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    Le radici del male

    16 maggio 2004 - Corrado Piancastelli

    Maometto è l'unico profeta di tutti gli islamici, come Cristo lo è dei
    cristiani che, però, lo identificano con Dio stesso. Tuttavia sotto il
    manto di Allah vi sono oltre una settantina di scuole teologiche islamiche
    e un enorme numero di etnie, non solo in competizione se non in lotta tra
    loro, ma diversificate e assimilate ai contesti sociali di ben 42 diversi
    Paesi all'interno dei quali, politiche di accomodamento e di cambiamento
    accumulatesi nel corso dei secoli, costituiscono una ulteriore
    frantumazione ideologica e religiosa di cui in occidente abbiamo appena
    una pallida idea. Anche il cristianesimo ha la sua frantumazione. Basti
    pensare al gran numero delle teologie protestanti, ai cristiani orientali e
    alle posizioni diversificate all'interno dello stesso cattolicesimo
    ortodosso. I protestanti, ad esempio, non riconoscono il potere temporale
    e divino del Papa. Ma qui, nonostante ciò, il cristianesimo ha retto nella
    sua convergenza concettuale, forse perché per ciascuna teologia esiste una
    corrispondente classe sacerdotale rigorosamente attestata sui precetti
    delle rispettive gerarchie, una classe che l'Islam non ha nel senso
    gerarchico del termine, per cui la tradizione è tutta affidata ai poteri
    tribali degli ayatollah che detengono anche quello politico, e che leggono
    il Corano secondo concezioni personali e non unificate (e unificabili)
    attraverso un vertice comune e sovrano.

    Già questo, rispetto all'occidente, è una stortura giuridica. Nelle società
    moderne a carattere democratico ci sono un presidente unico rappresentativo
    della sovranità popolare e un parlamento eletto dal popolo (uomini e
    donne). Nelle istituzioni religiose questo non avviene perché il popolo dei
    fedeli non è neppure consultato nelle cose banali. Ma c'è di peggio.
    Nell'istituzione cattolica, ad esempio, il pontefice è eletto
    esclusivamente dai cardinali e lo stesso corpo ecclesiastico non viene
    consultato. Ciò è tipico delle società teocratiche che eleggono
    l'antidemocraticità a sistema gerarchico, per cui l'investitura è solo
    dall'alto (Dio) attraverso il ristretto gruppo della gerarchia superiore.
    E' questo l'aspetto deleterio del concetto di "gerarchia" che avvilisce la
    libertà degli stessi fedeli finanche nei suoi aspetti più intimi e
    personali, determinandosi una dittatura della gerarchia concettualmente
    assai simile (ma di segno opposto) alla dittatura del proletariato di
    marxiana memoria.

    Intendiamoci, la negatività non è nella esistenza di una gerarchia
    politico-religiosa, peraltro necessaria per il controllo e lo sviluppo
    sociale, quanto nella antidemocraticità di una tale rappresentatività che,
    escludendo la partecipazione della base, instaura, di fatto, una vera
    dittatura.

    Nell'islam questo tipo di impostazione dittatoriale è a sua volta suddivisa
    tra un esteso numero di ayatollah, per cui ci sono altrettanti poteri che
    si autogenerano per tradizione familiare.

    La lettura dell'islamismo diventa dunque difficilissima così come
    del tutto utopico, nel presente momento storico, è la possibilità di aver
    un interlocutore unico riconosciuto da tutti i governi e cittadini arabi.
    Ad un ipotetico tavolo di discussione o di conciliazione o di confronto
    serio, con quale corrente di pensiero dovremmo confrontarci sia che si
    tratti di problemi politici che di quelli religiosi? Chi avrebbe il carisma
    e l'autorità di poter parlare a nome di tutti gli islamici? Da qui la
    realtà di più islam e il problema, molto serio, di un capo unificato che
    tutti li comprenda.

    Nella sola Italia, ad esempio, vivono 1 milione di musulmani di
    cui circa 50.000 sono di cittadinanza italiana (10.000 sono ex cristiani
    convertiti), ma per motivi di cui sopra questa entità di musulmani presente
    sul nostro territorio è religiosamente e politicamente diversificata. La
    suddivisione, emersa nell'ultimo Convegno del 2003 sul tema "L'Islam e
    l'Italia", vede contrapposizioni tra almeno sei variegate tipologie: un
    islam laico che non frequenta le moschee, un islam ecumenico che crede
    nella capacità salvifica delle tre religioni monoteiste rivelate
    (islamismo, cristianesimo e ebraismo), un islam apolitico, un islam
    ortodosso (che rispetta il culto e cerca solidarietà fra tutti i musulmani
    ), un islam integralista (che crede nella fusione della politica con la
    religione) e l'islam rivoluzionario (che crede nella guerra santa contro
    gli infedeli e contro l'occidente).

