Le Afriche: tra neocolonialismo aggressivo, ingerenze trumpiane e giunte militari
L’arbitrio e la violenza dilagano nel Sahel dei trafficanti di uomini e dei migranti; dei rimpatriati e dei respinti
Articolo scritto da Ilaria De Bonis
Il neocolonialismo economico impera in tutta l’Africa Subsahariana (e australe) ricca di minerali preziosi, terre rare e combustibili fossili.
Tra ingerenze americane in Repubblica Democratica del Congo, multinazionali del gas & oil all’arrembaggio in Angola e Mozambico (Eni docet), costante presenza cinese in tutta la regione dei Grandi Laghi, metà del continente è cannibalizzata.
E lo sarà sempre di più nei prossimi anni, anche grazie alla costruzione del Corridoio di Lobito (mega ferrovia per le merci), e ad iniziative bilaterali mascherate da Cooperazione, come il Piano Mattei. Ma andiamo con ordine. La novità vera del 2026 è la longa manus di Donald Trump protesa sui minerali congolesi dell’ex Zaire - il cobalto e il rame nello specifico - nel tentativo ancora parziale di rimpiazzare le multinazionali legate a Pechino.
Quasi alla sordina Trump ha già incassato un primo risultato: ad aprile scorso la Virtus minerals americana ha acquisito la Chemaf congolese, che estrae rame e cobalto nell’estremo sud, nell’ex Katanga. E con essa ha messo le mani sulla miniera di Mutoshi, uno dei più grandi giacimenti di rame del Lualaba.
«Ho studiato poco, mi sono fermato alla scuola secondaria. Attualmente lavoro come minatore. Ho iniziato nel 2012 e lavoro in miniera da 11 anni. In questo momento sto a Mutoshi e mi occupo di entrare nei luoghi di scavo e nei pozzi per trovare rame e cobalto. A volte lavoro con uno dei miei figli», ha raccontato alla Ong Still I Rise, Meschak che vive a Kolwezi.
Il governo di Kinshasa ha trasmesso a Washington una “lista ristretta” di progetti minerari sui quali gli Usa potranno presto mettere le mani acquisendone diritti e gestione in cambio delle garanzie di sicurezza sul Nord e Sud Kivu. È la formula “minerals for security”. Tra i siti in questione ci sono anche quelli della città mineraria di Kisenge, nel sud del Congo: a svelarlo è la società civile locale, con Casmia-G - associazione di lavoratori—che mette in guardia dai rischi evidenti di “svendita” delle ricchezze del sottosuolo.
Ma il “nuovo ordine minerario” introdotto dalla formula magica trumpiana nel Kivu in guerra e nel Sud, per quanto cruciale, non è che una parte della narrazione: l’altra, altrettanto interessante, prende corpo nel Sahel. È l’esperimento de-coloniale in corso in tutta la regione desertica saheliana in mano ai golpisti.
Burkina Faso, Niger e Mali, guidati dalle giunte militari hanno scalzato del tutto la presenza francese: non vogliono ingerenze americane o europee, governano in modo autoritario e sovranista, protezionista e militarizzato. Con largo consenso, poche libertà interne e molto orgoglio nazionalista. C’è populismo ma anche anti-imperialismo non trascurabile. Gli analisti usano un’espressione precisa per indicare la regione che va dalla Guinea al Sudan: la chiamano “Coup Belt”, la cintura dei Colpi di Stato. Le giunte salite al potere con la forza, non pensano affatto alle elezioni, ma sono fuori dal discorso coloniale europeo e sperimentano nuove alleanze. Su tutte quella con la Russia. «Bolla o febbre sovranista», così la chiama il politologo Rahmane Idrissa.
L’Alliance des Etats du Sahel (AES), i cui Paesi sono usciti dall’Ecowas, usa il franco dell'Africa occidentale ma Mali, Burkina Faso e Niger adotteranno una nuova moneta sovrana, il Sahel.
