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    Brasile, Mato Grosso do Sul : una tribù Guaranì-Kaiowà minaccia un suicidio di massa

    La violenza gentile dei Guaranì

    Quando un tribunale brasiliano li condanna ad abbandonare anche le "sacre” terre degli antenati, scelgono di morire piuttosto che abbassare di nuovo la testa dinanzi a un potere che riconosce solo la legge del più forte.

    E' una storia normale in tutto il Sud America, che si ripete tutti i giorni da cinquecento anni, da quando cioè abbiamo cominciato a conoscere gli indigeni americani, tanto ignoranti e stupidi da non lamentarsi nemmeno se continuiamo a chiamarli "indiani" o se scherzando con un amico gli diciamo "indio",  per fargli capire che ha fatto una cretinata.

    E' una storia normale, ancora oggi che in Argentina, in Ecuador, in Bolivia, in Venezuela e in Brasile sembra che al governo cominci ad arrivare una piccola parte di chi capisce che quegli "ignoranti e stupidi indiani" sono sempre stati molto più vicini ai concetti veri che possono far sentire l'uomo cosciente del proprio ruolo sociale, parte della natura e quindi consapevole che il rispetto per se stesso e per la specie umana passa necessariamente attraverso il rispetto della natura e delle sue regole.

    Natura che, né l'economia né le leggi brasiliane o quelle di qualsiasi altro paese "evoluto" vogliono più rispettare nel nome del profitto e della necessità di aumentare esponenzialmente le risorse da dedicare al consumo, natura che è ormai trattata come fattore della produzione e non come madre terra.

    Ma cerchiamo di capire cosa ha scatenato la violenza gentile dei Guaranì:

    Un bambino della tribù Guarani Kaiowa.

    Nella regione di Kurussu Ambà, nel comune di Coronel Sapucaia, nel Mato Grosso do Sul, uno stato meridionale del Brasile,  ha sempre vissuto il popolo Guaranì-Kaiowà, ma oggi questa terra è proprietà di un fazendero che produce canna da zucchero. Più di una volta una piccola comunità Kaiowà ha tentato pacificamente di tornare sulle proprie terre, ma ogni volta la polizia militare ed i paramilitari della fazenda hanno sgomberato la zona e fatto arrestare i leader della protesta.

    Pistoleros paramilitari hanno ucciso un capo spirituale e deportato e confinato, a colpi di pistola, tutti gli indigeni in un altro villaggio, dove in seguito ad altre proteste quattro attivisti sono stati arrestati ed un quinto assassinato a sangue freddo.

    Ad oggi sono liberi gli assassini e condannati a 17 anni di prigione gli attivisti indigeni.

    Ma l'impotenza che genera questa evidente disparità di trattamento giuridico è esasperata da un diffuso terrore che aleggia da troppo tempo tra la popolazione indigena dei Guaranì-Kaiowà per gli stupri alle donne, per gli attentati contro chi prova a reagire e per l'impunità di chi fa loro violenza. Qualcuno ha parlato di un vero e proprio "genocidio" del popolo Guaranì-Kaiowà, che fa tornare alla memoria i massacri compiuti dai colonizzatori europei secoli fa.

    "Para nosso povo não é possível esquecer que a terra é o suporte que sustenta toda natureza, toda vida, porque depois que Tupã fez a natureza percebeu que não tinha quem admirasse os rios, a mata e as montanhas. Foi daí que Tupã pensou e criou o Guarani para admirar toda a beleza que fez"

    "Per il nostro popolo non è possibile dimenticare che dalla terra nasce tutta la natura, tutta la vita, perché dopo che il nostro Dio creò la natura capì che non c'era nessuno per ammirare i fiumi, i boschi e le montagne. Fu per questo che pensò e creò i Guarani per ammirare tutta la bellezza del creato" 

    Di fronte a una serie tanto disarmante di sopraffazioni ed alla impossibilità di essere tutelati da una legge che non risponde a giustizia, la violenza è scoppiata nell'unico modo che può esprimere un popolo orgoglioso della propria identità ma impotente e ormai disperato.

    E’ stato quando un giudice ha accolto la petizione del proprietario della fazenda ed ha intimato lo sfratto alla tribù Guaranì, che pur abitando da sempre quella terra non ne ha mai avuto un titolo di proprietà, la tribù  ha perso qualsiasi interesse per la vita e come ultima violenta e pacifica protesta ha  promesso di suicidarsi in massa , perché nessuno postrà lasciare la terra "sacra”.    

    Sono cinquanta uomini, cinquanta donne e settanta bambini che rivendicano il loro diritto sul suolo in cui sono sepolti i loro antenati, il luogo in cui i vivi entrano in contatto con il mondo dei morti, il luogo della loro identità, il luogo dove dove venivano prese tutte le decisioni, in armonia con la Madre Terra, perché le culture e le religioni pre-colombiane, di questi popoli indigeni, erano e sono ancora inscindibili dalla natura.