    Alle cifre precedenti bisogna poi aggiungere i circa 85.000
    islamici irregolari che tuttavia pur vivono nel nostro paese. Da tutto ciò
    si ricava che anche in Italia manca un interlocutore unico col quale
    sedersi, in modo serio e autorevole, ad un tavolo di discussione.

    Ciò che colpisce, però, é l'impossibilità di un confronto su
    materie teologiche, cioè sulle vere ragioni della contrapposizione. Se i
    cattolici, gli islamici e gli ebrei dovessero sedere allo stesso tavolo, di
    cosa dovrebbero parlare? Il terrorismo ideologico, infatti, non nasce tanto
    dalla politica come dialettica sociologica e civile, ma soprattutto dai
    radicalismi teologici ed economici, addirittura i primi più che i secondi.
    Il tabù in materia di fede è del tutto indiscutibile sia da parte delle
    correnti religiose occidentali che di quelle islamiche ed è quello il nodo
    dell'intera politica dell'odio. L'integralismo islamico che tanto
    atterrisce gli occidentali fa dimenticare , ad esempio, il pericolosissimo
    integralismo cristiano puritano attualmente al potere che ha aperto fronti
    di guerra in molte parti del mondo e non solo in Irak.

    Il nome di Dio è invocato sia in Islam che in occidente e ciascuno
    adopera le stesse folli frasi che si tratta di una lotta del Bene contro il
    Male. Giorge Bush ha più volte ripetuto di essere guidato da Cristo; Bin
    Laden dice che Allah lo porterà alla vittoria contro gli infedeli. Abbiamo
    un Dio che guida gli americani e un Dio che guida gli islamici. La visione
    mistica di Dio padre di tutti e di tutto annega dunque miseramente nella
    umana degradazione della follia totale e del buon senso perduto.

    E' dunque una guerra tra fondamentalismi, i cui ingredienti si
    mescolano con le infauste leggi del potere e dell'economia e, ovviamente,
    con gli interessi irriducibili che ne conseguono. Le parole della pace, in
    questo retroterra sub-culturale, suonano più che false. La pace non è una
    parola da predicare, ma un significato dell'agire. Qualsiasi pace comprende
    una serie di atti impliciti nel senso stesso dell'etica che l'accompagna.
    La pace si raggiunge eliminando le gravi fratture fra i ceti sociali
    promuovendo la cultura e la consapevolezza, con la politica dei diritti e
    dell'eguaglianza, con la creazione di lavoro e di secolarizzazione per
    tutti, con i principi liberali della tolleranza e della libertà. Al di
    fuori di questo "agire" il termine pace è addirittura una insolenza gettata
    sulla faccia di quella parte del mondo che in questo"agire" non viene
    coinvolto.

    Come può stare in pace un povero cristo che guadagna due dollari al giorno
    con il suo vicino che ne guadagna duecento, cinquecento, mille? Chi glielo
    dice al povero cristo che, nonostante le disparità, gli uomini sono tutti
    fratelli? In che modo dovremmo convincerlo? L'ideologia del radicalismo
    fondamentalista è strisciante, silenziosa, si maschera nell'informazione
    che ci mostra solo l'efferratezza del "nemico"e i buoni propositi
    dell'amico. Ma nessuno dice che è proprio l'illiberale e antisociale
    principio del fondamentalismo a fondare il seme della violenza e dell'odio.
    Un qualsiasi popolo se realizza la giustizia sociale, se cresce nella
    cultura e nel lavoro, è assai meno propenso ad odiare il vicino di casa o
    altri popoli di quanto invece lo sia se considera il vicino un infedele o
    un demone solo perché appartiene ad un'altra religione. E' il legame tra
    Dio e potere mondano che massacra la giustizia e la libertà dei popoli,
    proprio perché un potere mondano non si può costituire senza il potere
    economico e l'economia, come tutti sanno, non guarda in faccia a nessuno
    perché segue leggi senza etica.

    Sono dunque le religioni radicate nell'economia le radici
    dell'odio che ogni volta si confrontano anteponendo le false maschere
    delle proprie ideologie come se veramente provenissero da Dio. I cristiani
    hanno sempre odiato gli ebrei perché per secoli ci hanno detto che sono
    stati loro a condannare a morte Gesù. Gli ebrei a loro volta dicono che
    Gesù è un falso Dio, è solo un profeta, perché l'unica vera legge è quella
    di Mosè. Gli islamici ritengono Maometto l'ultima voce di Dio per cui il
    loro profeta è superiore a Gesù e allo stesso Mosè.

    Queste visioni allucinate e indimostrabili di un Dio che, tra
    l'altro, non ha mai confermato in prima persona le varie ciarle teologiche,
    si scontrano con un processo storico che in occidente è culminato
    nell'Illuminismo che ha fatto piazza pulita di tutte le superstizioni
    perseguendo il modello della ragione e non di una fede salvifica
    indimostrabile.

