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    Il caffè amaro dell'Uganda: loro producono i chicchi grezzi, gli altri ci mettono il marchio e si arricchiscono

    16 settembre 2007 - Monica Di Sisto
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Se c'è una cosa cui noi italiani non riusciamo proprio a resistere, appena svegliati, dopo aver mangiato, ma anche in quelle interminabili ore nelle quali la noia o la stanchezza la fanno da padroni, è il caffè. Goccia dopo goccia cola per il palato e chiarisce le idee. A berlo, quindi, viene più facile ricordare che il caffé assicura la sopravvivenza di molti, interi, Paesi tra i più poveri del pianeta. Per l'Uganda, ad esempio, la sua produzione e la vendita rappresentano circa la metà del Pil nazionale. Ma di quell'euro circa che paghiamo al bar per assicurarcene una buona tazzina quando serve, tra produttori ed esportatori ugandesi riescono a intascarne appena il 6%. «I più grandi perdenti di questa partita - ha spiegato di recente all'IPS Henry Ngabirano, direttore dell'Uganda Coffee Development Authority del Paese - sono le persone direttamente coinvolte nella sua produzione».
    Prima che la pianta di caffè diventi produttiva sono necessari quattro anni di cure meticolose. Sulla pianta adulta i frutti non maturano tutti contemporaneamente. Ogni giorno, da mattina a sera, il bracciante esegue la raccolta a mano, pianta per pianta, scartando i frutti ancora acerbi, che verranno raccolti successivamente. Un bracciante raccoglie circa 50 Kg di ciliegie del caffè al giorno. Nel giorno stesso della raccolta le ciliegie devono essere sbucciate e la polpa rossa separata. Il prodotto così ottenuto viene fatto macerare in acqua per uno o due giorni. Successivamente i chicchi (cioè i noccioli) vengono lasciati essiccare al sole da tre giorni a due settimane. Ogni giorno il caffè deve essere rivoltato con l'aiuto di rastrelli. L'essiccazione continua poi mediante panieri o setacci riscaldati. Segue un'ulteriore mondatura tramite centrifugazione dei chicchi.
    L'Uganda è diventato un produttore leader per la miscela Robusta da quando è scoppiata la crisi politica in Costa D'Avorio, alla quale ha rubato quasi per intero lo spazio di mercato. Gli esportatori hanno dichiarato una crescita nei loro guadagni del 65% in più, circa 17,9 milioni di dollari, rispetto allo scorso anno. Questa crescita è dovuta, principalmente, alla crescita dei prezzi della materia prima e alla scelta dei più forti consumatori, cioè l'Europa e l'Asia, che hanno acquistato miscele sempre più pregiate. Certo perché i Paesi africani, grazie alla coltivazione sugli altipiani e ai piccoli agricoltori che costruiscono il prezzo di vendita agli intermediari pagandosi appena appena il lavoro, offrono un prodotto di grande qualità ad un prezzo assai conveniente.
    Secondo Philip Gitao, direttore dell'East African Fine Coffees Association (Associazione dei caffè di qualità dell'Africa dell'Est), la domanda del caffè africano è forte in qualsiasi momento visto che viene usato per rinnovare le miscele tradizionali e per essere commercializzato come specialità. Negli anni Novanta il governo ugandese ha cominciato a incentivare la produzione di caffè. Il mercato è stato liberalizzato anche perché lo scellino ugandese è diventato completamente convertibile con qualsiasi altra valuta ed i controlli sui prezzi sono stati eliminati. «Il governo si è interessato al caffè poiché ha un ruolo nella riduzione della povertà», ha spiegato Ngabirano che però segnala che i produttori rischiano tutti i giorni di cadere in un certo numero di trappole, come l'indisponibilità dei prestiti bancari o le sovvenzioni del Governo per rilanciare la loro produzione.
    «Come produttori ugandesi non siamo per niente appoggiati, spiega Ronald Buule, un produttore dell'Uganda centrale. «Benché formiamo associazioni locali per negoziare prezzi più giusti per i chicchi grezzi, i profitti non sempre sono sufficienti a garantire che i granai rimangano colmi e che abbiamo abbastanza attrezzi per lavorare», afferma Buule. «Gli agricoltori lavorano molto ma generano poco denaro», aggiunge. Il problema sta nel fatto che i marchi del caffè al dettaglio non appartengono alle imprese ugandesi, benché la materia prima sia comperata nel Paese, e dunque all'Uganda restano appena le briciole di quel ricco prezzo che noi paghiamo per avere in casa un caffè etnico, particolare, e per di più quasi sempre biologico.
    Anche il presidente ugandese Yoweri Museveni lo ha ammesso: il suo Paese si svilupperà soltanto quando fabbricherà i suoi prodotti finiti anziché vendere soltanto materie prime. Per il momento però, la lotta tra poveri in Africa fa molte vittime e pochi vincitori: l'esportazione complessiva di caffè dai Paesi dell'Africa orientale è diminuita, infatti, del 34% in vent'anni. Un calo che ha avuto ripercussioni negative su 22 milioni di lavoratori e su cinque Paesi della regione con una perdita di 1,2 miliardi di dollari di entrate in valuta straniera. Un caffè che lascia davvero l'amaro in bocca.

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