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    America Latina - Italia

    La giustizia italiana ordina la cattura di 146 repressori latinoamericani

    Intervista con Jair Krischke del Movimento di Giustizia e Diritti Umani di Río Grande do Sul (MJDH)
    9 gennaio 2008 - Giorgio Trucchi

    Jair Krischke (Foto Rel-UITA)

    Lo scorso 24 dicembre, la magistratura italiana ha deciso di processare 146 membri dei corpi repressivi sudamericani (61 argentini, 33 uruguaiani, 7 boliviani, 4 peruviani, 11 brasiliani, 23 cileni e 7 paraguaiani, sei dei quali già deceduti) che hanno operato all’interno del famigerato "Piano Condor", durante il periodo delle dittature latinoamericane degli anni 70 e 80.

    Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare figurano gli ex dittatori Jorge Rafael Videla ed Emilio Massera (Argentina), Juan Maria Bordaberry ed il suo successore, Gregorio Álvarez (Uruguay), il capo della DINA cilena Manuel Contreras, l'ex presidente del Perù (1975-80), Francisco Morales e l'ex primo ministro Pedro Richter Prada (1979-80), gli ex ministri uruguaiani Walter Ravenna (Difesa), Juan Carlos Blanco ed Alejandro Rovira (Esteri), l'ex capo della marina uruguaiana Víctor Ibargoyen, e l'ex ministro degli Interni del Paraguay, Sabino Augusto Montanaro Ciarletti (1967-89), e l'ex colonello brasiliano Carlos Alberto Ponzi ed il generale brasiliano ritirato Agnaldo del Nero Augusto.

    La GIP di Roma Luisanna Figliolia ha emesso le ordinanze accogliendo la richiesta del pm Giancarlo Capaldo, il quale a seguito delle denunce presentate dai parenti di 25 cittadini di origine italiana* scomparsi durante il periodo delle dittature latinoamericane, ha svolto a partire dal 1998 una lunga indagine sul Piano Condor, raccogliendo le prove necessarie per chiedere il procedimento giudiziario e l'estradizione delle persone indagate.

    Per cercare di capire il senso più profondo, ma anche il significato simbolico di questa nuovo episodio di ricerca di verità e giustizia, il Sistema Informativo della Regionale Latinoamericana della UITA (SIREL) ha conversato con Jair Krischke, presidente del Movimento di Giustizia e Diritti Umani di Río Grande do Sul (MJDH) e principale interlocutore delle famiglie di italo-argentini scomparsi in Brasile durante il regime dittatoriale.

    -Prima di affrontare il tema dell'azione giudiziale intrapresa dalla giustizia italiana, vorrei che mi parlasse di che cosa è stato il Piano Condor per il continente latinoamericano.

    -Il Piano Condor fu creato in una riunione a Santiago del Cile nel novembre del 1975. In questa riunione, i governi e le giunte militari di diversi paesi dell'America del Sud si misero d’accordo per combattere le persone che consideravano "sovversivi", utilizzando metodi totalmente illegali e senza nessun tipo di rispetto delle leggi nazionali e delle garanzie della giustizia. A loro non importavano le frontiere geografiche, bensì solamente quelle ideologiche e quindi cominciarono ad organizzare operativi per sequestrare e trasportare in altri paesi le persone che venivano catturate. La maggior parte di esse vennero torturate, assassinate o fatte sparire. Nel caso del Brasile, questi metodi si stavano utilizzando già molto prima della nascita del Piano Condor.

    -Qual è stato il ruolo, all’interno del Piano Condor, di queste 146 persone che sono state inquisite dalla magistratura italiana e come si è riusciti a far sì che la giustizia italiana s’interessasse a questi casi ed agisse in modo così incisivo?

