La fine di un'era di inquinamento e di bugie

Taranto si risveglia senza i fumi dell'ILVA dopo 62 anni

Il direttore generale di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria ieri ha comunicato ai sindacati: «Da questa mattina non c'è più nulla di acceso. Tutti gli impianti dell'area a caldo sono stati spenti».
7 novembre 2026
Redazione PeaceLink
Venerdì 6 novembre 2026 rimarrà impressa come una data spartiacque nella storia industriale, civile e ambientale d’Italia.
 
Per la prima volta dopo 62 anni dall'accensione dei primi impianti del quarto centro siderurgico Italsider, l’area a caldo dell’acciaieria di Taranto è stata completamente spenta. 
 
A sancire l'inizio di questa nuova epoca c'è la conferma ufficiale di Maurizio Saitta, direttore generale di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, che ieri ha comunicato ai sindacati: «Da questa mattina non c'è più nulla di acceso. Tutti gli impianti dell'area a caldo sono stati spenti».
 
 

La fine di un'era

Il 24 ottobre 1964 era avvenuta l'accensione del primo altoforno e la prima colata in acciaieria. Lo stabilimento fu stato inaugurato il 9 luglio 1960.
 
L'area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, che per oltre sei decenni ha rappresentato il motore produttivo dello stabilimento e la fonte di un imponente inquinamento della città e dell'ambiente circostante, comprende cokerie, agglomerato, altoforni e convertitori. Lo stabilimento è stato il più grande polo produttivo siderurgico d'Europa. 
 
L'area a caldo dell'ILVA era stata già posta sotto sequestro senza facoltà d'uso il 26 luglio 2022 dall'ordinanza del GIP Patrizia Todisco. Ma una serie di provvedimenti salva-ILVA ha consentito l'uso di quegli impianti. Provvedimenti bipartisan che hanno frenato la magistratura senza tuttavia fermare la crisi di uno stabilimento fuori mercato e con un bilancio afflitto da 8 miliardi e 480 milioni di debiti.  
 
In concomitanza con lo spegnimento, l’azienda ha formalizzato una richiesta di incremento massiccio della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (Cigs). I lavoratori coinvolti salgono a 8.622 dipendenti complessivi a livello nazionale, quasi il doppio rispetto ai 4.450 precedentemente autorizzati.

Le associazioni ambientaliste di Taranto impegnate per lo stop dell'area a caldo hanno proposto delle alternative di sviluppo.

In questo editoriale vogliamo fare una sintesi conclusiva di una vicenda che non tocca solo l'inquinamento e la salute ma che riguarda la stessa credibilità di chi ha gestito malamente un quarto di secolo di promesse sull'ILVA di Taranto.


Anni di bugie

A Taranto chi deteneva il potere ha insegnato ad aspettare e ad avere fiducia nei miglioramenti promessi. C'è una vicenda illuminante che vale la pena di essere raccontata adesso gli impianti inquinanti sono stati spenti. Parliamo degli atti di intesa. Tra il 2003 e il 2006 furono sottoscritti diversi atti d'intesa fra ILVA, organizzazioni sindacali, Regione Puglia ed enti locali. Il loro obiettivo dichiarato era promuovere interventi di riduzione delle emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto, con un cronoprogramma di lavori per ridurre l'impatto ambientale della fabbrica.

Ma furono ridotte le emissioni con quegli atti di intesa?

I dati ufficiali delle emissioni dichiarate al database INES, recuperati e messi a confronto da PeaceLink, documentano che tra il il 2002 e il 2005 le emissioni invece di diminuire aumentavano. aumentavano le emissioni di diossine, benzene, IPA, mercurio, cromo e numerosi altri inquinanti. Aumentavano anche diversi metalli pesanti scaricati nelle acque.

Mentre si chiedeva alla popolazione di avere fiducia negli atti di intesa, i numeri delle emissioni aumentavano, ma venivano tenuti nascosti. 

Nel frattempo la pazienza dei cittadini venne scambiata per una cambiale in bianco. 

