San Francesco e la "regola di Fini
Gianfranco Fini ieri era ad Assisi a rappresentare il governo nel corso dell’annuale cerimonia in occasione della festa di San Francesco, patrono d’Italia e avrebbe fatto la sua figura dignitosa se si fosse limitato a portare il saluto delle istituzioni. Ha preferito invece offrire all’Italia una lezione di spiritualità francescana. San Francesco ”non condannò mai l'uso delle armi per la legittima difesa” – ha detto e, ricordando che egli “desiderava la pace come mezzo al servizio del bene comune” ha puntualizzato che la regola francescana non proibì l'uso delle armi ma l'aggressione armata. “Una nozione importante - ha osservato infine - nell'epoca attuale, in cui la libertà deve essere difesa ogni giorno dalle persone in divisa”. E’ davvero singolare che sia Gianfranco Fini a fare l’esegesi della regola di San Francesco. Isolare una frase non solo dal contesto storico in cui viene pronunciata, ma addirittura dalla testimonianza di un’intera vita, è quanto meno “capzioso”. Questo è tipico della lettura fondamentalista della Bibbia, molto frequente oggi negli USA e utilizzata anche da Mr. Bush! Proviamo a capirlo con un esempio. Una volta Fini avanzò proposte sul voto agli immigrati. Ma quella posizione non ci ha fatto cambiare opinione sulle politiche di condanna a morte degli immigrati rispediti, dalla legge che porta il suo nome, verso le terre da cui scappano a causa della guerra e della fame. Quella legge non ci pare particolarmente ispirata allo stile dell’accoglienza francescana. Ma a proposito dell’uso delle armi, Gianfranco Fini ha l’abilità di capovolgere i termini della questione e piuttosto che esaltare il fatto assolutamente inusitato, innovativo e rivoluzionario della proibizione per quell’epoca, lo legge con le sue lenti e arriva a concluderne che ne consente l’uso solo agli uomini in divisa. In realtà dalla regola e dalla vita, dai gesti compiuti e da innumerevoli messaggi, Francesco è e rimane un modello di nonviolenza, un uomo fatto in tutto ultimo tra i poveri e disarmato tra i violenti, per protestare con la propria vita che il Vangelo, la libertà e la pace non si annunziano con la forza. Da sempre nella storia la nonviolenza è stata strumento povero degli oppressi e la guerra, arma degli oppressori. Nella regola infatti chiede ai suoi fratelli di “amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poiché dice il Signore: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano. Beati quelli che sono perseguitati per la giustizia, poiché di essi e il regno dei cieli”. Capisco il disagio di Fini di rappresentare un governo in guerra al cospetto di un santo nonviolento ma volerlo trasformare in un teorizzatore della guerra preventiva mi sembra francamente troppo.
sociale.network