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    Terremoto dell’Aquila: dopo la tragedia, la beffa

    18 maggio 2009

    L'Aquila

    "Lunedì 6 Aprile 2009 alle 3.32, un terremoto di inaudita violenza ha devastato la
    città dell’Aquila e decine di borghi della fascia pedemontana meridionale del Gran
    Sasso d’Italia, ha ucciso 300 persone, ne ha ferito 1.500 e per oltre 65.000 ha reso
    necessario il ricorso a alloggi di fortuna. Il Terremoto dell’Aquila, che fin dal 13
    Dicembre è stato preceduto da centinaia di scosse minori, ha causato la più vasta e
    radicale distruzione di un’importante città antica dopo quella del Terremoto di
    Lisbona risalente al 1755.
    Sono questi i termini in cui la notizia avrebbe dovuto fare correttamente il giro
    del mondo, affinché la tragedia verificatasi potesse trovare un’appropriata
    rappresentazione nonché il presupposto per un suo adeguato risarcimento materiale.
    Le cose, invece, sono andate diversamente e il terrificante colpo inferto il 6
    Aprile da Madre Terra è diventato quasi niente rispetto alle catastrofi
    successivamente provocate da inettitudine, incompetenza, cinismo e cupidigia di
    pubblici reggitori, mass-media e registi del più spregiudicato affarismo.
    La prima catastrofe, sotto l’apparenza di una stupida sottigliezza, scaturisce da un
    dirompente sovvertimento della realtà. “Terremoto dell’Abruzzo” si è messo a
    credere, invece di “Terremoto dell’Aquila”: un flusso di disinformazione miope e
    irresponsabile che, mirando ai vantaggi ricavabili da una futura gestione
    clientelare a pioggia dei fondi per la ricostruzione, ha minimizzato la portata
    degli atroci danni subiti dall’Aquila e ha duramente danneggiato le migliaia di
    imprenditori e lavoratori di quell’industria turistica che costituisce la spina
    dorsale dell’intera economia abruzzese.
    Vaste distruzioni e tante vittime nelle frazioni e nei comuni intorno all’Aquila: le
    vite perdute e le sofferenze passate presenti e future sono irreparabili, ma case,
    stalle, opifici e botteghe si possono rifare. Quella subita dal centro storico
    dell’Aquila, invece, è un’irreparabile ferita mortale. All’Aquila, quanto non è
    crollato il 6 Aprile seguita a rovinare a terra per effetto delle forti scosse che
    ogni giorno ancora vanno susseguendosi, quel che non è ridotto in macerie appare
    lesionato e squarciato senza speranza di risanamento, tutte le attività
    istituzionali, economiche, culturali e di semplice vita quotidiana sono estinte.
    Nessuno può più abitare e lavorare lì, dove ogni muro che sta in piedi minaccia di
    afflosciarsi da un momento all’altro, dove regna il funebre silenzio
    dell’immobilità, dove stagna il fetore asfissiante emanato dalle derrate marcescenti
    sepolte sotto quelli che furono ristoranti, bar, pubs, pizzerie,
    trattorie, pasticcerie, panetterie, macellerie, pescherie, drogherie, vinerie,
    salsamenterie, caffetterie e case.
    Trecento ettari di città antica, uno dei più pregiati e più vivacemente vissuti
    centri storici d’Europa, fatto di straordinari pezzi unici (come le mura urbiche
    fortificate, le chiese, i palazzi, le torri e le fontane) nonché di un
    lussureggiante campionario di architetture minori medioevali, rinascimentali,
    barocche e neoclassiche, tutto questo è adesso un immenso cimitero, disabitato,
    muto, polveroso, reso inaccessibile dalla vigilanza che l’Esercito prudentemente
    assicura 24 ore su 24 presso ogni via d’accesso.
    Non c’è un solo precedente nella storia d’Italia della necessità di sigillare
    un’intera città. Non era accaduto a Messina nel 1908, tanto meno dopo i più recenti
    disastri del Friuli, dell’Irpinia, delle Marche e dell’Umbria. Invece, all’Aquila
    accade dal 6 Aprile.
    Ho parlato con molti ufficiali dell’impareggiabile corpo dei Vigili del Fuoco