Oggi quei numeri meritano di essere riletti.


Gli accordi sindacali per la riduzione dell'inquinamento

Gli atti di intesa fra l'ILVA con CGIL, CISL e UIL ed enti locali furono sottoscritti l'8 gennaio 2003, il 27 febbraio 2004, il 15 dicembre 2004 e il 23 ottobre 2006. Erano previsti anche sopralluoghi e verifiche sullo stato di attuazione degli interventi.

Ma gli impegni assunti si traducevano effettivamente in una riduzione dell'inquinamento? Che controllo svolsero i sindacati che disponevano dei Rappresentati Lavoratori per la Sicurezza che in base al D.Lgs. 81/2008 per la tutela in materia di salute e sicurezza? I sindacati avrebbero dovuto esercitare un controllo rigoroso sull'esposizione dei lavoratori agli agenti inquinanti all'interno dell'ILVA, a partire da quelli cancerogeni, tutelando direttamente i lavoratori e indirettamente anche i cittadini. Ci si aspettava che questo processo di trattative (svoltosi a porte chiuse) avrebbe portato a miglioramenti sia per i lavoratori sia per i cittadini. Cosa accadde invece? Un’immagine pubblicata da Jacobin Italia con uno slogan molto diffuso nella città di Taranto


PeaceLink consulta il database INES

Mentre si discuteva di riduzione degli inquinanti con gli Atti di Intesa, PeaceLink cominciò a interrogare il database INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti), il registro ministeriale che raccoglieva le dichiarazioni sulle emissioni inquinanti dei principali impianti industriali.

Il confronto fra il 2002 e il 2005 restituiva un quadro preoccupante.

Non si trattava di misurazioni effettuate direttamente da PeaceLink: erano dati dichiarati dalla stessa ILVA. PeaceLink li aveva recuperati, organizzati e confrontati, rendendoli accessibili alla cittadinanza.


L'aumento delle emissioni ILVA in atmosfera

Questi sono i dati riportati nella tabella storica ricostruita da PeaceLink e che vennero esposti durante un incontro al ministero dell'Ambiente il 28 maggio 2008.

Inquinante Unità 2002 2005 Variazione
CO₂ q/a 8.077.819,3 11.072.060,1 +37,1%
Benzene kg/a 188.236,7 219.240,3 +16,5%
Cadmio kg/a 285,4 371,8 +30,3%
Cromo kg/a 2.665,1 3.800,8 +42,6%
Diossine e furani g/a 71,4 93,0 +30,3%
Fluoro e composti kg/a 406.747,1 529.853,3 +30,3%
IPA kg/a 25.913,9 31.124,3 +20,1%
Mercurio kg/a 1.063,3 1.385,1 +30,3%
Ossidi di azoto (NOx) q/a 25.184,9 28.648 +13,8%
Ossidi di zolfo (SOx) q/a 37.958,7 41.840,5 +10,2%
PCB kg/a 92,8 120,8 +30,2%
Particolato (PM) q/a 9.707,4 10.979 +13,1%

Fonte: tabella storica PeaceLink elaborata sui dati INES. q/a indica quintali all'anno; kg/a chilogrammi all'anno; g/a grammi all'anno.


I picchi negli scarichi idrici ILVA 

I dati INES delle emissioni in acqua stimate dall'ILVA stessa indicavano che l'azienda sapeva di inquinare di più ma dichiarava di firmare atti di intesa con sindacati ed enti locali per fare l'esatto opposto.

Inquinante Unità 2002 2005 Variazione
Arsenico kg/a 118,3 1.172,1 +890,8%
Cadmio kg/a 1.182,6 399,5 -66,2%
IPA kg/a 2.635 3.070,9 +16,5%
Mercurio kg/a 118,3 665,8 +462,8%
Nichel kg/a 591,3 6.191,2 +947,0%
Piombo kg/a 1.182,6 3.355,1 +183,7%
Zinco kg/a 40.712,1 36.574,7 -10,2%

Particolarmente rilevanti sono gli aumenti dichiarati per nichel, arsenico, mercurio e piombo. Si tratta di variazioni percentuali elevatissime, che meritavano approfondimenti e controlli specifici. Furono fatti?