«La vedo come una bolla che sta per scoppiare», dice Idrissa. Eppure non scoppia. Anzi, tiene benissimo. Liquidare l’Alleanza degli Stati del Sahel come esperienza di solo potere personale è già di per sé un orientalismo stonato. Non rende la complessità degli eventi.
«Il governo del Burkina Faso informa la comunità internazionale e nazionale che ha deciso di recidere le relazioni diplomatiche con la Francia a partire da oggi, 26 giugno 2026», ha comunicato il Capitano Traorè in tv poche settimane fa. Al potere dal 2022 il 38enne capitano dell’esercito è il più giovane leader africano in carica, ha costruito il suo consenso sul richiamo costante alla figura di Thomas Sankara e sull’antimperialismo. Apre le porte ai russi e all’aiuto militare di Mosca con i contractors di Africa Corps, ma tiene lontane le multinazionali straniere e i neocolonialisti occidentali.
«A differenza del gruppo Wagner, Africa Corps riceve massicce forniture di equipaggiamento pesante direttamente dallo Stato russo, come dimostrato dai tre grandi convogli militari arrivati a Bamako nel 2025», scrive la rivista Africa.
«Penso che ci sia un aspetto interessante da affrontare con il giovane presidente Traorè: è lanciato verso la Russia, è vero. Ma unicamente perché l’Occidente non offre all’Africa nulla, nulla di nulla! Anche Patrice Lumumba si prese la condanna a morte perché si avvicinò alla Russia. Ma quella chiaramente era un’altra Russia…», ci dice al telefono don Giovanni Piumatti, missionario storico che ha vissuto 30 anni in Repubblica Democratica del Congo e conosce indirettamente il Sahel. Un vescovo italiano che ha vissuto in Burkina Faso, ci racconta di avere scambi quotidiani con Traorè e che il Capitano è una forza per l’Africa. Lo apprezza perché va per la sua strada.
Traoré dà voce alla frustrazione di intere generazioni: è il nuovo orgoglio africano, amato in patria ma anche in Ghana, Senegal, Nigeria, Kenya perchè lontano dai padrini e dai padroni occidentali, contrario alle democrazie imposte.
«Siamo venuti per cambiare completamente il modo in cui funzionano le cose, ma soprattutto per cambiare le mentalità della gente, affinché apra gli occhi, veda il mondo senza cadere mai più in quella trappola», ha detto in uno dei suoi discorsi pubblici.
«La democrazia è schiavitù. Non esiste democrazia in questo mondo», va ripetendo. «Fingono che esista. Fanno ciò che vogliono. E, per imporla, uccidono. Una democrazia che uccide».
Il Capitano ha conquistato le nuove generazioni (ossia l’80% del Paese) «offrendosi come elemento di rottura con le vecchie élite», scrive il Center for Strategic and International Studies (CSIS). Anche se il suo «governo a trazione militare ha rimpicciolito di molto lo spazio civico e centralizzato il potere», Traorè è amato perché ama l’Africa. Restringe lo spazio di libertà interna, è vero, scioglie 118 ong e associazioni, e governa in forma autarchica. Ma finalmente rompe il monopolio geopolitico francese. Secondo lo studioso Dakono, le giunte militari (non solo quella burkinabè) sono popolari perché hanno intercettato una domanda autentica di sicurezza, dignità nazionale, rifiuto del colonialismo. Amor di patria e di bandiera.
A fronte di tutto questo restano chiaramente enormi problemi da affrontare nel Sahel. Il disastro del contesto umanitario saheliano degenera ogni giorno e crolla nel silenzio del mondo.
«La regione centrale saheliana è diventata ‘casa’ per circa tre milioni di sfollati interni (due milioni in Burkina, 548mila in Niger e 415mila in Mali)», scrive l’Unhcr.
I diritti umani sono violati in tutti e tre i Paesi: in Niger l’ex presidente deposto resta in detenzione arbitraria e i Fulani sono presi di mira in quanto considerati gruppi terroristi. L’arbitrio e la violenza dilagano nel Sahel dei trafficanti di uomini e dei migranti; dei rimpatriati e dei respinti.
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