    A un tavolo di discussione l'irriducibilità dei convenuti, tutti
    attestabili su posizioni del tutto astratte e inverificabili, renderebbe
    del tutto inutile ogni tentativo di dialogo perché nessuno intenderà mai
    mettere in discussione il proprio primato di verità. Si discute, infatti,
    del velo, del crocefisso, del burqa o di altri aspetti secondari, si
    discute debolmente anche di cose importanti come i diritti umani e di
    parità, ma nessuno affronta il vero nodo del problema, nessuno rimette in
    discussione principi che, essendo diventati radicali e dogmatici, sono per
    loro natura tabù per cui hanno la forza di scatenare l'odio che, come tutti
    sanno, è esattamente il contrario della ragione dialettica la quale, per
    sua natura, è antidogmatica e laica perché reclama la fondazione del
    soggetto intorno alla sua libera natura di mente e di anima.

    In questo nodo di vipere che si trastullano con infinite teologie
    che mostrano la raggelante iperbole dell'errore umano per il quale la
    verità è una soltanto e solo uno la detiene (ma se tre teologie si
    scontrano sui principi è più che evidente che almeno due, se non tutte e
    tre, sono sbagliate!), l'unico che non parla è proprio Dio. E viene
    spontaneo chiedersi perché mai, pur affermando tutte le teologie che Dio è
    comunque unico per tutti, Egli accetta che di lui si possa parlare in modo
    così frammentario e contrastante senza sentire la necessità, se non
    l'obbligo morale, di pronunciarsi definitivamente in modo proprio
    autonomo e tale da non lasciar dubbi sulla sua origine, al fine di mettere
    a tacere ogni diaspora e ogni incertezza teologica.

    Come può Dio accettare e in nome di quale etica, che milioni di
    persone possano morire o uccidere in suo nome contrabbandando verità che
    non esistono perché Lui, proprio Lui tace e consente alle teologie di
    presentarsi come vere producendo, in tal modo, solo distorsioni teoriche,
    dolore e violenza? Non sorge il dubbio o che Dio non esiste affatto o che
    di Lui non abbiamo capito proprio nulla?

    In realtà ci troviamo tragicamente di fronte ad una situazione paradossale.
    Di far dipendere, cioè, le ragioni del mondo da fondamentalismi teologici
    per loro natura indimostrati ed indimostrabili sui quali si innestano
    ingiustizie e interessi in cui il potere economico si auto-giustifica,
    attribuendo alla volontà di Dio quelle che sono, invece, volontà solo
    umane. Si è venuta così a creare una teologia finanziaria di natura
    concreta il cui dio è la potenza del denaro e della forza simile alla
    teologia benefica del dio trascendentale. Entrambi prosperano
    sull'ignoranza, sul frazionamento ideologico, sull'incapacità culturale di
    utilizzare la razionalità soggettiva, sull'impossibilità di
    auto-realizzazione del singolo, sulla debolezza umana di non sapersi
    affidare a se stesso e di farsi mediare dalle religioni e dalla bassa
    politica. Alla fine può darsi benissimo che, essendosi la coscienza
    geneticamente modificata nel corso dei secoli, Dio esista ma veramente non
    possa più parlare agli uomini. Infatti a quale coscienza ed a quale forza
    inconscia potrebbe parlare se l'essere umano, ormai distruttivamente
    condizionato sia in senso cognitivo che culturale, riconosce se stesso non
    attraverso l'uso della ragione pura, ma solo per mezzo di una ragione che è
    stata costruita e deformata dagli ayatollah, dai concili vaticani, dalle
    tradizioni ebraiche, dagli agenti della C.I.A., dalle concentrazioni
    capitalistiche, dalle false notizie spacciate dai mass-media, dai servi che
    si prestano, per piatti di lenticchie e piccoli poteri a perpetuare e
    diffondere i nuovi vangeli dei padroni della terra? Siamo diventati del
    tutto incapaci di meditazione, di sacralità mistica, di immergerci nel
    mentale silenzio interiore, di uscire dai condizionamenti, per cui se Dio
    veramente volesse parlarci troverebbe sul suo cammino solo paletti e
    difese, solo deformazioni e pregiudizi religiosi o solo l'assenza di ogni
    traccia spirituale, di ogni vero abbandono. Non c'è più simmetria tra
    l'uomo e il divino, non il divino mediato dalle religioni, ma quello che
    si crea nella propria interiorità. Per cui, capovolgendo un commento di
    Meister Eckhart, credo sia giusto dire che "l'occhio con cui noi vediamo
    Dio non è lo stesso occhio con cui Dio vede noi." E' questa l'asimmetria
    che probabilmente impedisce ogni comunicazione tra il sacro e il profano e
    ne determina, anzi, la promiscuità e il dualismo di ogni possibilità di
    levare il nostro discorso al di sopra delle parole convenzionali.

    Note:

    Visitate il sito www. uominieidee.org

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