidente, armato fino ai denti.

Un grande piccolo popolo di credenti, da sempre “diverso” e scacciato, perseguitato e sterminato, col miraggio della terra promessa, la “Grande Israele” estesa dal mare al Giordano, che ora si trova a scacciare, perseguitare e sterminare un altro popolo, geneticamente fratello.

Per capirci ci vorrebbe un Freud (ebreo, come tanti altri psicanalisti; che sia un caso?).

 

Novembre 2002                                       Filippo Bianchetti, medico di base, Varese

 

 

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Il sito di Terre Des Hommes-Italia èwww.tdhitaly.org/intro.html

 

 

Segnalo il sito del Medical Relief (The Union of Palestinian Medical Relief Committees -UPMRC -): www.upmrc.org

 

Un sito palestinese di particolare interesse sanitario, ricco di documentazione su vari aspetti della situazione dei territori occupati, è quello dell’ HDIP (Health, Development, Information and Policy Institute) www.hdip.org

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