    provenienti da diverse parti d’Italia: tutti, dicono di non essersi mai trovati in
    mezzo a una catastrofe altrettanto raccapricciante, né in Friuli, né in Umbria, né
    altrove.
    Col chiamarlo “dell’Abruzzo”, non solo si è predisposto il terreno per le prossime
    manovre clientelari ma si è voluto minimizzare l’entità del “Terremoto dell’Aquila”
    e edulcorarne la gravità: un sisma distribuito su un’area vasta suscita minori
    apprensioni e facilita lo Stato nel far beneficenza piuttosto che giustizia. Ma, non
    bastava. Le informazioni sulle rilevazioni dei sismografi sono state fin da subito
    manipolate per accreditare una magnitudo inferiore a quella effettiva. Nel sito
    internet del Geological Survey del governo degli Stati Uniti, chiunque può leggere
    che il terremoto del 6 Aprile è stimato in gradi 6.3 della Scala Richter e che la
    fonte dell’informazione è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
    Quest’ultimo, invece, nel suo sito indica la magnitudo in 5.8.
    Nasce così la cinica opera architettata contro gli aquilani e contro gli altri
    abruzzesi, perché un sisma di grado inferiore al 6 viene considerato al di sotto dei
    livelli di notevole gravità e dunque aiuterebbe l’erario a sottrarsi al dovere di
    finanziare integralmente la ricostruzione degli edifici pubblici come di quelli
    privati, il che è invece puntualmente avvenuto per il Friuli e per l’Umbria.
    Per rafforzare questa cinica azione, è stata colta come cacio sui maccheroni
    l’opportunità di far passare per lazzaroni tutti gli aquilani, bollandoli come
    edificatori di una “città di carta”. Ottimi pretesti sono stati quelli offerti dai
    crolli della Casa dello Studente e dell’Ospedale San Salvatore, edifici nei quali
    s’è effettivamente dispiegata alla grande l’arte criminale di imprenditori, tecnici
    e collaudatori. Tuttavia, pur in presenza di numerosi altri casi di non dissimile
    sostanza delinquenziale, la generalizzazione è inammissibile, quanto lo è il
    sostenere che tutti i siciliani sono mafiosi. In realtà, non c’è niente di disonesto
    nella gran parte delle migliaia di edifici costruiti all’Aquila nell’arco di quasi
    otto secoli. In realtà, è il terremoto del 6 Aprile che ha agito con inaudita
    violenza, sebbene questa verità venga nascosta e negata affinché tutti i Ponzio
    Pilato di turno possano allegramente lavarsi le
    mani nell’abbandonare L’Aquila e gli aquilani al loro destino di morte.
    Casi-simbolo dell’effettivo stato delle cose avrebbero dovuto essere quelli che
    invece sono stati accuratamente oscurati: il Forte Spagnolo e l’Hotel Duca degli
    Abruzzi. La fortezza era una macchina architettonica di rara perfezione, massiccia
    come una montagna, che per mezzo millennio aveva resistito indenne a qualsiasi
    aggressione, umana e naturale, ivi compreso il terremoto dal quale la città era
    stata distrutta nel 1703. L’albergo era stato costruito al di sopra d’ogni sospetto
    di ladrocinio: fatto negli anni Settanta non su commissione di terzi ma quale
    duraturo investimento in proprio da parte di una dinastia di costruttori d’inviolata
    reputazione internazionale. Orribilmente sconquassato il primo, sventrato come un
    pollastro il secondo. Bisognava documentare e documentarsi, bisognava porsi domande
    e cercare risposte, di fronte a questi casi che solo un’inusitata violenza sismica
    può spiegare.
    Invece, è stato assai più comodo versare e indurre lacrime rassicuranti facendo
    folklore dei poveri morti sepolti sotto le macerie e della dignitosa sofferenza dei
    sopravvissuti. Molto comodo: compiangere i morti, predicare solidarietà, invocare
    coraggio, auspicare rinascita, promettere di tutto e di più, spandere baci e
    abbracci e poi procedere serenamente verso il prossimo party all’ambasciata di
    Chissadove.
    Dopo il disastro del 1703, i reggitori del Comune alzarono baracche davanti il
