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Nicaragua - Quanti morti sono necessari per essere ascoltati?

Ne muoiono due al giorno. Sono gli ex lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero
13 febbraio 2008 - Giorgio Trucchi

Ex cañeros e vedove di ANAIRC durante la visita della UITA (© Foto G. Trucchi)

Sono arrivati a 2.677 i morti per IRC che la Asociación Nicaraguense de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica (ANAIRC) ha registrato negli ultimi anni. Sono tutti ex lavoratori (cañeros) dell'Ingenio San Antonio, impresa di proprietà della compagnia Nicaragua Sugar Estates Ltd. (NSEL) che è parte del potente Grupo Pellas, il cui presidente è l'ing. Carlos Pellas Chamorro.

Il concetto, sfortunatamente poco astratto, secondo il quale il lavoro è molte volte sinonimo di morte, ha imperversato nelle ultime decadi nella maggioranza dei paesi. Un fenomeno che si acutizza mano a mano che ci spostiamo verso il Sud del mondo.
Lavoratori e lavoratrici continuano ad essere vittime delle "morti bianche", non importa il continente dove ciò accade e nemmeno che si tratti di braccianti agricoli, lavoratori della costruzione o di una maquila. Il risultato non cambia: il lavoro necessario, che dovrebbe dare dignità all'essere umano ed essere fonte di orgoglio personale, si trasforma in una trappola mortale sotto gli sguardi troppe volte disinteressate delle società, di buona parte della classe politica e del settore imprenditoriale.

"Morire di lavoro" è qualcosa che accomuna i settori più impoveriti ed emarginati del pianeta. Manodopera a buon mercato che si trasforma in numeri e statistiche, in perfetti sconosciuti e sconosciute, le cui identità acquisiscono un valore solamente per un ristretto circolo familiare e molte volte, nemmeno per esso.

Nella mia terra esiste un detto che è abitudine ripetere ai giovani che finiscono i loro studi e che si preparano a guadagnarsi la vita: "il lavoro nobilita l'uomo". Queste parole, che probabilmente esprimono un'antica e lontana accezione maschilista secondo la quale solo l'uomo era fatto per lavorare, racchiudono in sé un significato molto profondo che si è perso col passare del tempo, schiacciato da concetti, teorie e modelli economici che continuano a negare una verità molto semplice: è il lavoro la principale fonte della ricchezza e quindi, i lavoratori e le lavoratrici dovrebbero poter godere del rispetto dei loro diritti umani, lavorativi e sindacali, che sono ampiamente riconosciuti a livello internazionale.
Non è quasi mai così ed il drammatico caso degli ex cañeros del Nicaragua è solo un piccolo esempio di come le lunghe giornate lavorative abbiano molto poco di nobile, trasformandosi invece nell'ultimo respiro di un essere umano.

"Il cubano" e "Dennis Martínez"

Juan Cabrera e Mariano Duarte: deceduti (© Foto G. Trucchi) L'ultima volta che ho visto Juan Cabrera e Mariano Uriarte é stato a Chichigalpa nel mese di novembre 2007, durante la seconda valutazione del progetto pilota di assistenza sanitaria finanziato dall'Associazione Italia-Nicaragua.
Entrambi erano molto contenti di far parte del progetto e di aver migliorato la propria situazione. Juan Cabrera, "il cubano", continuava a ringraziare il Signore e la solidarietà internazionale perché la creatinina le si era stato abbassata molto. Ti guardava con un sorriso e ti ringraziava nuovamente, stringendoti forte la mano e facendoti vedere le braccia che già non erano gonfie come prima.
"È morto improvvisamente per un "attacco di cuore", racconta Carmen Ríos, presidentessa di ANAIRC. "Si è sentito molto male ed ha cercato un taxi per andare al Centro de Salud. Durante il tragitto ha avuto il primo attacco. Sono riusciti a stabilizzarlo, ma alle 4 della mattina ne ha avuto uno più forte e se ne è andato per sempre. Non ci sono dubbi che sia una conseguenza della IRC, perché questa malattia compromette progressivamente gli altri organi".

Per Mariano Uriarte, che assomigliava al campione nicaraguense di baseball Dennis Martínez, tanto che quando glielo dissi era scoppiato a ridere a più non posso, il processo che l'ha condotto alla morte è stato ancora più doloroso.
"Stava molto male, ma col progetto siamo riusciti a fargli scendere la creatinina da 14 a 6,4. Gli hanno proposto una dialisi, ma non ha voluto, perché diceva che aveva già disturbato troppo la sua famiglia e che voleva farla finita con tutta questa sofferenza. La creatinina gli è arrivata a 42 ed è morto in pochi giorni", ricorda Ríos.

Secondo l'ultima ricerca di Denis Meléndez Aguirre, del Centro de Información y Servicios de Asesoría en Salud (CISAS), intitolata "L'ultimo raccolto: l'Insufficienza Renale Cronica nella storia del lavoro agricolo in Nicaragua", al 30 aprile 2007 il numero di persone decedute era di 2.433. Di conseguenza, durante gli ultimi 24 mesi sono decedute 1.426 persone, con una media mensile di 59,42 decessi. Secondo ANAIRC, gli ultimi calcoli datati 8 gennaio 2008, indicano un totale di 2.677 persone decedute a causa della IRC. Una vera epidemia che supera le percentuali di mortalità di qualsiasi altra malattia.
"La gente continua ad ammalarsi - ci ha detto la presidentessa di ANAIRC - e stiamo scoprendo nuovi casi all'interno dell'Ingenio San Antonio.
Di fronte a questa situazione stiamo continuando a collaborare con il Ministero della Sanità (MINSA) e con la Previdenza Sociale (INSS) per poter garantire le medicine e le cure specialistiche e la risposta è stata soddisfacente.
In molti casi è necessaria la dialisi, ma esiste ancora una certa sfiducia tra gli ammalati, i quali si rifiutano di andare in ospedale e nei centri specializzati".