    Ormai nessun uomo della tribù ha la forza o l'intenzione di combattere contro la decisione del giudice e tutti hanno deciso che piuttosto che obbedire alla sentenza preferiscono morire su quella stessa terra che li ha fatti vivere e lo hanno scritto al Governo brasiliano, con una lettera che chiede che vengano rispettati i loro desideri: “ Se è successo questo evento storico, noi preferiamo morire ed essere sepolti insieme con i nostri antenati, proprio qui dove siamo ora. Chiediamo, in via definitiva, che il governo decreti la nostra estinzione come tribù e faccia scavare una buca grande dove dovranno essere gettati i nostri cadaveri. Noi tutti abbiamo deciso che non lasceremo questo posto, né vivi né morti.

    Le tribù indigene del sud del Brasile ormai da molti anni si battono per il riconoscimento del loro diritto a continuare a vivere nelle loro terre tradizionali, molte delle quali ora sono proprietà di agricoltori e di ricchi fazenderos. Queste tribù vivono della terra e svolgono attività di sussistenza, come caccia, pesca, coltivazioni stagionali, raccolta di frutta e radici, si muovono su grandi territori e questo rende difficile conciliarli con un sistema alla continua ricerca di espansione per nuove zone da dedicare alle coltivazioni bio-agricole e che per questo devono continuamente procedere a nuove distruzioni delle foreste.

    Ma a parte tutti i gravissimi problemi ecologici e di inquinamento di aree sempre più ampie di quella che fino a pochi anni fa era la parte sud della foresta amazzonica, si deve anche tenere conto della situazione di forte incertezza e di pessimismo delle popolazioni indigene, che non sono più in grado di pianificare il proprio futuro, che vivono in miseria e spesso sopravvivono solo dei generi di prima necessità che manda il Governo: questa non è miseria è un controsenso della civiltà moderna, perchè questa zona è in una delle regioni più fertili e ricche di risorse naturali.  

    Non sarebbe sbagliato osservare attentamente questo fenomeno e compararlo con i danni sociali che sta provocando in Europa, e nei paesi occidentali in genere, la frattura sempre più ampia tra politica/finanza/ economia da un lato e morale/etica/lavoro dall’altro. E' vero, qui stiamo parlando di un problemadei guaranì ma queste situazioni di contrasto tra il rispetto della dignità e dell'etica (dette concetti obsoleti) e le economie neo-liberal (dette impropriamente moderne) si ripetono continuamente, non solo nei paesi del sud America.

    Esiste ovunque una sensazione di precarietà e di insicurezza diffusa che sta provocando un preoccupante incremento di problemi di alcolismo, di droga e di conflittualità interna alle stesse tribù, dove si registra anche un notevole incremento nel numero di suicidi,   soprattutto tra i giovani, che non trovano una loro collocazione lavorativa nell'ambito della società in cui dovrebbero inserirsi e contemporaneamente sentono sempre più flebile ogni legame con una cultura indigena sempre più lontana dal mondo reale, dove è tollerata con sufficienza, spesso derisa.l'

    Adesso si parla di una situazione di una “gravità eccezionale, estremamente preoccupante” e un deputato brasiliano ha scritto al governo: “Questa tribù è rimasta attaccata alla sua cultura e alle sue terre per secoli. Ora potrebbe restare nella memoria degli uomini come quella tribù che si è cancellata dalla storia con un suicidio collettivo. Dobbiamo prendere le misure necessarie per evitare il peggio.”

    Serviva che questa gente arrivasse alla disperazione e che minacciasse un suicidio di massa per far parlare, almeno un poco, dei problemi che affliggono oggi tutta la popolazione mondiale ? Serviva arrivare a questo punto ignominioso in cui l'uomo di oggi sta saccheggiando le riserve naturali, patrimonio di una umanità senza tempo, lasciate solo in uso dall’uomo del passato e solo per essere custodite fino a quando si dovranno lasciare in eredità all’uomo di domani.

    Servivano questi indios, trattati senza rispetto non solo dalle oligarchie governative ma anche dalla maggioranza della popolazione borghese dei centri urbani, per ricordarci che quel contratto ideale, che noi uomini del  mondo occidentale insistiamo ad ignorare, tra uomo e natura esiste ancora ed che è un dovere rispettarlo ? O forse questo è un dovere che, solo una incivile cultura india, considera tanto essenziale per la vita umana da assumerlo come principio indiscutibile della sua religione, tanto da prevedere punizioni divine per chiunque lo violi ?

    Ma noi occidentali abbiamo dei credo molto più sofisticati di questi "indios" e siamo molto abili nello schivare le frequenti ma non inevitabili punizioni della giustizia, almeno per chi è pratico di parlamenti e di tribunali.

    Per noi, uomini della civilissima cultura occidentale, ormai le punizioni divine non sono più cose di questo mondo, in fondo si tratta solo di stupide norme morali.

    Note:

    http://www.dailymail.co.uk/news/article-2222294/Entire-Indian-tribe-threatens-commit-mass-suicide-Brazil-court-rules-leave-sacred-burial-land.html#ixzz2AOLs9Y00

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