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    Privatizzazioni

    L'acqua va ai francesi, i cittadini non pagano

    «Oro blu» e proteste, dal basso Lazio alla Sicilia
    28 gennaio 2007 - Andrea Palladino
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    C'è una vecchia espressione napoletana che viene in mente quando si tente di descrivere lo stato dell'arte delle società che gestiscono l'acqua in Italia, «facite ammuina». Era l'ordine che il comandante di una nave dava per far vedere che c'era movimento: «Chi sta avanti vada dietro, chi sta a destra vada a sinistra...». Se è vero che le grandi imprese - quasi tutte multinazionali - sono facilmente elencabili, gli incroci societari, i sistemi di scatole cinesi, gli intrecci tra pubblico e privato sono il marchio caratteristico che si ritrova in molti Ato, gli ambiti territoriali ottimali disegnati dalla legge Galli. Così, dietro ai tre modelli possibili di gestione delle risorse idriche in Italia (mista pubblico-privato, pubblica o completamente privata) si nascondono architetture societarie che la stessa Autorità della concorrenza definisce spesso «complicate».
    Nella provincia di Latina nel 2001 la gara per la gestione delle risorse idriche venne vinta da un raggruppamento di imprese che, in cinque anni, ha visto almeno due ridefinizioni societarie. E se oggi il 49% di Acqualatina spa, il gestore responsabile della distribuzione dell'acqua, è saldamente in mano alla multinazionale francese Veolia, il grido «facite ammuina» lo si ritrova nei conti e, di conseguenza, nelle bollette che i cittadini pagano per il bene comune più prezioso. Primo dato, quello più eclatante: aumenti che vanno dal 50 al 1.000%; secondo dato, tanti soldi per coprire consulenze infragruppo (date cioè ad aziende collegate al gruppo Veolia); terzo dato, un rapporto tra il pubblico (rappresentato dalla conferenza dei sindaci della provincia di Latina) e Veolia complesso e sbilanciato. Ad onor del vero anche i cittadini hanno voluto rispondere con la loro ammuina: in 6 mila ad Aprilia, città di 56 mila abitanti della provincia, hanno deciso che non riconoscono il gestore francese come loro padrone dell'acqua. Si sono riuniti in comitato, hanno rispedito al mittente le bollette e stanno pagando l'acqua a chi da sempre l'aveva gestita, il Comune.
    La sede del comitato ha trovato ospitalità in varie sedi (comitati di quartiere e associazioni). Chi lo guida sono cittadini normali che magari avevano avuto qualche esperienza collettiva nelle scuole per discutere insieme i problemi dei figli. Pochi provengono dal mondo politico. Ora si trovano davanti anziani con una pensione inferiore alla bolletta ricevut, piccoli commercianti che usano l'acqua nel negozio solo per i bisogni più urgenti che si sono visti triplicare il costo e famiglie monoreddito che passano l'intera giornata fuori città, come pendolari precari, e che non sanno dove trovare i soldi per pagare l'acqua che consumano. Ogni giorno assistono decine, a volte centinaia di utenti-cittadini, che fanno la fila portando una cartellina con la scritta «acqua».
    E' difficile per loro capire che il solo costo dello stipendio dell'amministratore delegato vale 250 mila metri cubi d'acqua o che il contratto di managment che Veolia offre a se stessa all'interno di Acqualatina costa più di un milione di euro all'anno. Guardano la bolletta con un certo stupore quando leggono sui giornali che il «gestionale» che ha calcolato quegli aumenti per loro inspiegabili si chiami «Genio» e che è costato 4,2 milioni di euro («ma divisi su tre anni», spiega il gentilissimo ufficio stampa di Acqualatina). Capire come funziona il bilancio del loro gestore dell'acqua poi gli interessa in realtà poco: sono più interessati alla cifra finale che gli arriva in busta chiusa a casa. Interessa però alla Guardia di Finanza e alla Procura della repubblica che da tre anni starebbero cercando di ricostruire le consulenze infragruppo per verificare l'eventuale sussistenza di una possibile evasione fiscale e altri reati più gravi. La visita dei finanzieri (che starebbero contestando la congruità di 14 milioni di euro) l'hanno dovuta inserire in bilancio, decidendo di accantonare 90 mila euro per far fronte agli imprevisti con l'Agenzia delle entrate. La stessa Regione Lazio ha deciso due giorni fa di schierarsi con i comuni della provincia che non hanno ratificato la convenzione con Acqualatina e hanno fatto ricorso al Tar. L'assessore regionale Filiberto Zaratti va anche oltre: «La Regione avvierà un'indagine amministrativa sull'attività di gestione del servizio di Acqualatina».