    -Nel 1998 i parenti di 25 italo-argentini ed italo-uruguaiani scomparsi si presentarono presso il pm Giancarlo Capaldo per sporgere denuncia e per chiedere che si indagasse sulle persone che, secondo loro, erano i responsabili di queste sparizioni. Il pubblico ministero si recò in Argentina per ascoltare tutti i famigliari delle vittime ed io partecipai come testimone dei fatti. Ritornato in Italia, il dottor Capaldo continuò le indagini e chiese anche l'aiuto di varie organizzazioni dei diritti umani. A me chiese di spiegare esattamente quale fosse stato il funzionamento dell'organizzazione repressiva in Brasile. È stato un lavoro molto lungo, ma allo stesso tempo interessante, perché per la prima volta mi sono dovuto sedere davanti a un computer e ricostruire la dinamica di funzionamento di questo mostro repressivo.
    Ho quindi potuto ricostruire l’intera organizzazione e collocare al suo interno le persone che formavano la catena di comando dell'intero apparato di repressione brasiliano, responsabile, tra l’altro, dei casi di sparizione di cui si sta occupando la giustizia italiana: Horacio Domingo Campiglia e Lorenzo Ismael Viñas. È quindi evidente che le persone per le quali è stata richiesta la detenzione facevano parte del comando dell’azione repressiva in America Latina.

    -Qual è il significato di questa azione giudiziale e che importanza può avere per il futuro?

    -Nel caso di alcuni paesi, come per esempio Argentina, Uruguay e Cile, la giustizia sta procedendo velocemente nei confronti di quelle persone che furono responsabili di questi crimini.
    Nel caso del Brasile, invece, non è mai stato fatto nulla ed è per questo che l’azione della magistratura italiana sta provocando forti reazioni tra quelle persone che erano convinte di godere di un’immunità automatica e che non sarebbero mai state processate. Anche all’interno del governo Lula, dove ci sono ministri che sono stati vittime della dittatura, le reazioni sono state forti ed abbastanza confuse. L’iniziativa della giustizia italiana è molto importante ed aiuta a sollevare quel velo di silenzio ed oblio che si stava creando. L’impatto è stato molto forte ed anche i mezzi d’informazione stanno seguendo il caso con estremo interesse. Nei prossimi mesi, quando i due rami del Parlamento torneranno a riunirsi, un senatore ci ha già detto che chiederà alla Commissione dei Diritti Umani del Senato di convocare i militari coinvolti nel caso affinché diano una loro dichiarazione.

    -Il Movimento di Giustizia e Diritti Umani di Río Grande do Sul (MJDH) lavora da molti anni sul tema delle violazioni ai diritti umani durante gli anni 70 ed 80 in Brasile e nel continente latinoamericano. Qual è per voi e per i parenti delle vittime il significato concreto, ma anche simbolico, della Memoria?

    -La memoria è estremamente importante. Conoscere ciò che è successo è un diritto fondamentale delle persone e della democrazia. La democrazia ha delle esigenze. Io dico sempre che la democrazia è molto simile ad una signora incinta: o è incinta o non lo è. Non ci sono vie di mezzo. La stessa cosa accade con la democrazia: o è democrazia in tutta la sua pienezza o non è democrazia. Non possiamo pensare ad una democrazia, a rafforzarla, a sostenerla, a consolidarla se non sappiamo ancora cosa sia successo esattamente in quegli anni. Per poter guardare avanti è importante sapere “chi ha fatto che cosa” e riscattare questa storia recente dei nostri paesi. Senza risolvere questo passato, a cui dalle nostre parti diamo il nome di "anni di piombo", per la loro pesantezza, durezza e grigiore, non è possibile andare avanti. Con questa azione della giustizia italiana, il tema di quegli anni viene nuovamente portato alla ribalta ed i parenti delle persone scomparse in tutti questi paesi (Argentina, Uruguay, Cile, Perù, Brasile, Paraguay, Bolivia) vivono uno stesso sentimento, che non è di vendetta, bensì di giustizia.
    Vogliono che questi signori godano del diritto alla difesa, quello stesso diritto che hanno negato ai loro famigliari, ma esigono che vengano giudicati per i crimini commessi.