    municipio distrutto e lì seguitarono a lavorare tra e per i concittadini, respinsero
    senza se e senza ma la pretesa del governo centrale (che allora abitava a Napoli) di
    trasferire baracca e burattini in una “new town” e avviarono immediatamente la
    ricostruzione, chiamando fior di architetti e capimastri da Roma e da Napoli per
    restaurare il salvabile e fare ex novo, senza stravolgere la struttura urbana
    antica, tutto ciò che non riusciva a stare in piedi.
    Oggi, ormai a un mese da quella tragica notte, tutto tace. 35.000 persone
    sopravvivono nelle tendopoli senza la minima idea di dove approderanno al prossimo
    profilarsi del gelido inverno aquilano. 30.000 persone coltivano l’illusione di
    un’eterna vacanza negli alberghi della riviera che stanno per metterle alla porta.
    Ovunque, il cibo e il vestiario messi a disposizione incessantemente e con estrema
    larghezza spandono la suggestione di un’affettuosa e sempiterna sollecitudine
    governativa.
    Ci sono tanti edifici scolastici perfettamente agibili, ma bambini e ragazzi vengono
    obbligati all’alienante solitudine offerta da tendopoli e alberghi. Giganteschi
    complessi del tutto sicuri, come la Scuola della Guardia di Finanza, la Scuola Reiss
    Romoli, la Caserma Rossi, la Caserma Pasquali, etc., potrebbero accogliere le
    strutture universitarie e ospedaliere che sono l’unica certezza di futuro e che
    invece vengono smembrate e dirottate verso città da cui mai faranno ritorno.
    Il governo partorisce il decreto-legge n. 39 che racconta un’incomprensibile favola
    di aiuti, provvidenze, benefici, esenzioni e quant’altro, concessi non si sa a chi,
    finanziati non si sa con cosa, acquisibili non si sa come. Uniche certezze: i
    quattro soldi messi veramente in campo verranno spremuti dai bilanci dello Stato col
    contagocce, da qui fino al 2032 e verranno manovrati dalle banche e da fantomatiche
    spa gravitanti intorno al Ministero del Tesoro. Insomma, i terremotati verranno
    spinti a indebitarsi per ricostruire le case e, una volta impossibilitati a pagare i
    mutui, perderanno le proprietà. Nel frattempo, la città sarà diventata una nuova
    attrazione turistica: gli spot della tv diranno “Visitate la più grande città morta
    del mondo”.
    Hanno costretto i Vigili del Fuoco a uno spettacolare salvataggio di quattro
    barattoli d’ottone spacciati per “Tesoro della Cattedrale”, ma nessuno ha mosso un
    dito per tirar fuori dalle macerie le centinaia di migliaia di libri e documenti che
    nella Biblioteca Provinciale e nell’Archivio di Stato assicuravano la memoria,
    l’identità e la civica dignità della città che non c’è più.
    Fosse stato il “Terremoto dell’Aquila”, le tv e gli inviati piovuti da ogni dove nei
    primi giorni del terremoto avrebbero impressionato il mondo intero e probabilmente
    avrebbero fatto affluire quegli enormi aiuti necessari per rifare una città come
    L’Aquila. Nel prossimo futuro, forse un po’ di chiese e palazzi verranno restaurati:
    solitari, essi si staglieranno come fantasmi tra le rovine di una città che non c’è
    più.”

    Note:

    Errico Centofanti, giornalista e scrittore, è stato uno dei fondatori del Teatro
    Stabile dell’Aquila, che poi ha diretto per vent’anni. Autore di numerosi libri di
    ambientazione storico-letteraria, è stato direttore artistico dei festivals “La
    Perdonanza” dell’Aquila, “Rinascimenti” di Urbino, “Castel dei Mondi” di Andria e
    “Le Stelle della Grangia” dell’Abbazia di Fossanova nonché del settore spettacolo
    per il Settembre Dantesco di Ravenna. In occasione del tricentenario del sisma che
    aveva distrutto la città nel 1703, ha pubblicato il volume “La Festa Crudele”, che è
    un’ampia riflessione di antropologia culturale sui terremoti dell’Aquila e le loro
    conseguenze.

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