La fiducia tradita

Questi dati non hanno bisogno di molti commenti, si commentano da soli.

La Procura di Taranto, durante la requisitoria di Ambiente Svenduto li definì "la più grossolana presa in giro compiuta dai vertici dell'Ilva".

Per troppo tempo le organizzazioni sindacali confederali hanno gestito le trattative senza riuscire a ottenere un cambiamento. Mentre si sottoscrivevano accordi e si conducevano trattative con l'azienda e le istituzioni, ai cittadini veniva chiesto di avere pazienza e fiducia: l'inquinamento sarebbe diminuito, gli interventi di ambientalizzazione avrebbero prodotto risultati. Sindaci, presidenti di Provincia e di Regione fecero da imbonitori, sbandierando gli atti di intesa come se fossero delle conquiste.

Al contrario, i dati del registro INES relativi al periodo 2002-2005, che PeaceLink riuscì a ricostruire, mostrano aumenti di numerose emissioni dell'ILVA, sia in atmosfera sia nelle acque.

L'evidenza di quei dati di inquinamento in aumento interpella oggi anche chi, in quegli anni, partecipava alle trattative e agli accordi. Quali verifiche furono pretese dai sindacati? E perché non si è trasformata la difesa della salute in una condizione irrinunciabile delle relazioni industriali? Regione ed enti locali controllavano o facevano finta?

Nel frattempo i profitti dell'ILVA venivano "depositati in Svizzera e controllati da alcuni trust domiciliati nel paradiso fiscale di Jersey", si legge nel Sole 24 Ore.


Un amaro bilancio

Il bilancio è amaro: ieri i cittadini sono stati invitati ad aspettare mentre l'inquinamento continuava a crescere e i profitti andavano nei paradisi fiscali. La fiducia di un'intera città veniva tradita.

Oggi, con un'industra priva di risorse e piena di debiti, i lavoratori rischiano di pagare il prezzo di una crisi da tempo annunciata senza che sia stata preparata per tempo un'alternativa.

L'elenco delle colpe politiche e sindacali è enorme.

A Taranto non è mancato il tempo per discutere del futuro dell'ILVA e di correre ai ripari.

Adesso bisogna avere il coraggio di chiedere conto di un quarto di secolo di promesse tradite, un quarto di secolo sprecato in cronoprogrammi (che bella parola) che servivano a illudere e prendere tempo mentre le persone si ammalavano e morivano.

La stessa Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) era diventata un elastico da allungare a piacimento. L'amianto doveva essere rimosso completamente nel 2014, poi la scadenza è stata spostata, proroga dopo proroga, al 2023. La scadenza del 2023 è trascorsa senza che la bonifica venisse completata. Le successive autorizzazioni (come l'AIA del 2025) avevano concesso una dilazione temporale dei termini, rimandando la scadenza definitiva fino al 2037.

Chiedevano fino al 2037 per togliere tutto l'amianto, ma la Cassazione ha tolto la spina al gioco della morte. ILVA è spenta


Il risveglio da un inganno di massa

E oggi Taranto si sveglia con il senso della fine non solo dell'inquinamento dell'ILVA ma anche con l'amara sensazione di essere stata vittima di un cinico e colossale inganno di massa. 

Se proprio dobbiamo dirla tutta, sarebbe interessante assistere a un processo di massa verso chi - fra i decisori politici - ha abusato della credulità popolare. L'abuso della credulità popolare è un illecito previsto dall'articolo 661 del Codice Penale italiano. Nato storicamente per contrastare le attività di ciarlatani, guaritori abusivi o la simulazione di falsi miracoli e fenomeni paranormali, oggi l'articolo è formulato per sanzionare chiunque inganni pubblicamente un numero indeterminato di persone, sfruttando la loro ingenuità. 

Proprio così. 

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