    -Attualmente, delle 140 persone inquisite solo l'ex agente dei servizi segreti della Marina uruguaiana (Fusna), Néstor Jorge Fernández Tróccoli, è stato arrestato in quanto viveva in Italia. Che possibilità ci sono che anche gli altri vengano estradati in Italia?
    -Nel caso del Brasile, la Costituzione non permette l'estradizione di un cittadino brasiliano, ma il Potere Giudiziale ha il dovere di giudicare questi criminali in Brasile e non può ignorare ciò che la giustizia italiana sta chiedendo. Io dico sempre che l'ultimo Potere dello Stato a democratizzarsi nuovamente dopo una dittatura è quello Giudiziario, ma in questo caso ci sono anche accordi bilaterali ed un impegno internazionale diretto tra Italia e Brasile in tema di Diritto Penale che obbliga il Brasile a dover agire in questo modo. Indubbiamente, anche la gente e le organizzazioni dovranno esercitare una forte pressione affinché questo avvenga.
    Un altro tema che ora si sta cercando di inserire nel dibattito è quello dell'amnistia.
    Il ministro di Giustizia del Brasile, Tarso Genro, ha già emesso dichiarazioni al rispetto. Io lo conosco da molto tempo ed è una persona che ha provato sulla propria pelle la repressione di quegli anni ed ha dovuto anche rifugiarsi in Uruguay.
    È importante chiarire che la Legge di Amnistia è stata approvata il 28 agosto del 1979, cosicché non ha niente a che vedere con questi casi, perché si riferiscono a fatti accaduti nel 1980. Si sta dicendo inoltre che questi crimini sono prescritti. È vero che i casi di omicidio prescrivono dopo vent’anni, ma qui stiamo parlando di casi di sparizione e secondo il Codice Penale brasiliano, la sparizione è un crimine continuato. Finché non appare il corpo o la persona il crimine continua a sussistere. La giustizia brasiliana ha tra le mani una vera e propria sfida: prendere una decisione su questi casi e ciò potrebbe essere molto utile anche per altri casi irrisolti.
    Per quello che riguarda gli altri paesi, ce ne sono alcuni che ammettono l’estradizione e la mia percezione è che alcuni di essi lo faranno. Altri processeranno gli indagati nel proprio paese, come ad esempio Argentina e Uruguay. In ogni caso, l’ordine internazionale di detenzione obbligherà le persone inquisite a non poter uscire dai loro paesi per timore di essere arrestati e portati in Italia.

    -Qual è stata la reazione della gente a questa notizia?

    -Ti faccio un esempio. Dopo la diffusione della notizia proveniente dall'Italia, molte persone che io non conosco mi fermano e mi salutano per strada, si congratulano. La stessa cosa mi è successa in Argentina ed in Uruguay. Io credo che se la brutalità che abbiamo dovuto subire fosse accaduta in Europa, sicuramente avrebbero già fatto libri, film, studi accademici, ma in questa parte del mondo è molto più difficile e complicato. Quando accadono cose come queste, la gente acquista coraggio e nuove speranze.

    -In che modo in Italia e nel mondo la gente può partecipare a questa nuova tappa di lotta per arrivare alla verità?

    -Può manifestarsi dirigendosi alle istituzioni che nei nostri paesi sono coinvolte in questo caso e può anche inviare al nostro indirizzo lettere di sostegno per il lavoro che stiamo facendo.

    (Da Managua, Giorgio Trucchi Rel-UITA 9 Gennaio 2008)


    * Daniel Álvaro Banfi Baranzano, Gerardo Gatti, Maria Emilia Islas de Zaffaroni, Armando Bernardo Arnone Hernandez, Juan Pablo Recagno Ibarburu, Andrés Humberto Domingo Bellizzi, Ileana Sara Maria Garcia Ramos de Dossetti, Edmundo Sabino Dossetti Techeira, Yolanda Iris Casco Ghelpi de D’Elia, Julio Cesar D’Elia Pallares, Raul Edgardo Borelli Cattaneo, Raul Gambaro Nuñez, Hector Orlando Giordano Corazzo, Guillermo Tamburini, Maria Cecilia Magnet Ferrero, Luis Faustino Stamponi Corinaldesi, Mafalda Corinaldesi de Stamponi, Alejandro José Logoluso Di Martino, Dora Marta Landi Gil, Horacio Domingo Campiglia Pedamonti, Lorenzo Ismael Viñas Gigli, Juan José Montiglio Murua, Omar Roberto Venturelli Lionelli, Jaime Patricio Donato Avendaño, Juan Bosco Maino Canales.

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