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Fulvio Tomizza: i suoi libri, la sua Istria...

C'e' stata gente che, ad un certo punto della propria vita, ha caricato quanto piu' poteva su un carro tirato dai manzi o su una corriera ed e' partita; lasciando per sempre la terra dei padri. Fra loro un ragazzo che, prendendo appunti sul taccuino indelebile del cuore, avrebbe scritto di loro per sempre!
20 febbraio 2005 - Elisabetta Caravati

Quel ragazzo istriano, Fulvio Tomizza, da ragazzo e poi da uomo, ha narrato, in libri diversi, con lo stesso amore la stessa passione lo stesso coinvolgimento, i sentimenti e le ragioni di chi e' partito cosi' come di chi e' rimasto nella sua Istria. Quel ragazzo ha ripetuto all'infinito di come i padri ed i nonni di coloro che sono partiti o rimasti, avevano appreso soltanto, dopo la fine della prima guerra mondiale, il loro essere italiani o slavi, ed era stata, per loro, una scoperta forzata, una scelta imposta. I contadini, fino a quel momento, avevano vissuto le loro vite fatte di lavoro, di miseria, di famiglia, di religione; parlando un dialetto misto di croato e italiano; lasciando che la storia si svolgesse altrove. Poi, improvvisamente, dopo che quelle terre passarono all'Italia, tutto cambio'! Venne imposto di parlare italiano anche al prete durante le prediche delle messe in latino; e tutti gli slavi vennero "invitati" ad emigrare, oltre Fiume, nel giovane stato jugoslavo. La gente "decise" se essere italiana o croata; e, all'interno delle stesse famiglie, vennero prese decisioni diverse; molti aggiunsero qualche vocale e tolsero qualche accento al proprio cognome italianizzandolo per sempre!
Un'altra guerra poi avrebbe sconvolto, nuovamente e in modo definitivo, quella realta' contadina destinata a scomparire e a perdere la propria identita'; destinata a "mescolarsi" poi, con tanta altra gente venuta a occupare le case lasciate vuote degli "italiani" partiti per sempre verso un'altra terra, un altro Stato!

In "Materada", scritto nel 1960, Tomizza narra la storia di una famiglia (la sua suppongo, essendo Materada il villaggio istriano dove Tomizza nacque) che al consolidarsi del regime comunista, lascio' tutto e parti'. Ma tre anni dopo, Tomizza, raccontera' in "La ragazza di Petrovia" un'altra storia, sempre della sua stessa gente, rimasta oltre il confine. Scrivera', in "Franziska", la storia (vera) di un amore impossibile fra una slovena e un italiano. Prima, pero', in "La miglior vita", attraverso gli scritti di un sacrestano, Fulvio Tomizza sapra' narrarci: due grandi guerre, mutamenti di nazionalita', esodi volontari e/o forzati, una rivoluzione socialista, un'epidemia di vaiolo e un terremoto, in una semplicita' straordinaria ricca di sentimenti e di amore per la sua Istria; alla fine della sua vita, il sacrestano, sintetizzera' quasi un secolo di storia in una semplice frase: "Continuavamo a trovarci in piena guerra per l'eterna questione dell'essere italiani e dell'essere slavi, quando in realta' non eravamo che bastardi."
Prima e dopo: "Il bosco di acacie" e "Dove tornare?" e tante altre opere, sopratutto di narrativa, oltre che di teatro e di letteratura per l'infanzia, fino all' ultimo romanzo scritto da Fulvio Tomizza, poco prima della sua morte: "Nel chiaro della notte". In quest'ultimo suo libro i temi sono sempre gli stessi, cosi' come i luoghi e i personaggi, la differenza e' che questa volta il tutto e' narrato attraverso i sogni. E nei sogni chi parte puo' anche restare, il padre morto puo' tornare a vivere e poi di nuovo a morire; e i confini geografici sono diversi da quelli tracciati sulle carte, cosi' che a Milano, ad esempio, si puo' arrivare via mare. Nel sogno gli angoli sono smussati, le angosce e il dolore attenuati e tutto e' piu' leggero, piu' semplice, piu' vero; ma il destino dei sogni e' per tutti uguale: svanire nella prevedibilita' del giorno...

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