Il caso di Juan Martínez è emblematico.
"Mia figlia Mercedes è morta di IRC quando aveva 21 anni. Le hanno fatto la dialisi nell'ospedale di León e l'hanno ricoverata per circa tre mesi. Una volta uscita è tornata a casa per continuare la cura, ma non c'erano le condizioni igieniche necessarie per casi come questo e la ferita si è infettata. Alla fine ha deciso di strapparsi il catetere e dopo mezz'ora è morta. Questo non è l'unico caso ed è per questo che la gente ha paura della dialisi. Tra gli ammalati esiste la percezione che si soffra molto. Soffre l'ammalato, soffre la famiglia e di solito si tratta di persone molto povere che non sono in grado di offrire un ambiente ed un'alimentazione adatta e nemmeno sostenere gli alti costi dei trasporti e delle medicine.
La gente è convinta che la dialisi non serva a niente e che, al contrario, accelera il processo che porta alla morte".

Durante un'intervista, il Dottor Jesús Marín, direttore del Centro Nazionale di Prevenzione e Controllo di Sostanze Tossiche del MINSA, ci ha detto che la causa di questo rifiuto degli ammalati nei confronti della dialisi è dovuta alle esperienze negative del passato. Ha inoltre segnalato che la nuova amministrazione del MINSA ha fatto ingenti investimenti sulla IRC ed ha invitato gli ammalati ad avvicinarsi ai cinque centri specializzati aperti nel paese.
"È necessario che il MINSA promuovi una forte campagna per convincere la popolazione che la situazione è cambiata, che è migliorata l'assistenza sanitaria e che la dialisi è molto importante, come è anche importante la somministrazione di medicine nelle prime fasi della malattia.
Forse - ha continuato Martínez - bisognerebbe adibire alcuni locali per la fase di guarigione del malato, prima di essere dimesso e far ritorno a casa, dove le condizioni igienico-sanitarie molto spesso sono pessime per le condizioni di povertà. È anche importante che il MINSA dia importanza non solo alla IRC, ma anche a quelle malattie provocate ed indotte dall'insufficienza renale. Per il momento ci stiamo arrangiando grazie alla solidarietà internazionale", ha concluso il membro di ANAIRC.

Negoziazioni: fino a quando bisognerà aspettare?

Sebbene da una parte l'attuale governo ha cominciato a dare risposte concrete al caso dell'IRC, dall'altra l'atteggiamento della compagnia proprietaria dell'Ingenio San Antonio sta dimostrando un apparente totale disinteresse.
"ANAIRC è riuscita ad ottenere la concessione di 3.860 pensioni e questo è il risultato di un grande sforzo a favore non solo dei nostri affiliati, bensì di tutti gli ammalati e le vedove", ha commentato Carmen Ríos.
"Un punto che non abbiamo ancora potuto risolvere è invece quello relativo alle negoziazioni con l'impresa, che continuiamo a considerare una delle parti che devono partecipare alla soluzione di questo drammatico caso. Negli ultimi otto mesi abbiamo inviato lettere al signor Carlos Pellas per poterci riunire e cominciare a dialogare per cercare una via d'uscita, ma fino a questo momento non abbiamo ricevuto risposte, ma solo tattiche dilatorie".

Secondo la presidentessa di ANAIRC, non si può far finta di niente di fronte alla presenza di migliaia di ammalati che sono stati lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero, tra cui l'Ingenio San Antonio. Ultimamente stanno anche apparendo casi di IRC tra le persone che vivevano dentro le piantagioni.
"Evidentemente è un problema di salute pubblica che colpisce e complica anche il processo di produzione dell'industria zuccheriera. Considerando che si tratta di un caso che necessita dell''intervento di tutti gli attori sociali ed economici del paese, in reiterate occasioni abbiamo sollecitato il suo interessamento per le persone con IRC, ma fino a questo momento questa richiesta non è stata accolta con la serietà che merita il caso. Le persone continuano a morire a causa della IRC", esprime l'ultima lettera inviata all'impresa lo scorso 29 gennaio 2008.

Per Ríos, "i lavoratori continuano ad ammalarsi ed a morire e quindi dobbiamo muoverci. Abbiamo cercato una comunicazione diretta con l'impresa, ma sembra che a loro non importi e quindi ci vediamo obbligati ad usare altri strumenti per essere ascoltati, con il sostegno di organizzazioni nazionali ed internazionali. Di una cosa può essere sicura l'impresa: non riuscirà a farci stancare", ha concluso.

Nella pagina web del Grupo Pellas, la compagnia definisce come visione e principi del gruppo "contribuire, in modo sostenibile, con investimenti e programmi di sviluppo sociale ed ambientale. Stimare il nostro personale, siamo sensibili alle sue necessità e ci proponiamo di contribuire al suo sviluppo, abilitarlo, remunerarlo adeguatamente e motivarlo nella ricerca dell'eccellenza. Operare in base a stretti principi etici, sociali ed ambientali sostenendo lo sviluppo della nostra comunità e la protezione dell'ecosistema".

Quanti morti sono ancora necessari per essere ascoltati?

© (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )

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