    Se le famiglie della provincia di Latina si trovano in difficoltà, Veolia non sta messa meglio, visto che per garantire l'equilibrio economico finanziario ha dovuto chiedere 14 milioni di euro ai sindaci e le banche dati alle anagrafi per scovare chi l'acqua si ostina a non pagarla. Hanno poi dato l'incarico a un'agenzia di recupero crediti di cercare di convincere i cittadini di Aprilia che pagare le bollette al Comune non vale, facendo chiamare a casa o inviando lettere che promettono la sospensione del servizio.
    Il comitato dei cittadini di Aprilia ha però deciso di andare fino in fondo. Raccoglie documentazione, analizza i bilanci, presenta ricorsi. E qualche piccola vittoria l'ha già raggiunta. Il Tar ha infatti dichiarato non applicabili alcune clausole contrattuali che prevedevano, ad esempio, la rescissione del contratto (cioè la chiusura definitiva dell'acqua) per chi non pagava le bollette senza ricorrere all'autorità giudiziaria o la sospensione del servizio per chi era in ritardo di due bollette. Il consiglio comunale di Aprilia ha poi deciso di non ratificare il contratto di servizio, creando una spaccatura di fatto tra sindaco e consiglieri.
    In realtà il rapporto tra la parte politica che dovrebbe decidere e controllare le politiche idriche e la Veolia che possiede quasi l'intero pacchetto del 49% delle azioni che spettano al privato è a dir poco complesso. Nell'accordo di concessione è infatti previsto che i sindaci dei Comuni e i presidenti della Provincia di Latina e di Roma (nell'Ato 4 sono inclusi anche i comuni di Anzio e Nettuno, che si trovano in territorio romano) debbano garantire l'equilibrio finanziario del contratto stesso. Se c'è qualcuno che ci deve rimettere, in altre parole, non può essere la multinazionale. Così il 28 settembre 2005 la conferenza dei sindaci e dei presidenti ha stabilito che «quanto dovuto ad Acqualatina da parte dell'Ato 4 per raggiungere l'equilibrio economico finanziario (...) è pari a un importo complessivo di 14,7 milioni di euro». Un impatto economico notevole per comuni spesso già in difficoltà. La soluzione? Questi soldi dovranno essere reperiti con la lotta all'utenza abusiva. Nel frattempo Acqualatina chiede un prestito «rimanendo esclusa qualsiasi forma di garanzia da parte del soggetto gestore». Questa soluzione, proposta nel bilancio 2005, ha subito una modifica nel luglio scorso. La conferenza dell'Ato 4 ha rivisto il contratto di concessione, correggendo alcuni punti cruciali quali le tariffe (altri aumenti in vista) e le norme che regolano l'eventuale uscita di Veolia.
    Facite ammuina, dicevano i comandanti napoletani. E i marinai correvano da una parte all'altra... Anche Veolia sposta i suoi marinai. Ad esempio Luigi Besson, vice presidente di Acqualatina, è al contempo amministratore delegato di Sorical, il gestore pubblico-privato della Calabria. Lo stesso Besson era un importante dirigente dell'ufficio regionale che, all'epoca della giunta Badaloni, si occupò del disegno degli ambiti idrici e della legge regionale che regolamenta l'acqua nel Lazio. I consiglieri d'amministrazione di parte privata passano da un gestore all'altro, mentre le diverse imprese controllate da Veolia si scambiano consulenze (la stessa Acqualatina ha venduto consulenza alla Sorical per 514 mila euro) e sistemi gestionali. Veolia quando entra nelle gestioni miste promette di apportare le competenze e spesso vince le gare grazie a questa promessa. Peccato che i costi di queste consulenze e dei gettoni di presenza dei consiglieri che girano l'Italia portino ad aumenti e a «squilibri finanziari» che i comuni saranno costretti a ripianare.

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